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 2026  maggio 08 Venerdì calendario

La visita di Rubio a Leone XIV

La durata, anzitutto. Il segretario di Stato americano Marco Rubio, ieri mattina, ha raggiunto il Vaticano e vi è rimasto due ore e mezzo, al netto di qualche ritardo: l’udienza con il Papa è durata «oltre quarantacinque minuti», più della consueta mezz’ora prevista, e anche l’incontro con il cardinale Pietro Parolin, suo omologo vaticano, è andato ben oltre la formalità. Non era un incontro facile, viste le premesse. Gli attacchi di Trump al Papa, cominciati il mese scorso e ripetuti nell’ultima settimana fino alla sera della vigilia, non rappresentavano la premessa migliore ai colloqui «cordiali», l’aggettivo canonico che la Santa Sede non nega quasi a nessuno: solo nella settimana di Pasqua, la telefonata con il presidente israeliano Isaac Herzog era stata definita un «colloquio» e basta, dettaglio che non passò inosservato.
Il solito sorriso sereno di Prevost, quello un filo più teso di Rubio: le immagini, se non altro, mostrano un ritorno alla normalità dei rapporti diplomatici, quel galateo istituzionale che l’indole del presidente americano ha reso meno scontata. «Che piacere rivederla, è passato quasi un anno!», si presenta di nuovo Rubio. E il Papa: «Uno, meno dieci giorni!», anche perché un anno prima stava nel conclave che l’avrebbe eletto l’indomani, l’8 maggio 2025, un anno giusto oggi. Strette di mano, presentazioni, il segretario di Stato americano accompagnato della moglie Jeanette, gli scambi di doni.
La Santa Sede, comunque, ci metterà diverse ore prima di diffondere, nel pomeriggio, una nota ufficiale che trasuda cautela. Rubio aveva subito diffuso la foto dell’udienza per «sottolineare il nostro impegno condiviso nel promuovere la pace e la dignità umana», mentre un comunicato del Dipartimento di Stato informava che si era discusso «della situazione in Medio Oriente e di temi di reciproco interesse nell’emisfero occidentale» e assicurava: «L’incontro ha sottolineato il solido rapporto tra gli Stati Uniti e la Santa Sede, nonché il loro impegno comune a favore della pace e della dignità umana». Assai più prudente la nota vaticana, limata con acribia in ciascuna delle sette righe. Anzitutto, «è stato rinnovato il comune impegno per coltivare buone relazioni bilaterali tra la Santa Sede e gli Stati Uniti d’America», si legge, e quel «rinnovato» indica se non altro la consapevolezza che i rapporti potrebbero essere migliori di quanto non si sia visto negli ultimi tempi. Chiarito questo, «vi è stato poi uno scambio di vedute sulla situazione regionale e internazionale, con particolare attenzione ai Paesi segnati dalla guerra, da tensioni politiche e da difficili situazioni umanitarie, nonché sulla necessità di lavorare instancabilmente in favore della pace». C’è ancora da lavorare.
Sono ormai le due del pomeriggio quando Rubio conclude il secondo incontro, saluta anche il cardinale Parolin ed esce dalle Mura vaticane. Per lui non è finita, oggi incontrerà a Palazzo Chigi la premier Giorgia Meloni. Anche lui sa che la situazione non è certo risolta e le distanze restano, pure al di là delle uscite di Trump che ha tentato di giustificare sostenendo che il presidente fosse stato male interpretato. Ieri sera si è rilassato con una cena in un ristorante in piazza del Popolo, nel centro di Roma. È evidente che Leone «va avanti per la sua strada», come diceva Parolin, e non deflette dall’essenziale: «La missione della Chiesa è annunciare il Vangelo, predicare la pace». Allo scambio tradizionale di doni, Marco Rubio porge al Papa un fermacarte di cristallo a forma di palla da baseball: «You’re a baseball guy», dice quasi a giustificarsi, un appassionato, «che cosa regalare a uno che ha già tutto?». Prevost, imperturbabile, ricambia con due libri illustrati sul palazzo Apostolico e la Sistina, quindi gli porge una penna in legno d’ulivo, la soppesa e fa notare: «L’ulivo è una pianta di pace».