repubblica.it, 7 maggio 2026
Il nuovo programma Usa antidroga sembra un piano di guerra
In questi giorni la Casa Bianca ha depositato il suo nuovo piano di guerra. Non contro una potenza straniera. Non contro un esercito nemico. Contro la droga. Ma soprattutto contro ciò che gli Stati Uniti hanno deciso di raccontare come una minaccia esistenziale interna: il fentanyl. La National Drug Control Strategy 2026 è un documento di 195 pagine che segna una rottura politica, culturale e persino semantica con tutto ciò che Washington aveva prodotto finora sul narcotraffico. Non siamo davanti a un piano sanitario. Né a una strategia di prevenzione. Siamo davanti alla teorizzazione di una guerra permanente.
C’è una frase che si legge nel rapporto che racconta meglio di qualsiasi slogan la natura del documento appena pubblicato: “This Strategy serves as our order of battle”. Ordine di battaglia. Non piano sanitario. Non politica pubblica. Ordine di battaglia. Bisogna partire da qui per capire che cosa l’America di Donald Trump abbia deciso di fare della guerra alla droga. Perché nelle pagine diffuse dalla Casa Bianca non c’è soltanto una nuova offensiva contro il fentanyl. C’è qualcosa di più profondo e radicale: la trasformazione del narcotraffico in una minaccia di sicurezza nazionale assimilabile al terrorismo internazionale.
Il documento usa un lessico che gli Stati Uniti avevano riservato finora alle guerre esterne. Il fentanyl viene definito una “weapon of mass destruction”, arma di distruzione di massa. Un laboratorio clandestino di Sinaloa viene collocato, nella gerarchia delle minacce, accanto a un impianto chimico che produce sarin. I cartelli messicani diventano Foreign Terrorist Organizations. I precursori chimici cinesi sono descritti come componenti di una “chemical assault” contro il popolo americano. È il punto di rottura. La droga non è più soltanto criminalità. È guerra. E se è guerra, tutto cambia.
La droga viene descritta come un’aggressione straniera contro il corpo della nazione americana. E il fentanyl diventa il simbolo assoluto di questa mutazione: arma di distruzione di massa. Non narcotico. Non sostanza illegale. Arma chimica. E diventa sicurezza nazionale. Il piano della Casa Bianca usa apertamente l’architettura politica costruita dopo l’11 settembre: cartelli classificati come organizzazioni terroristiche straniere, strumenti antiterrorismo, sanzioni finanziarie, intelligence offensiva, controllo delle frontiere, sorveglianza preventiva, task force federali integrate.
L’America trumpiana prende la vecchia guerra alla droga e la trasforma in una guerra interna contro il disordine. La distinzione è fondamentale. Perché il bersaglio non sono soltanto le sostanze. Sono le filiere globali. Il nemico principale è la Cina. Il documento accusa Pechino di avere consentito, e in alcuni passaggi quasi favorito, l’esportazione di precursori chimici utilizzati per produrre fentanyl e metanfetamine. L’India compare come il possibile successore strategico della Cina nella filiera mondiale dei precursori. Il Messico viene trattato come una piattaforma territoriale ostile: Washington pretende sequestri, distruzione dei laboratori clandestini e smantellamento del controllo dei cartelli. La Colombia resta il nodo storico della cocaina. Il Canada entra nel dispositivo come partner obbligato di intelligence e repressione. È il ritorno dell’America che detta condizioni. Non coopera: ordina. E il documento lo dice apertamente.
Gli alleati devono dimostrare “political will”, volontà politica. Devono fare ciò che Washington considera necessario per fermare il flusso di sostanze verso gli Stati Uniti. Dentro questa logica cade anche il commercio globale. La supply chain internazionale viene descritta come il travestimento perfetto del narcotraffico. Pacchi postali, spedizioni rapide, e-commerce, logistica: tutto diventa sospetto. La Casa Bianca annuncia una stretta sulle importazioni “de minimis”, cioè i piccoli pacchi che entrano con controlli doganali ridotti. Un miliardo di spedizioni all’anno considerate potenziale veicolo del veleno sintetico. Le imprese vengono avvertite. Aziende chimiche, farmaceutiche, piattaforme logistiche e trasportatori rischiano sanzioni e incriminazioni anche per “willful blindness”: cecità volontaria. Non sapere non sarà più una giustificazione.
Ma il documento rivela il suo volto più ideologico sul fronte interno. La guerra non riguarda solo i cartelli. Riguarda anche la società americana. I derivati psicoattivi della canapa, il delta-8 THC, le gummies, i vape, vengono descritti come minacce che colpiscono i giovani. Il kratom entra nel catalogo delle sostanze da regolamentare severamente. Amanita muscaria, tianeptina, “legal psychedelics”: tutto viene inserito nella stessa mappa del pericolo. La riduzione del danno scompare dal centro della scena. Al suo posto compare un’altra idea: la restaurazione morale. Ed è qui che il documento compie il passaggio più inquietante. La fede entra ufficialmente nella strategia antidroga federale. “Adding God into the equation brings a special power”, aggiungere Dio all’equazione porta un potere speciale, scrive la Casa Bianca.
Le comunità religiose vengono chiamate a diventare parte integrante della cura e della prevenzione. Non solo medicina, ma redenzione.Il risultato è una miscela potentissima di sicurezza nazionale, moralismo conservatore e tecnologia di sorveglianza. Perché parallelamente la strategia immagina una raccolta permanente di dati: acque reflue monitorate, algoritmi predittivi, intelligenza artificiale, cartelle cliniche, analisi tossicologiche, social media. Ogni overdose deve produrre intelligence. Ogni sequestro deve alimentare il sistema. La promessa ufficiale è salvare vite. Ma leggendo le 195 pagine della nuova strategia americana si capisce che l’obiettivo reale è più vasto: costruire una nuova architettura del controllo interno americano. E il fentanyl, più che una droga, diventa il pretesto perfetto per farlo.