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 2026  maggio 07 Giovedì calendario

Intervista a Evelio Menjivar-Ayala

«Ogni volta che sento la notizia di un migrante ammazzato in Messico, o lasciato soffocare nel bagagliaio di un’auto negli Usa penso che io potevo essere quella persona». E si capisce, perché è la vera storia di Evelio Menjivar-Ayala. Da ora in poi tutti dovranno chiamarlo eccellenza, perché il papa missionario Leone lo ha nominato vescovo di Wheeling-Charleston in West Virginia, ma lui era entrato da clandestino, nascosto dentro un portabagagli.
Cominciamo dall’infanzia?
«Sono nato in Salvador, appena finita la guerra con l’Honduras, e sono cresciuto in una zona rurale molto povera. Ricordo come fosse oggi quando venne ucciso l’arcivescovo Óscar Romero. Mia madre mi disse: “Adesso scoppierà la guerra civile”. Ci ritrovammo nel mezzo, fra esercito e guerriglia, perseguitati da entrambi. Fummo costretti a scappare, trattati da rifugiati nel nostro Paese. Perciò a 18 anni decisi di fuggire negli Usa».
Perché?
«La guerra era feroce».
E ci provò tre volte ad entrare?
«La prima finì a Tijuana, in Messico, dove la polizia locale ci arrestò e deportò. La seconda arrivammo in Guatemala, ma il trafficante che ci portava disse che era troppo pericoloso e ci abbandonò. La terza mia sorella, già emigrata negli Usa, assoldò un altro coyote per noi, però fummo arrestati nel Chiapas. Pagammo una mazzetta e ci liberarono. Quindi arrivammo al confine e un americano ci nascose nel portabagagli della sua auto».
Cosa ricorda di quei momenti?
«Il terrore del passaggio alla frontiera di San Ysidro. L’uomo ci aveva avvertito: quando sentite che alzo la musica dovete smettere di respirare, perché ci sono le guardie».
Come giustifica di essere entrato illegalmente?
«Disperazione e sopravvivenza, come tutti. Non avevo altre opzioni».
Quando è uscito dal portabagagli cosa è successo?
«Siamo arrivati a Los Angeles e mia sorella ha assunto un avvocato per chiedere asilo. Ho iniziato a lavorare come portiere di uno studio legale, poi addetto alla manutenzione di una clinica. Dopo la rivolta per l’aggressione a Rodney King mi sono trasferito in Maryland a fare l’imbianchino».
E allora ha scoperto di avere la vocazione?
«Da tempo ero impegnato nel servizio per i giovani della parrocchia. Feci domanda al seminario e nonostante fossi completamente impreparato venni accettato. Segno della provvidenza».
Gesù dice: “Ero straniero e mi avete accolto”. Cosa significa, nell’America dove l’Ice arresta davanti a scuole e ospedali?
«È la mia storia, sono stato accolto. Per me difendere la dignità degli immigrati è un fatto personale, oltre a un dovere a cui ci chiama Cristo. Non è politica, è Vangelo».
Se passasse oggi da San Ysidro, magari finirebbe nelle prigioni del presidente del Salvador Bukele.
«È vero, ogni volta che sento della morte di un migrante mi identifico. Ma penso anche alle persone che si autodeportano, dopo vent’anni negli Usa, perché sentono di non avere più futuro. Essere un immigrato senza documenti ormai è uno stigma, anche se sei onesto e contribuisci alla società».
Non è una scelta politica dell’amministrazione Trump?
«Sì, ma ogni decisione politica deve anche essere umana. La Chiesa riconosce che i governi hanno il diritto di gestire gli ingressi nei Paesi, però propugna un trattamento umano per il rispetto della dignità di ogni persona. In molti casi non c’è stato».
Perché?
«È la tattica della paura. E per certi versi sta funzionando, perché gli arrivi sono molto diminuiti. Nessuno dovrebbe essere nelle mani dei trafficanti».
Allora cosa vorreste?
«Primo, creare condizioni di sicurezza e opportunità nei Paesi di origine, affinché la gente non abbia più necessità di scappare. Secondo, una riforma dell’immigrazione che faciliti l’ingresso di chi vuole venire legalmente, e protegga chi è qui da molto tempo, ha contributo onestamente alla società, ma ora vede il sogno americano trasformarsi in incubo».
Perché l’amministrazione non lo fa?
«È una tattica per ottenere voti, ma non sta funzionando. Gli americani vedono i loro vicini onesti, i compagni di scuola, i parrocchiani, arrestati e deportati. Le imprese sono in difficoltà perché perdono i dipendenti. Questa tattica ha fruttato in passato per raccogliere voti, ma forse non funzionerà alle prossime elezioni».
Gesù dice: “Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio”, ma Trump critica Leone perché si oppone alla guerra.
«Tutti i conflitti provocano solo morte, sofferenze e rifugiati, dall’Ucraina a Gaza. E ora l’Iran, dove la guerra è iniziata senza alcuna minaccia di aggressione imminente».
Oggi il segretario di Stato Rubio sarà in Vaticano e Trump ha accusato Leone di accettare l’atomica all’Iran.
«È assolutamente falso. Il Papa ha sempre ripetuto di essere contro la proliferazione nucleare e i regimi oppressivi, ma questa era l’unica maniera per raggiungere gli stessi obiettivi? Noi saremo sempre in favore della prevenzione delle guerre».
Trump ha detto che Prevost non sarebbe Papa senza di lui.
«Viviamo in una cultura molto sensibile, non bisognerebbe mai parlare in modo dispregiativo degli altri. Non so quanto fosse serio, ma non dovremmo prenderlo seriamente».