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 2026  maggio 07 Giovedì calendario

Cina, condanne a morte (sospese) per gli ex ministri della Difesa

La Commissione militare centrale cinese, decimata dalle epurazioni, è nelle salde mani di Zhang Shengmin il capo dell’anticorruzione militare e, soprattutto, del presidente Xi Jinping che la presiede in qualità di Comandante in capo della Difesa. L’urgenza, infatti, più che rimpiazzare i posti vuoti del massimo organo decisionale militare, per Xi Jinping è quella di portare a termine il repulisti, suggellando le inchieste aperte con condanne esemplari.
Il lavoro da completare
Per questa ragione la mannaia si è abbattuta sul collo di due ex ministri della Difesa da tempo sotto inchiesta, vittime della prima ondata di purghe degli alti vertici militari iniziata tre anni fa. Massima pena, condanna a morte anche se sospesa, per Wei Fenghe e Li Shangfu, un’altra mossa esemplare, un misto di fermezza e clemenza se si considera che il vento dell’anticorruzione soffia forte sul versante militare: ultima vittima, eccellente, il capo dell’esercito Zhang Youxia finito sotto inchiesta con il generale Liu Zhenli.
Bisogna dare l’esempio ai vertici in carica. Il Partito ha ora il pieno controllo delle Forze Armate, perché la caduta del capo dell’esercito ha demolito la Commissione militare centrale alla quale mancano cinque componenti ancora da rimpiazzare.
Un destino segnato
La sorte di Wei Fenghe e Li Shangfu, indipendentemente da tutto, anche dalla loro vicinanza con Xi Jinping, era segnata dal Quarto Plenum che ha sigillato un regolamento di conti provvisorio, proiettando ai vertici della difesa il generale Zhang Shengmin, il capo dell’anticorruzione militare che aveva condotto l’istruttoria su nove colleghi accusati di gravi violazioni: He Weidong, Miao Hua, He Hongjun, Wang Xiubin, Lin Xiangyang, Qin Shutong, Yuan Huazhi, Wang Chunning e Zhang Fengzhong, espulsi dal Partito, mentre Zhang Shengmin, in carriera, veniva nominato vice della Commissione militare centrale.
Wei Fenghe e Li Shangfu, erano state le prime pedine a cadere. «Solo un Partito che prospera può rendere forte il nostro Paese», è la frase che ha chiuso il Plenum.