repubblica.it, 8 maggio 2026
Se l’Europa affida la sua sicurezza all’industria tedesca
Oggi cade l’ottantunesimo anniversario della fine della Seconda guerra mondiale in Europa, ed è palese che la Germania sarà presto di nuovo la prima potenza militare del continente. La spesa tedesca per la difesa eguaglierà già il prossimo anno quella di Francia e Regno Unito insieme – ed è destinata a superarla largamente entro il 2030. L’obiettivo dichiarato del governo tedesco è disporre del “più forte esercito convenzionale d’Europa”. È vero che Francia e Regno Unito possiedono armi nucleari, ma ciò comporta minori risorse da destinare agli altri ambiti della difesa. Che la potenza militare tedesca sia destinata a crescere è quindi, salvo imprevisti, indubbio. L’interrogativo che si pone, soprattutto in occasione di una ricorrenza così solenne, è un altro: come fare in modo che questa volta rappresenti un fattore positivo per tutta l’Europa?
Le ragioni di questa svolta radicale rispetto alla linea – sempre più inadeguata – portata avanti partendo dall’ottimismo degli anni Novanta fino all’invasione su vasta scala dell’Ucraina da parte di Vladimir Putin il 24 febbraio 2022, sono due. La prima è proprio l’aggressione russa. A Berlino si fa strada la convinzione che Putin non si fermerà all’Ucraina. La seconda è che il presidente Donald Trump ha messo in discussione l’impegno complessivo degli Stati Uniti a difesa dell’Europa, incarnato dalla Nato sin dal 1949. Il recente annuncio del ritiro di 5.000 militari statunitensi (e forse più) dalla Germania è solo l’ennesimo segnale in questa direzione. L’annuncio, più che il ritiro in sé e per sé, è frutto del risentimento personale di Trump nei confronti del cancelliere tedesco Friedrich Merz, critico riguardo alla disastrosa guerra mossa contro l’Iran dal presidente americano.
La sfida che si pone all’Europa è dunque la seguente: noi da soli siamo in grado di esercitare deterrenza nei confronti di una Russia aggressiva e dotata di armi nucleari? (Il “noi” deve includere l’Ucraina, che dispone dell’esercito più grande e con più esperienza sul campo di tutta Europa.) Ma esiste anche una sfida meno evidente, e altrettanto cruciale: come evitare la ricomparsa delle acute tensioni circa la distribuzione del potere militare tra i Paesi europei che, fino al 1945, rappresentavano al tempo stesso la normalità e la maledizione del continente? In quanto potenza militare egemone sostanzialmente benevola, gli Stati Uniti ci hanno protetto dall’una e dall’altra evenienza.
La Germania è centrale per rispondere a entrambi gli interrogativi. La sua nuova strategia militare, la prima nella storia della Repubblica federale, è titolata “Responsabilità per l’Europa”. Ma quel “per l’Europa” è solo una formula che tutti i Paesi europei (tranne il Regno Unito) usano in riferimento alle proprie politiche nazionali. La vera questione è se le parole si tradurranno in azioni realmente europee.
Gli ambiti chiave in cui servono risposte comuni sono l’industria della difesa e le nostre effettive capacità belliche. Tecnologia e produzione nel settore della difesa sono i nervi e i muscoli della potenza militare. A Otto von Bismarck viene spesso erroneamente attribuita l’espressione “sangue e ferro”, ma lo storico Peter Wilson ricorda che, nel 1862, chiedendo al Parlamento prussiano un aumento delle spese militari, il cancelliere parlò in realtà di “ferro e sangue”. Prima il ferro, poi il sangue. Wilson osserva inoltre che, già prima del 2022, pur avendo ridotto il proprio apparato militare e continuando a sostenere con convinzione una politica di appeasement verso la Russia, la Germania era comunque tra i maggiori esportatori di armi al mondo.
Se la Germania continuerà a investire nella propria industria nazionale le enormi risorse deputate alla difesa (riducendo al contempo gli acquisti dagli Stati Uniti) potrebbe alla fine superare la Francia, oggi seconda esportatrice mondiale di armamenti dopo gli Usa. Un’eventualità che preoccupa molto Parigi. Con logica cartesiana impeccabile, la Francia interpreta la “sovranità europea” come: non comprare americano, britannico o tedesco – compra francese. O, al limite, franco-tedesco; ma il principale progetto congiunto tra Parigi e Berlino, il Future Combat Air System, oggi sta andando a pezzi.
