Corriere della Sera, 8 maggio 2026
Intervista a Rosanna Marani
Prossima a compiere 80 anni («il 12 ottobre farò una grande festa in un ristorante brasiliano»), truccata in maniera impeccabile e arzilla nonostante la malattia («anche quando vado ad affrontare l’immunoterapia ho il rossetto, ma normalmente alle 7 di sera sono a letto»), Rosanna Marani si fa largo fra i libri e i cimeli che affollano lo studio. «Vede queste prime pagine della Gazzetta? Mi aspetto che il direttore, Stefano Barigelli, mi regali quella dell’intervista fatta a Gianni Rivera il 18 novembre del 1973. Senza quell’articolo non sarebbero arrivati gli altri. È stata la sliding door non solo della carriera, ma della mia vita». Prima giornalista sportiva in Italia, specializzata nell’abbattere tabù e nell’infrangere gli stereotipi, assunta alla mitica Gazzetta dello Sport quando aveva 28 anni e i vicini di scrivania erano solo maschi, ha di recente pubblicato il libro «Sono nata sbagliata. Una vita vissuta tra rose e spine» (Cairo Editore). L’autobiografia è preceduta da due prefazioni, la prima scritta da Urbano Cairo che nel ripercorrere la carriera in cui Rosanna ha abbattuto «il soffitto di vetro che escludeva le donne dalla professione» la definisce «una vera fantasista». La seconda è del direttore della rosea Stefano Barigelli che ne descrive la sostanza: «È fatta di acciaio e talento».
Rosanna, altresì soprannominata «Scassamarani», da dove cominciamo?
«Sono cresciuta a Imola, figlia di un’impiegata delle poste e di un proprietario di un’autoscuola. Leggevo di tutto, il primo regalo che chiesi era il Dizionario dei sinonimi. Da ragazzina divoravo i romanzi americani dove le protagoniste si sposavano, divorziavano e collezionavano figli con mariti diversi. Così un giorno scandalizzai i parenti quando dissi che da grande volevo fare la mondana. Ma io intendevo essere donna di mondo…».
Il suo babbo Roberto l’ha avvicinata al mondo dei motori?
«Mi ha messo sulle auto quando avevo undici anni: guidavo l’Alfa Bertone seduta sui cuscini. Era l’escamotage per poter arrivare al volante. A 18 anni mi regalò una 500 di seconda mano».
È vero che ha guidato un bolide con Enzo Ferrari al suo fianco?
«Certo. Un giorno all’Antoniano, l’accademia d’arte drammatica che frequentavo a Bologna, venne come ospite l’Ingegnere. Ciascuno di noi poteva rivolgergli una domanda e io chiesi se potevo avere l’onore di guidare una Ferrari con lui al posto del passeggero. Trasalì ma lo rassicurai dicendo che sapevo guidare anche una Lamborghini. “Con il permesso degli insegnanti, andiamo”. Guidai la sua auto, facemmo il giro della circonvallazione e al ritorno tutti mi applaudirono. La faccia tosta mi ha accompagnato per tutta la vita».
Chi la lanciò nel giornalismo?
«Italo Cucci che mi diede una rubrica di sport sul Resto del Carlino. L’altro maestro è stato Gualtiero Vecchietti che per lo stesso quotidiano mi aveva affidato una pagina sulla cronaca di Imola e io infilavo ogni argomento, dal concorso per il ristorante più buono o per la parrucchiera più creativa. Quando chiesi di essere assunta il direttore mi rispose che ero sprecata per una realtà del genere e che sarei dovuta andare in America. “Sa lei dove deve andare?” risposi».
Gianni Rivera le ha cambiato la vita?
«Dietro le mie insistenze, il direttore della Gazzetta di allora, Giorgio Mottana, incontrato a San Siro, per liberarsi di me disse “vuole essere messa alla prova? Mi porti un’intervista a Rivera”. Era in silenzio stampa da sei mesi».
Come ci riuscì?
«Approfittai del colloquio che già avevo fissato con Romeo Benetti, in ritiro con il Milan, per fermare Gianni. La Gazzetta dedicò tre pagine a quel servizio».
Fu l’inizio di un’amicizia?
«Certo, ma quando mi intrufolai in ospedale dopo che la sua compagna di allora, Elisabetta Viviani, aveva avuto una bambina ed entrai in camera esclamò: “Marani, anche qui, fuori!”».
Pure con Helenio Herrera riuscì a strappare dichiarazioni in un luogo insolito?
«Aveva appena avuto un infarto: comprai un camice e mi presentai in clinica. La moglie Flora che era giornalista si intenerì».
Da donna era coccolata dai colleghi?
«Macché, nessun senso di protezione, caso mai di rigetto. Avevo rotto gli schemi. Lodovico Maradei fu il mio nume tutelare».
Dopo 14 anni passò alla televisione. Si è divertita?
«Moltissimo. Quando ho lavorato a Telemontecarlo ho vestito Maradona da Babbo Natale. Mancini, Cerezo, Vialli da Re Magi, Giovanni Galeone da indiano».
Non si è mai pentita di nulla?
«Quando i miei figli erano piccoli ho vissuto con il senso di colpa per non essere con loro. Ma noi donne siamo multitasking: sappiamo girare il sugo e fare uno scoop».