Il Messaggero, 7 maggio 2026
Intervista a Luciano Derderi
Respira aria di casa. Sì, perché anche se è nato a Villa Gesell, ad una quarantina di chilometri da Mar del Plata, per Luciano Darderi «Roma è un pezzo della mia storia che ha contribuito a farmi diventare quello che sono oggi». Così, quando scende le scalette di Casina Poste e Parco Fluviale sul Lungotevere Flaminio per presenziare all’evento Asics, è immediatamente a suo agio.
Ne è passato di tempo da quando sbarcò da solo a Fiumicino in calzoncini corti convinto che fosse estate mentre in Italia era inverno...
«È vero, un freddo! Mi accolse un amico di mio papà, Marcello Macchione, che poi mi ha ospitato a casa sua. Roma è nel mio cuore, ho vissuto qui quattro anni, ho tanti amici, tra cui Simone, il figlio di Marcello. È l’unico torneo Master 1000 che abbiamo in Italia e quando sei in campo quell’ora e mezza te la vuoi godere tutta. Confido di riuscirci anche quest’anno».
Ha iniziato il 2026 con la vittoria a Santiago, ha perso in semifinale a Marrakech poi si è un po’ fermato a Montecarlo, Monaco e Madrid. Che cosa è accaduto?
«È troppo severo, non la vedo così... Sì forse non ho giocato il mio miglior tennis ma alla fine parliamo di tornei importanti. Forse potevo fare qualcosa in più con Hurckaz, ma parliamo sempre di un tennista che è stato numero 5-6 del mondo e quindi anche quando non è al 100% è difficile da affrontare. A Monaco con Kopriva ho sofferto il freddo mentre a Madrid mi sono ritrovato, al di là della sconfitta ai sedicesimi con Cerundolo. Ora sono pronto, gli allenamenti stanno andando bene, questo è il torneo ideale per fare il salto di qualità».
Guardando il tabellone, dove pensa di poter arrivare?
«Giocherò con Hanfmann. Non faccio pronostici, devo acquisire fiducia subito, perché così mi carico. Non è semplice però. Magari un giorno sei un leone con un top 20, quello dopo fatichi con chi è più giù in classifica. Ci sono tanti giovani forti che stanno salendo, basta guardare Madrid dove Blockx è arrivato in semifinale e Jodar ha perso soltanto contro Sinner».
A proposito di Jannik, se potesse rubargli qualcosa, su cosa si concentrerebbe?
«La mentalità, è pazzesca. È un ragazzo che non si accontenta mai, che vuole costantemente migliorarsi e riesce ad essere sempre lucido nei momenti importanti».
Quest’anno lo ha affrontato a Melbourne e ha rischiato di vincere un set.
«Sì, nei primi due non ci ho capito nulla, ero troppo teso. Poi quando sono andato sotto 2-0 paradossalmente mi sono sciolto, lui è un po’ calato e sono arrivato al tie-break. Subito mini-break e servo per andare 3-0. All’improvviso una bambina in tribuna comincia a piangere. Mi sono fermato. Non sapevo che fare: se servire, continuare. Alla fine ho aspettato e quando siamo ripartiti ho subito la rimonta. Magari avrei perso ugualmente perché Jannik è specialista quando tutto sembra perduto. Però fossi andato 3-0, chissà...»
Con Sinner non ci si sta abituando un po’ troppo alla vittoria?
«Ne parlavo proprio un paio di giorni fa. Lui ormai vince così tanto che quando a noi capita di affermarci in un torneo non se ne accorge nessuno. Ma la normalità non è lui che vince 5 Atp 1000 di fila...».
Ogni tennista ha i suoi riti scaramantici, i suoi?
«Non ci crederà, ma cambiano di torneo in torneo. In alcuni faccio la doccia prima di giocare, in altri il grip alla racchetta lo mette il mio allenatore o mio padre. A volte se inizio a bere il caffè prima dei match lo faccio finché vado avanti, se sto perdendo mi levo il cappellino. Ora proprio per questo motivo mi sono tagliato i capelli. Sono un po’ matto, ma lo sono bene o male tutti i tennisti».
Le va di raccontare il rapporto che aveva con sua nonna?
«Senza di lei non sarei qui. È stato un rapporto forte, mi manca tantissimo. Ho solo un tatuaggio, con il suo nome. Basta guardarlo durante la partita e mi dà forza. Nonna conosceva il mio sogno di diventare un giocatore professionista e mi ha sempre aiutato, di nascosto da mio nonno. È arrivata a darmi tutta la pensione per comprare le racchette, farle incordare, supportarmi nei viaggi, mangiare. Una donna eccezionale. Non c’è una partita dove ad un cambio di campo o in un punto importante non mi rivolgo a lei chiedendole aiuto».
Lei è nato in Argentina ma ha deciso poi di giocare per l’Italia, ci spiega il motivo?
«Nonno era di Fano, emigrato in Argentina dopo la seconda guerra mondiale. Mio papà, Gino, è nato in Argentina ma ha vissuto 30 anni in Italia, facendo il maestro di tennis. Ed è stato lui a spingermi a venire qui. Io di papà mi sono sempre fidato ciecamente, per me è tutto. Il primo torneo fatto in Italia è stato a L’Aquila e l’ho vinto. Ero piccolo, ma insieme a me c’erano Musetti, Cobolli. Insomma lo vinco e ho l’opportunità avendo doppio passaporto di rappresentare l’Italia al mondiale Under 10. E da lì ho continuato. Ora sono di nuovo a Roma. E voglio restarci il più possibile».