I francesi non sono gli unici a nutrire preoccupazioni. La destra polacca è in forte allarme, mentre anche altri Paesi europei iniziano a sentirsi a disagio. A pesare è anche la prospettiva che Alternative für Deutschland (AfD), formazione nazionalista populista oggi in testa ai sondaggi, possa assumere il controllo di potenti forze armate. In realtà è probabile che AfD torni a una politica di appeasement nei confronti di Mosca. Ma chi può prevedere quale sarà la situazione politica in Germania alla fine dell’orizzonte di pianificazione di medio termine della strategia militare, fissato al 2035? Del resto, solo un decennio fa nessuno avrebbe immaginato che nel 2026 AfD sarebbe diventata il partito più popolare in Germania.
Forti pressioni spingono il governo tedesco a spendere in patria le risorse miliardarie. Il modello economico del Paese, basato sull’export, è in crisi e questo è uno dei pochi rimedi disponibili. Alcuni stabilimenti automobilistici sono già in fase di riconversione alla produzione di armi. Inoltre, ogni contratto di approvvigionamento militare superiore ai 25 milioni di euro deve essere approvato dalla commissione bilancio del Bundestag, una dinamica che favorisce logiche di distribuzione territoriale della spesa mirate al consenso elettorale.
Sul piano operativo la realtà, per quanto scomoda, è che oggi la difesa dell’Europa dipende dalla Nato a guida statunitense. I piani di battaglia prevedono un’enorme macchina da guerra pronta a entrare in funzione in caso di attacco russo lungo il fianco orientale dell’Alleanza. Le brigate multinazionali nei Paesi di prima linea riceverebbero rapidamente rinforzi da parte degli altri membri dell’alleanza. Questa reazione è basata a qualsiasi livello sugli Stati Uniti, dall’intelligence satellitare agli aerei da trasporto pesante, dalla difesa aerea integrata ai sistemi di comando e controllo, fino alla deterrenza nucleare. Arrivare a una europeizzazione anche solo parziale di questo formidabile apparato costituisce una sfida tanto necessaria quanto complessa.
Da dove partire? Quest’estate il cancelliere Merz dovrebbe incontrare, in occasione di una cena di lavoro informale, il presidente francese Emmanuel Macron, il primo ministro britannico Keir Starmer (o il suo successore) e il premier polacco Donald Tusk per affrontare in modo franco e pragmatico le questioni centrali: come europeizzare l’industria della difesa e come rafforzare le capacità militari autonome del continente. Quanto al primo punto, è paradossale che, a fronte dei 33 principali sistemi d’arma degli Stati Uniti, l’Europa ne conti circa 174 – tra cui 12 diversi tipi di carri armati e 14 modelli di caccia. Quanto al resto, il primo passo è semplicemente creare il contesto per questa discussione, che dovrà includere anche il tema dell’allargamento a est della deterrenza nucleare franco-britannica.
Negli anni Novanta, il grande predecessore di Merz, Helmut Kohl, integrò la Germania riunificata nel mercato unico europeo e nell’unione monetaria. Nessun Paese ne trasse maggior beneficio della Germania stessa. Merz dovrebbe puntare a fare lo stesso sul terreno della sicurezza europea. Le soluzioni non saranno affatto lineari come il mercato unico e l’unione monetaria – né si collocheranno prevalentemente all’interno dell’Unione europea. In definitiva, i banchi di prova saranno questi: nella percezione dei Paesi vicini alla Germania, emergerà una industria della difesa europea realmente integrata, oppure resteranno i sistemi nazionali in competizione tra loro? E gli assetti militari europei autonomi, pur disordinati e imperfetti, verranno percepiti da Vladimir Putin come un deterrente sufficiente?
Se Merz, insieme agli altri leader europei, saprà fornire risposte convincenti a questi due quesiti, si garantirà un posto nei libri di storia.