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 2026  maggio 08 Venerdì calendario

Gli allevamenti di salmone norvegesi inquinano i fiordi

C’erano una volta i fiordi incontaminati. Chi programma un viaggio in Norvegia difficilmente si lascerà scappare la bellezza dei famosi fiordi, delle montagne a picco incastrate tra paesaggi mozzafiato dove navigano barche da crociera e dove, sempre più spesso, è possibile anche imbattersi in gigantesche reti circolari che sono sempre sinonimo della presenza degli allevamenti ittici di salmone. Questo pesce in Norvegia è una miniera d’oro: il 70% del salmone che consumiamo al mondo proviene dagli allevamenti, la maggior parte dei quali si trova proprio nel Paese scandinavo dove si contano oltre 1000 realtà tra piccole e grandi produttori. Già oggi il mercato del salmone vale quasi 20 miliardi di dollari e le proiezioni lo danno in costante crescita.

Finora le autorità norvegesi hanno a più riprese pubblicato dati sulla buona qualità delle acque di allevamento e, in generale, sul basso impatto ambientale del sistema. Ma un nuovo rapporto però ci dice che – in un contesto già criticato per le possibili malattie, gli ibridi, gli impatti sulla biodiversità e le fughe dei salmoni – le famose “farm” norvegesi invece avrebbero ripercussioni fortemente negative sull’ambiente soprattutto dal punto di vista dell’alterazione degli ecosistemi. In una analisi appena pubblicata dal Sunstone Institute, che ha analizzato le acque dei fiordi norvegesi nel 2025, appare infatti una fotografia decisamente in contrasto con il mantra sostenuto finora sulla qualità degli ecosistemi in cui sono stati realizzati gli impianti: qui le acque appaiono così inquinate da essere addirittura paragonate alle “acque reflue non trattate di milioni di persone”.
Dall’indagine risulta che nel Paese dei più grandi produttori mondiali di salmone da allevamento i nutrienti contenuti nei mangimi per pesci che vengono riversati in mare e nei bacini costieri hanno rilasciato oltre 75.000 tonnellate di azoto, 13.000 tonnellate di fosforo e 360.000 tonnellate di carbonio organico in un anno. Dal Sunstone Institute spiegano che i nutrienti presenti sono equivalenti in pratica a quelli “contenuti nelle acque reflue non trattate di 17,2 milioni di persone per l’azoto, 20 milioni di persone per il fosforo e 30 milioni di persone per il carbonio organico”. Numeri che fanno temere per la proliferazione di malattie e alghe dannose.
"La Norvegia è un piccolo Paese di soli 5,5 milioni di abitanti ma la quantità di inquinamento prodotto dall’acquacoltura, in termini di questi tre nutrienti, è da tre a cinque volte superiore alla popolazione”
spiega preoccupata Alexandra Pires Duro, autrice del rapporto. “Le feci, il mangime non consumato, l’urina: tutto finisce in acqua” aggiunge ricordando come i pesci nell’allevamento vengono allevati con mangimi ricchi di nutrienti destinati ad alterare i mari. Essendo gli allevamenti in costante crescita secondo il report il consumo di mangimi è aumentato del 14,6% in un periodo di sei anni, producendo così nel 2025 “un inquinamento da nutrienti equivalente ai livelli previsti nelle acque reflue non trattate di un paese grande quasi quanto l’Australia”.
Il problema, aggiungono gli esperti, si aggrava soprattutto durante l’estate quando gli ecosistemi sono meno in grado di assorbire il carico di nutrienti e di conseguenza i fanghi derivati dal sistema ittico possono fertilizzare i fitoplancton e innescare le fioriture algali. A seconda delle fioriture si possono poi provocare processi che portano all’anossia o in generale a ridurre i livelli di ossigeno presenti nelle acque, con conseguenze e impatti sulla vita marina. Il tutto avviene in fiordi che, per natura, sono composti da bacini semichiusi dove l’acqua può risultare più calda o comunque sconvolta, per esempio per i livelli di ossigeno, dalle conseguenze della crisi del clima.
Solo nel grande fiordo di Sognefjord, il più lungo del Paese, l’aumento degli afflussi di nutrienti (anche quelli non da allevamento) è stato ritenuto responsabile di circa due terzi della riduzione dell’ossigeno. “La principale preoccupazione che abbiamo riscontrato negli ultimi anni è che tutte queste alghe, il plancton e quant’altro muoiono, affondano e si decompongono e questo processo consuma ossigeno. Il risultato finale è che il livello di ossigeno nel fiordo sta diminuendo”, spiega Tom Pedersen, consulente ambientale, fra i revisori del report. Le aziende e le associazioni di categorie si difendono ricordando come tutte le operazioni si svolgano entro i limiti fissati dalla legge e aggiungendo che l’intero settore si impegna costantemente per ridurre il suo impatto ambientale. Nel frattempo però, mentre sono state da poco negate nuove concessioni per ulteriori allevamenti, restano dubbi sugli impatti a lungo termine del sistema ittico nei fiordi: quanto ancora, fra carenza di ossigeno e surriscaldamento delle acque, potranno reggere gli ecosistemi prima di dare segnali di collasso?