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 2026  maggio 08 Venerdì calendario

Intervista a Francesco Sossai

Francesco Sossai, 37 anni, ha sbaragliato i pezzi da novanta del cinema italiano. Sorrentino e Guadagnino zero tituli, e lui ebbro di premi, 8 David di Donatello per Le città di pianura (storia di due spiantati e l’ultimo bicchiere nel Veneto rurale e dimenticato), tra cui miglior film, regista e il suo attore Sergio Romano.
Se l’aspettava?
«Proprio no».
Cosa le hanno detto?
«Paolo Virzì... che avevo scelto bene i due protagonisti. Non ricordo altri commenti. Sorrentino? Non l’ho visto, penso fosse tardi».
Come ha festeggiato?
«C’erano tutti i bar chiusi. D’altra parte quattro ore di cerimonia, diciamo che è stata un po’ lunghetta».
Da dove viene?
«Da Feltre, in provincia di Belluno. Papà era perito edile e in tarda età, per la crisi del 2008, ha dovuto cambiare lo sguardo, studiare, ed è diventato architetto. Mamma era commessa e ora è segretaria in una compagnia di assicurazioni. Da ragazzo guardavo tanti film a casa, andavo in bici alla videoteca del paese vicino. Ho avuto un prof al liceo che mi ha dato una formazione cinefila. Vedendo 2001 Odissea nello spazio di Kubrick capii che volevo fare il regista. Ma è difficile immaginare cosa può diventare il mio cinema. Dal dirlo al farlo ci ho messo 25 anni».
E cosa ha fatto in tutto questo tempo?
Sorride: «Sono andato a dormire tardi».
Rovescia la frase cult di «C’era una volta in America».
«Prima che il cinema diventasse lavoro, ho fatto il cameriere, ho sgombrato case in Veneto, film amatoriali con amici... non sapendo che esistono i corti, avrei faticato meno. Ricordo un Amleto di 4 ore, una roba abominevole. Ho studiato cinema a Berlino perché vi insegnava Béla Tarr, solo che quando arrivai io l’avevano appena cacciato. Dovendo fare un corto, girai Il compleanno di Enrico, che portai a Cannes e mi permise di fare Le città di pianura. Ma ho fatto anche, un po’ per caso, l’assistente alla regia di grosse produzioni americane, quando giravano in Italia».
Tipo?
«Mission Impossible e Tenet di Nolan. Lì ho capito che i mezzi non cambiano il tuo modo di vedere, si parte sempre da una persona che punta la macchina da presa».
L’America che cosa è per lei?
«Nei corti trasfiguravo i paesaggi pensando di essere negli USA. Le montagne davanti casa le rivedevo con occhi nuovi. Il loro cinema ha talmente stravolto il nostro immaginario che vediamo la realtà come una serie tv».
Cosa si ritrova nei bar del Veneto?
«Umanità. Sono rimasti gli unici luoghi dove ci si incontra. In un’esistenza americanizzata, in macchina, il bar invece è il teatro dove i protagonisti parlano come se si rivolgessero a tutto il bancone... Lo scrittore Francesco Maino dice che dove c’è mescita c’è vita».
L’alcol da voi è nel Dna.
«Per i veneti, bere è il succo della loro terra di cui si sentono padroni. Talmente padroni che bestemmiano, hanno un rapporto con la divinità».
Lei ha vissuto mai lo spaesamento del suo film?
«Sì, dopo un viaggio in Patagonia. Assalito dall’incapacità di capire come andare avanti col cinema».
L’Italia è non pervenuta, da Cannes a Berlino...
«Io mi sento anche autore europeo, non vedo la cosa come quota italiana».
Come mostrare una solidarietà vera alle maestranze del cinema senza contratto?
«Banalmente, facendo film, impiegando persone. Non è un lavoro garantito, poi le maestranze in Veneto sono ancora più decentrate. Come me, che vivo a Treviso. Spero che il mio piccolo film sia un simbolo per ripartire».
Cosa significa fare cinema con pochi mezzi?
«Col poco si può fare tanto. Goffredo Parise scrisse che la salvezza è la povertà. Mi ha aiutato a capire meglio. Da cameriere osservavo le persone. Vorrei tornare a fare un altro lavoro, svuotare le case degli altri era bello, un sogno perverso. Mi piace l’invisibilità totale, sogno di essere Thomas Pynchon che rifiutava di apparire in pubblico. Continuo col cinema, solo che non vorrei perdere il contatto col mondo che racconto».
All’ultimo giro, cosa beve?
«Le direi birra, ma il giorno dopo si sta male, se prima eri imbottito di superalcolici».
Cambierà la sua vita ora?
«Glielo dirò tra un anno».