Corriere della Sera, 8 maggio 2026
Usa-Iran, cessate il fuoco a rischio
Almeno tre-quattro mesi. È quanto l’Iran potrebbe resistere al blocco navale dello Stretto di Hormuz, secondo un’analisi della Cia rivelata dal Washington Post. Il presidente Donald Trump ha molta più fretta, pretende che la crisi sia risolta in pochi giorni, lo dichiara ogni poche ore. La retromarcia dell’Arabia Saudita e del Kuwait – hanno di nuovo concesso le basi agli americani – sembra quindi cambiar poco la situazione rispetto agli obiettivi dell’operazione Project Freedom, che dovrebbe ripartire: la pressione della Marina statunitense per permettere la navigazione attraverso la via d’acqua può forse riaprire in parte i traffici mercantili globali ma non porterebbe al crollo economico del regime islamico. Il documento dei servizi segreti – scrive il quotidiano – «è molto più misurato degli annunci pubblici» sbandierati dalla Casa Bianca: l’intelligence stima che Teheran abbia mantenuto «capacità missilistiche significative» nonostante la campagna di bombardamenti portata avanti dagli americani e dagli israeliani tra il 28 febbraio e il 7 aprile, dopo il primo scontro dello scorso giugno.
Trump ha fretta e gli iraniani prendono tempo. «Stiamo ancora studiando l’ultima proposta», ha commentato alla televisione di Stato il portavoce del ministero degli Esteri. Sono i punti contenuti in una sola pagina messi insieme dai mediatori americani per poter chiudere la guerra – quello in corso è ancora un cessate il fuoco – e darsi trenta giorni per negoziare un’intesa definitiva. Due o tre degli elementi sono già stati «rigettati» come fa notare il portavoce, mentre Trump resta convinto di «trattare con gente che vuole raggiungere un accordo». Il memorandum prevede uno stop all’arricchimento dell’uranio per quindici anni e la progressiva riapertura dello Stretto di Hormuz nel giro di un mese. In cambio la Casa Bianca offre di cancellare le sanzioni e scongelare i fondi iraniani bloccati in tutto il mondo.
È proprio sul controllo dello Stretto che invece il regime accelera. Ieri ha proclamato la creazione di un’agenzia governativa per vagliare e tassare i cargo di passaggio. I pachistani restano convinti quanto Trump di poter ottenere un patto tra i due contendenti, il primo giro di colloqui si è svolto a Islamabad alla metà di aprile. «Siamo ottimisti, ci aspettiamo un’intesa in tempi brevi», spiega il portavoce del ministero degli Esteri. «Il nostro obiettivo è l’annuncio della fine permanente del conflitto, tutte le altre questioni possono essere risolte nelle trattative dirette», commenta una fonte all’agenzia Reuters. Ieri sera gli americani hanno colpito i porti iraniani di Qeshm e Bandar Abbas ma – ha spiegato una fonte Usa alla Fox – non si tratterebbe di una ripresa del conflitto. Il Comando centrale dell’esercito americano ha confermato poco dopo di avere risposto ad attacchi «non provocati» provenienti dall’Iran che avrebbe colpito tre cacciatorpediniere americane. Teheran ha accusato gli Usa di «aver violato il cessate il fuoco». Sono circolate anche notizie di esplosioni negli Emirati Arabi Uniti. Chi si prepara a riprendere la guerra è invece Benjamin Netanyahu. Che mercoledì ha parlato al telefono con Trump per esprimergli ancora una volta la sua opposizione. Anche perché il possibile accordo sul programma atomico è molto simile a quello ottenuto dal presidente Barack Obama nel 2015. Soprattutto il primo ministro –— nonostante un prossimo incontro a Washington tra i diplomatici israeliani e quelli libanesi – non vuole che le ostilità vengano fermate in Libano, dove Tsahal ha intensificato i bombardamenti: a Beirut è stato ucciso il capo della Forza Radwan, l’unità speciale creata da Hezbollah, l’organizzazione sciita armata dall’Iran. Il fronte che resta sempre aperto è quello a Gaza: il figlio di Khalil Al Hayya, nominato capo del gruppo nella Striscia, è stato ucciso.
«Abbiamo discusso di molti argomenti, e concordiamo: l’Iran non potrà mai possedere un’arma nucleare». Così, infine, Donald Trump ha riassunto su Truth la telefonata «ottima» avvenuta ieri con la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen. Nella quale è stato anche toccato il tema «caldo» dell’accordo commerciale Ue-Usa che azzerava i dazi a fronte di impegni commerciali europei. Gli eurodeputati ne ritardano l’approvazione, da settimane, per ottenere garanzie. Trump aveva prima minacciato nuove tariffe sulle auto. Ora dà due mesi al Bruxelles per licenziare l’accordo: «tempo fino al 4 luglio, o i dazi saliranno subito a livelli molto più alti». E intanto, negli Usa, un giudice federale (la Corte del Commercio Internazionale) ha assestato un altro colpo al tycoon sulle tariffe: sarebbero illegali quelle del 10% imposte come «rimedio» dopo lo stop della Corte Suprema.