la Repubblica, 8 maggio 2026
Intervista a Francesco Gabbani
È il solito, micidiale Francesco Gabbani. Summer funk – nuova canzone del 43enne cantautore toscano, esce oggi, potenziale tormentone e anteprima di un tour in partenza a giugno – «fa muovere il piede», ballare insomma, ma dietro la veste danzereccia racconta un’umanità in miseria, morale soprattutto. Doppia faccia, la stessa tra le tante di Occidentali’s karma con cui ha vinto Sanremo 2017 e «mai del tutto capita». Questa è una quasi parodia della hit estiva, con frecciatine a ciò che siamo diventati in vacanza.
Gabbani, ma quindi “ci è” o “ci fa”?
«Entrambi. Mi piace avere più chiavi di lettura nei pezzi ritmati. Qui racconto la schiavitù dell’apparenza, dei bei vestiti, di ciò che fa status. Ne siamo tutti parte, mi taglio fuori solo se si parla di soldi: non gioco a chi ne ha di più, mi basta fare una vita tranquilla».
Tipo che la s’incontra al supermercato?
«Meglio: a comprare il legno. Amo lavorarlo e mi piace curare la terra. A volte mi scordo di essere, a mio modo, famoso: qualcuno mi vede in fila alla cassa e si stupisce».
In “Summer funk” canta un’umanità che alla fine ci balla su, anche sul disastro.
«E non è una bella cosa. Ma ogni musica è figlia del suo tempo e questo è tempo di disimpegno, di scarso approfondimento, superficiale».
La “scimmia nuda” di Occidentali’s karma, cioè l’uomo, è peggiorata?
«Forse sì. Siamo bombardati dallo scrolling continuo, video su video da 15 secondi, è impossibile farsi un’idea. Al tempo stesso ci si gode le poche comodità che comunque abbiamo. E la rivoluzione passa di moda».
E le nuove generazioni?
«Non lo so. Una delle mie canzoni estive preferite – e il confronto con ciò che c’è oggi è straniante – è Quattro amici di Gino Paoli, del 1991. Parla di un passaggio di testimone: un adulto scende a compromessi con il sistema, ma dei giovani sognano di nuovo di cambiare il mondo; vedo ragazzi spaventati e mi spiace per il futuro che gli stiamo lasciando».
Da giudice all’ultima edizione di X Factor ne ha visti parecchi, di giovani.
«Bella esperienza, impegnativa, ho imparato a mia volta: tipo a formulare giudizi con tatto».
La rivedremo lì da settembre.
«Vorrei, non è ancora ufficiale. Aspettiamo».
Ma è davvero la macchina da battute vista in tv?
«Sì, da sempre. Anche con gli amici. E il gioco prevede che a un certo punto ne faccia di brutte, per il gusto di farle. Mi diverte».
Ha visto la sua imitazione al GialappaShow?
«Sì, ho riso. Se m’invitano, vado volentieri».
Un consiglio che ha dato ai ragazzi di X Factor?
«Di fare musica per il piacere di esprimersi, non per essere famosi. Quello arriva dopo».
Lei viene da una lunga gavetta.
«Famiglia di musicisti, sono cresciuto tra gli strumenti di mio padre, in un negozio. Ho suonato dappertutto, blues e rock in particolare. Con la prima band, i Trikobalto, avevamo aperto gli Oasis. Ma a trent’anni, non avendo sfondato, mi ero rassegnato a fare altro».
Cosa?
«Allestimento di concerti, montavo gli strumenti che affittava mio padre. E scrivevo canzoni per altri. Amen, che mi ha fatto vincere le Nuove proposte nel 2016, era stata proposta a Zucchero e a Samuele Bersani. Niente, alla fine l’ho cantata io. Avevo lasciato il lavoro due mesi prima, il riconoscimento da artista è stato come dissetarmi, finalmente».
L’anno dopo, Occidentali’s karma. Pensa sia stata capita?
«Dalla metà del pubblico no, il messaggio – quanto siamo simili alle scimmie, nonostante tutto – non è arrivato. All’inizio mi dispiaceva, ora ci ho fatto pace. Tanto l’ho voluto io: io ho ballato con la scimmia, io sono il responsabile di eventuali fraintendimenti».
E ci ha vinto Sanremo, con Fiorella Mannoia seconda.
«Ero in imbarazzo, da underdog le avevo sfilato la vittoria. Ma non c’è mai stata una rivalità e, anzi, nel 2024, alla serata delle cover, abbiamo duettato per chiudere la faccenda. Siamo grandi amici».
A proposito di sodalizi, ha scritto “Un sorriso dentro al pianto” (2021), ultimo successo di Ornella Vanoni. Timori reverenziali?
«Nessuno. Non per fare il gradasso ma perché Ornella era unica, naturale, faceva funzionare le cose con semplicità. Da lei ho capito che non ci sono strategie, conta godersi la propria musica. Era libera. Dalla gavetta ho imparato a gestire il palco, ma il resto è questione di spirito».
Cosa le manca?
«Niente, davvero. Cerco di mantenere questa serenità: rifiuto le autostrade, meglio i sentieri».