Corriere della Sera, 8 maggio 2026
Sauditi e Kuwait, lo stop sulle basi Usa e poi la retromarcia
Gli alleati del Golfo hanno bisogno che Trump resti coinvolto nella regione fino alla riapertura dello Stretto di Hormuz, non vogliono che esca dal conflitto prima di farlo; ma vogliono anche garanzie di sicurezza, ovvero che gli Stati Uniti li difendano in caso di rappresaglia iraniana in risposta ad operazioni come Project Freedom. Quando Trump martedì ha sospeso, dopo appena 36 ore, la missione per aiutare le navi «intrappolate» ad uscire dallo Stretto di Hormuz, ha detto che quella «pausa» gli era stata chiesta dal Pakistan e da altri Paesi, visto che i negoziati di pace stavano registrando grandi progressi. L’emittente americana Nbc News ha rivelato che la decisione è arrivata dopo che l’Arabia Saudita aveva sospeso l’autorizzazione agli Stati Uniti di usare le sue basi e il suo spazio aereo per quell’operazione. Lo stesso aveva fatto il Kuwait, secondo il Wall Street Journal. Poi ieri entrambi i Paesi hanno dato nuovamente il via libera a Project Freedom, presumibilmente dopo aver ricevuto delle garanzie. Trump sta valutando se riattivare la missione.
Il Journal la descrive come «la più grossa disputa nelle relazioni saudite-americane in anni recenti», con una serie di telefonate tra Trump e il principe saudita Mohammed bin Salman e «con il rischio di una rottura dell’accordo di sicurezza tra Washington e Riad». Da una ricostruzione del quotidiano pare che Arabia e Kuwait abbiano bloccato l’uso delle loro basi e spazi aerei non come immediata reazione a Project Freedom, ma dopo che gli americani avevano ignorato gli attacchi dell’Iran contro gli Emirati lunedì: i primi dall’inizio del cessate il fuoco, avvenuti in rappresaglia alla stessa Project Freedom. I sauditi erano preoccupati che l’Iran ne traesse la lezione che può attaccare anche loro senza conseguenze e che fosse incoraggiato ad ulteriori escalation, vista l’inazione americana.
Lunedì scorso due navi commerciali a bandiera Usa erano riuscite a passare indenni attraverso lo Stretto grazie a Project Freedom: gli americani avevano respinto un attacco dell’Iran contro le loro forze. Ma 15 missili e 4 droni iraniani hanno colpito invece l’unico porto per l’esportazione di petrolio emiratino, a Fujairah, e altri due obiettivi nel Paese. Il generale Dan Caine, capo delle forze armate americane, aveva sminuito la cosa, parlando di attacchi minori; e sia Trump che il capo del Pentagono Pete Hegseth avevano dichiarato che il cessate il fuoco sarebbe rimasto in vigore. Questo ha allarmato i sovrani emiratini ma anche Mbs. Ieri alcuni siti della regione parlavano di garanzie ricevute da Washington che aiuteranno gli alleati contro eventuali rappresaglie. Intanto ci sono stati anche contatti diretti. il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi e il suo omologo saudita Faisal bin Farhan hanno parlato al telefono durante la visita del primo a Pechino: nella nota si cita l’importanza di prevenire l’escalation.
Project Freedom richiede l’uso di centinaia di aerei, elicotteri, droni. Le basi più importanti per i velivoli americani sono in Arabia Saudita e Giordania. I sauditi ne hanno consentito l’uso per la guerra in Iran, come pure il passaggio di aerei provenienti da Paesi vicini. Anche il Kuwait è cruciale per lo spazio aereo, l’Oman sia per il sorvolo che per la logistica navale.
La Casa Bianca dice di aver notificato in anticipo Project Freedom agli alleati della regione, mentre Nbc sostiene che erano stati colti alla sprovvista. Un diplomatico mediorientale ha precisato comunque: «Non eravamo dispiaciuti né arrabbiati», una frase che indica bene il dilemma dei Paesi del Golfo.
L’Iran tenta di dividere il Consiglio della Cooperazione del Golfo: così viene letto il fatto che abbia colpito gli Emirati, il Paese che tra loro coopera di più con Israele. Ma secondo Walter Russell Mead, opinionista conservatore del Wall Street Journal, i Paesi sunniti del Golfo «sono diventati più anti Iran man mano che la guerra continua» perché la possibilità di «attaccare impianti di desalinizzazione e chiudere lo stretto di Hormuz significa che l’Iran può controllare la capacità dell’Arabia Saudita di pompare petrolio e di fornire acqua potabile alla sua popolazione»: significa egemonia regionale. Mead ci ha detto in una recente intervista di credere che «le forze che spingono Trump a restare coinvolto nel Golfo e ottenere quella che i suoi alleati ritengono una risposta a loro favorevole restino più forti di quello che credono molti opinionisti».