Corriere della Sera, 8 maggio 2026
Intervista a Valentina Landri
Davvero si può dimenticare un amore in 21 giorni?
«Tre settimane sono il tempo per dare l’input a un cambiamento più profondo. Per ricentrarsi. Dirsi: prima io. E quello che quasi sempre accade è che, dopo questi fatidici 21 giorni, se lui torna, e spesso torna, sarai tu a non volerlo più».
Parola di Valentina Landri, romana, 51 anni a giugno, mental coach, love coach e love influencer. Con il nome d’arte Laexincazzata spopola sui social dispensando consigli su come liberarsi da una relazione tossica ed aprirsi ad una sana. Diretta, a volte caustica, parla di questioni serissime, spesso drammatiche, in modo divertente, ironico e autoironico. Perché lei ci è passata. Lei sa di essere stata «una cogliona». Ne è talmente convinta che ci ha scritto su un libro: Non credevo di essere così cogliona. Appunto. Il 19 maggio ne uscirà un altro, Ventuno giorni per dimenticarlo, edito da Piemme.
Valentina, è ancora una ex incazzata o è una ex pacificata?
«Laexincazzata nasce come profilo fake per controllare e stalkerizzare un mio ex. Allora ero incazzatissima. Poi il profilo si è evoluto come mi sono evoluta io ed è diventato pubblico. E Laexincazzata ha assunto un altro significato: quella che non è più (ex) incazzata. Quindi sì, pacificata».
Nel suo primo libro si dà della «cogliona». Perché così impietosa con se stessa?
«Perché lo sono stata davvero! Ho vissuto una storia con un narcisista patologico mandando all’aria il mio matrimonio e capendo solo un anno dopo, davanti all’evidenza, con chi avevo a che fare».
Ci racconti.
«Conosco quest’uomo che subito parte con il love bombing, un corteggiamento mai visto. Ero sposata e con due figli. Cedo. Come si fa a non cedere quando uno ferma la macchina nel mezzo del traffico del Muro Torto, esce, si inginocchia e ti fa una dichiarazione d’amore fra clacson impazziti e automobilisti inviperiti? Che grande amore!».
Invece era un calesse.
«Pure peggio. Si è sposato con un’altra mentre stavamo insieme. Mi mandava messaggi dal viaggio di nozze come se niente fosse. La casa che stavamo ristrutturando per noi due era in realtà la casa dove sarebbe andato a vivere con lei. Che sapeva di me. E via di balle».
Un vero illusionista. Balle scoperte come?
«Alla vecchia maniera. Seguendolo. Sorprendendolo al ristorante con una donna la quale alla mia domanda “tu chi sei?”, mi risponde “tu chi sei? Io sono sua moglie”».
Boom.
«Dire che mi è crollato il mondo addosso è poco. Per sei mesi ho vissuto come sotto choc. Per sei mesi non sono riuscita a fare la madre dei miei figli. Poi, piano piano, la risalita».
E finalmente un amore sano?
«Macché. Come tutte tendevo a replicare un copione. Cercavo il brivido. Il fuoco. E mi sono innamorata di un altro Narciso. Un uomo intermittente: oggi c’è, domani no, dopodomani boh. Ma è stato l’ultimo».
Per fortuna.
«Quello che ho stalkerizzato e da cui è nata Laexincazzata».
Allora dobbiamo essergli grate.
«Io lo sono davvero. Perché è a causa sua, o grazie a lui, che mi sono risollevata una volta per tutte. Con tanta terapia».
Quando ha conosciuto il suo attuale compagno?
«Lo conoscevo da sempre, è un mio vecchio amico».
Ah!
«Un vecchio amico che ho visto con occhi diversi quando i miei occhi sono stati pronti a vedere. Per arrivarci ho dovuto lavorare tanto su me stessa e studiare. Nella mia prima vita ero un’imprenditrice, creavo e producevo beachwear».
Lei ha raccontato la sua storia nel suo primo libro, quello in cui si insulta da sola. E contestualmente è arrivata la popolarità sui social.
«Perché in tantissime si sono riconosciute nel mio vissuto. Siamo state tutte coglione almeno una volta nella vita».
Però, scherzandoci su e prendendosi sempre tanto in giro, lei parla di cose serissime.
«Soffrire per amore, o per quello che molto spesso si scambia per amore, è una questione seria. Che affronto ogni giorno come coach».
Tutta femminile la sua utenza?
«Da terapista sì. Sui social un 90 per cento».
Le sue battute velenose sul genere maschile le hanno procurato anche haters?
«Eccome. Si va dall’insulto sessista a “mi auguro che tu muoia”. Ma io non rispondo».
Lei ha due figli maschi.
«Appunto. Due figli maschi, un compagno che amo tanto, tanti amici e pure un gatto maschio. È chiaro che non odio il genere. Ma è altrettanto ovvio che la mia prospettiva è quella di una donna».
Il 19 maggio esce il suo secondo libro. Una specie di manuale degli amori disfunzionali. Con relativi «piani» per uscirne. Lei individua una serie di copioni femminili, da Penelope all’eterna seduttrice, dalla fata alla strega. Qual è il più diffuso?
«Senza dubbio, ancora oggi, la crocerossina. Ce lo portiamo dietro dalle bisnonne. Ma anche l’amazzone e la braccatrice».
Poi ci sono i copioni maschili. Il più comune?
«Il Peter Pan, va da sé. Ma anche il Narciso e l’evitante».
E qual è il più funesto degli incastri fra copioni?
«Il narcisista e la braccatrice. La fata e l’evitante. Ce n’è per tutti i gusti».
Nel libro lei riflette: certe relazioni non esisterebbero se non esistessero i social, le app d’incontri etc...
«È così. I social e certe app hanno innescato dei comportamenti disfunzionali specifici. Parlo dell’orbiting: controllare una persona guardando le sue storie senza cercare alcun contatto. O il breadcrumbing: inviare segnali minimi e sporadici (messaggi, like) per tenerne qualcuno “in caldo” senza impegno emotivo. Sono tutte forme di manipolazione».
La peggiore?
«Senza dubbio il ghosting. Poche cose minano l’autostima più di una sparizione senza spiegazioni».
Cos’è il «trauma bond»?
«Significa essere talmente intrappolate nel proprio copione da non rendersene conto reiterandolo all’infinito».
Perché recitiamo?
«È qualcosa di involontario: replichiamo dinamiche che abbiamo vissuto o visto da piccoli e che, anche se ci hanno procurato dolore, ci sono familiari. Il nostro sistema nervoso le riconosce. Sono una specie di impalcatura».
Possibile che a decostruirla bastino 21 giorni?
«Quello che si può fare in 21 giorni è prendere consapevolezza di qual è il nostro copione e quello del nostro partner o ex. Disintossicarsi con dei piccoli atti di forza. Riportare al centro sé stesse compiendo ogni giorno (almeno) un’azione che sposta l’attenzione da lui a noi».
Una specie di reset?
«Compiuto con piccoli e costanti passi. Quelli che io chiamo switch, piccole cose che innescano degli scatti inviando messaggi diversi al nostro cervello, e che dunque agiscono nel profondo. Ma nessun cambiamento è possibile senza due presupposti».
Quali?
«Bisogna volerlo davvero. E provare a riderci su».