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 2026  maggio 06 Mercoledì calendario

Il Giro parte dalla Bulgaria per 15 milioni di motivi

Per milioni di motivi – una quindicina, ufficiosamente – una volta ancora il Giro d’Italia si è regalato una partenza dall’estero, stavolta dalla Bulgaria, un grande boh del ciclismo arrivato a organizzare una Grande Partenza come già capitato un anno fa all’Albania, e poi a ritroso a Ungheria (2022) e Israele (2018).
Politica, strade, milioni e ciclismo
Detto subito il perché, c’è da considerare anche il quando. La Bulgaria è in fase di ricostruzione politica dopo il suo ingresso nell’Eurozona, e ad aprile, alle elezioni, ha vinto lo schieramento dell’ex presidente Rumen Radev, filorusso, ex top gun, leader di un partito nato in pochi mesi, in tempo per dominare la tornata elettorale. Il Giro atterra come sempre con la benedizione della Farnesina – che attraverso l’agenzia ITA, Italian trade agency, è sponsor della maglia ciclamino – e l’obiettivo di fare cassa. L’investimento per i bulgari è doppio, altri 15 milioni sono andati al rifacimento delle strade toccate dalle tre tappe, da domani a domenica: la prima va da Nessebar a Burgas. Poi si toccheranno anche Veliko Tarnovo, Plovdiv e Sofia.
Bulgaria con scarsa cultura ciclistica
Nessuna cultura del ciclismo e nessun ciclista di livello appena interessante. Ma il ministro dello sport Dimitar Iliev ha definito il Giro come «il più grande evento mai organizzato in Bulgaria». Dieci anni fa, quando la Corsa Rosa si mosse da Apeldoorn, in Olanda, in piazza c’era quasi un milione di persone. A Burgas, ieri, alla presentazione ufficiale dei team, si è riusciti a riempire un’arena all’aperto sul lungomare, con curiosi attirati dai manifesti apparsi solo negli ultimi giorni in città. Sul palco la Lotto ha portato soli 5 corridori: i 3 assenti starebbero combattendo contro la gastroenterite, causata forse da sterco di mucca trovata in abbondanza sulle strade di una corsa in Belgio.
I vertici della federazione bulgara
In questa anticlimax si inserisce un discorso più ampio sull’opportunità, in tempi come questi, di grandi trasferimenti aerei – dalla Bulgaria alla Calabria lunedì, e poi la sera del 30 maggio dal Friuli a Roma per l’ultima tappa –. In più la Federciclismo bulgara è stata decapitata ad agosto: presidente e vice sono stati destituiti e interdetti per due anni dalla commissione etica Uci per ripetute violazioni. Gli stessi, però, figurano sull’organigramma federale ora nel board esecutivo.
Il fascino del Giro d’Italia
Nel ciclismo dei potentati mediorientali, delle multinazionali del petrolio, dei fenomeni epocali che però lo guarderanno in tv mentre preparano il Tour (Vingegaard è l’unica eccezione), il Giro è un vaso di coccio tra vasi di acciaio. Però amato perché sta lì, perché è maggio, perché al Giro è impossibile non voler bene. Si parte dal Mar Nero, dalle strade in pietra e dalle botteghe di Nessebar, conquistata anche da Amedeo VI di Savoia nel 1366, alla testa di un gruppo di crociati. Una volta ancora il Giro è una crociata al contrario, dall’Est fino a Roma. Poteva esserlo ancora di più se si fosse concretizzata l’occasione Abu Dhabi, altra ipotesi sul tavolo la scorsa estate, così come l’Arabia Saudita. Il fondo Pif si è poi sfilato. E anziché scritte esotiche, la maglia rosa ha trovato uno sponsor domestico, la regione Friuli-Venezia Giulia, ufficializzato non più di 10 giorni fa.
La strada dell’est intrapresa 30 anni fa
Sarà il primo senza Mauro Vegni, lo storico direttore ora in pensione, e il primo senza la bonaria benedizione dell’avvocato Carmine Castellano, salito lassù a guardarlo da un’altra prospettiva. Lui era stato il primo a prendere la strada dell’Europa orientale, 30 anni fa ad Atene. Ma era il centenario della prima Olimpiade e della Gazzetta dello Sport e, come si dice, ci poteva stare.