repubblica.it, 8 maggio 2026
Arrestato l’ex ambasciatore italiano in Uzbekistan
Il 2 dicembre 2024, quando si è insediato alla guida dell’ambasciata d’Italia in Tashkent, la capitale dell’Uzbekistan, Piergabriele Papadia de Bottini di Sant’Agnese, 56 anni, “ha avocato a sé la gestione dell’ufficio visti – racconta agli investigatori del Nucleo di polizia economico finanziaria della Guardia di finanza di Roma, Michel, il responsabile dell’ufficio visti prima dell’arrivo dell’ambasciatore – verso la metà del mese ha disposto l’inserimento all’interno dell’ufficio di Tatiana Tarakanova», una donna russa di 53 anni, con cittadinanza italiana residente in Bulgaria, già collaboratrice di Papadia durante gli anni di servizio al consolato italiano a Mosca.
L’arresto
Adesso entrambi sono indagati dalla procura di Roma per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e corruzione per atti contrari ai doveri d’ufficio. Ieri i militari della Finanza hanno eseguito le misure cautelari emesse dalla gip di Roma Annalisa Marzano. Papadia è stato arrestato a Roma e accompagnato in carcere in attesa della conclusione delle indagini. Era già stato destituito a dicembre 2025.
Come funzionava il sistema visti
Secondo gli investigatori, coordinati dal procuratore aggiunto Giovanni Conzo e dai sostituti Fabrizio Tucci e Chiara Capezzuto, Papadia, avvalendosi della sua collaboratrice, avrebbe messo in piedi un sistema per rilasciare i visti turistici di lungo periodo (da uno a tre anni) ai cittadini russi, anche se sprovvisti dei requisiti indicati dalla normativa che regola l’ingresso nell’area Schengen. Tutto questo dietro il pagamento di cifre astronomiche, quantificate tra i 4mila e i 16mila euro a persona. Contro le tariffe di legge, che oscillano tra i 45 e i 60 euro per ogni pratica. Ma Papadia e la sua assistente avevano istituto anche la tariffa vip.
Le agenzie amiche
Il sistema era rodato. Coinvolgeva tre agenzie turistiche con sede a Mosca, la Happy travel, Visa4you e Park lane, tutte allo stesso indirizzo. Ed è a questi centri che si sono rivolti almeno 95 cittadini russi che sono poi entrati in Italia, senza requisiti necessari per ottenere il visto, come per esempio la residenza nella circoscrizione consolare (in questo caso l’ Uzbekistan), o senza la documentazione firmata dal richiedente (cioè con una firma diversa rispetto a quella sul passaporto) o senza la presenza fisica negli in consolato. Le pratiche venivano veicolate tramite le agenzie e alcune richieste, raccontano finora le indagini, pervenivano all’indagato anche tramite Telegram: i “fuori lista”.
L’inizio dell’inchiesta
L’inchiesta è partita dopo una visita in ambasciata dell’Ispettorato generale del ministero degli Affari esteri e della cooperazione internazionale del 23 luglio 2025. “Le pratiche di concessione dei visti acquisite dalla missione ispettiva – annotano gli investigatori – riscontravano evidenti violazioni direttamente riconducibili al capo missione Papadia, il quale apponeva sulle stesse la sua annotazione ok, seguite dalla sigla”. Nel corso dell’ispezione del ministero, su 92 pratiche esaminate, in 81 casi mancava il nominativo “dei cittadini russi richiedenti il visto nel registro di ingresso in ambasciata, lasciando intendere che non si fossero mai presentati personalmente”.
Per questo c’erano le agenzie. Come la Visa Concord travel, “nota a Papadia dal 2014 – scrivono ancora gli investigatori – tra gennaio e giugno 2025 disponeva bonifici bancari per 23.600 euro su un conto corrente bulgaro in favore di Tarakanova, giustificato, fittiziamente, come un prestito fruttifero”.
Le parole dell’ambasciatore
L’ispezione ministeriale è stata l’inizio della fine. Dopo poco il sistema è saltato. Gli investigatori della finanza hanno ricostruito ogni aspetto, compresi i luoghi dove hanno alloggiato in Italia i primi 95 beneficiari dei visti rilasciati senza rispettare le norme. E infatti, in riunione con gli ispettori, Papadia, “balbettava – continua Michel – non riusciva a parlare: anche Esposto (il vicario nominato da Papadia) era molto agitato, arrivando a dirmi che Papadia sarebbe arrivato a fare tutto questo per ragioni di lucro”. Sarà proprio il vicario Marco Esposto, registrando una conversazione con il suo capo durante l’ispezione, a metterlo nei guai. Perché Esposto nominato nel suo ruolo “senza nessuna competenza”, resosi conto “della gestione disinvolta nel rilascio dei visti” teme conseguenze disciplinari e incalza il capo: “Mi dica perché l’ha fatto – domanda a Papadia – l’ha fatto per soldi? Perché se è quello il motivo lei mi paga la scuola dei figli fino a dicembre”. Papadia: “Mi servivano”.
Per gli investigatori la risposta è un’ammissione che si somma agli elementi di prova già acquisiti. Papadia replica: “La registrazione va contestualizzata, è avvenuta nel corso dell’ispezione, quando nella stanza accanto c’erano gli ispettori: ero in una condizione di estrema preoccupazione se non di vulnerabilità. Ho cercato di blandirlo”.
La misura è cautelare è stata firmata anche in virtù del pericolo di fuga, visto che l’indagato si era informato sulla possibilità di ottenere il visto per andare in Russia. Adesso i pm e i militari della guardia di finanza proseguono gli accertamenti su circa 400 pratiche totali e sul patrimonio accertato di Papadia che si aggira intorno ai 3 milioni di euro. E che lui sostiene sia frutto di una eredità.