Corriere della Sera, 7 maggio 2026
Andrea De Sica parla del nonno Vittorio e di sé
La «mossa» di Sophia.
«Nonno Vittorio camminava strusciando i piedi e ancheggiando leggermente. Per questo lo chiamavano er ciavatta. Sul set le mostrò come fare la scena. E la Loren lo imitò, ondeggiando i fianchi proprio come lui. Nacque così quella sua celebre andatura sensuale». Andrea De Sica, 44 anni, occhi verdi, doppio orecchino, regista, è figlio di Manuel (compositore, scomparso nel 2014) e di Tilde Corsi (produttrice cinematografica), nipote di Christian (lo zio, papà del cugino Brando).
E soprattutto del grande Vittorio, protagonista del docufilm Vittorio De Sica-La vita in scena, unica opera italiana presente nella selezione ufficiale del Festival di Cannes, sezione Classics – regia di Francesco Zippel – di cui Andrea è produttore creativo. «Ci abbiamo lavorato due anni, è un racconto intimo e corale della nostra grande famiglia, ci siamo tutti».
Non l’ha mai conosciuto.
«Purtroppo no, è morto prima che nascessi».
Due flash dal passato.
«Durante la guerra, lui e suo fratello Elmo nascosero una famiglia di ebrei in una casa sfitta ai Parioli. Si raccomandarono : “Dovete vivere di notte e dormire di giorno”. Accadde che poco dopo morì la domestica. Elmo andò a Cinecittà, prese un’ambulanza di scena, si travestì da infermiere e portò la poveretta al cimitero ebraico».
Il secondo.
«Finita la guerra, c’era la miseria più nera. Per guadagnare qualcosa, nonno pensò di tornare in teatro, con la compagnia di Giuditta Rissone, la sua prima moglie. Nonna Maria per gelosia lo obbligò a continuare con il cinema. “Altrimenti non mi vedi più”. Non si sentirono per due settimane. Poi lei lo chiamò: “Che fai?”. “Dei sopralluoghi per un film”. Era Sciuscià. Senza il quale, riflettendoci, io oggi non sarei qui».
Aveva due famiglie.
«E dormiva in due case. La prima moglie e la figlia Emi stavano ai Parioli. Nonna Maria con mio padre e zio Christian all’Aventino. Elmo, che gli faceva da aiuto regista, aveva l’incarico di badare a loro. E di comprare tutti i giornali scandalistici all’edicola sotto casa, perché non li trovassero i ragazzi, che già venivano chiamati “figli di m...”, solo perché Vittorio si era messo con un’attrice più giovane e non si erano ancora sposati».
A Capodanno.
«Mandava l’orologio un’ora indietro per festeggiare con tutte e due. Finché un giorno, erano già grandi, Emi telefonò a Christian e a mio padre: “Perché non ci vediamo?”. Fu organizzato un incontro in centro, zona neutra. Da allora hanno avuto un rapporto strettissimo».
Vittorio De Sica bruciò una fortuna al gioco.
«Era nato povero. Non riusciva a smettere, anche se perdeva. Finché non restava in mutande non tornava in camera. All’inizio della sua carriera, lo zio Christian cantava al Casinò di Monte Carlo. Perciò, all’alba, gli capitava di incontrarsi. Nonno raccontava che un’ala intera era stata costruita con i suoi soldi».
Appuntamento a pranzo.
«Nonna Maria e Christian, che avrà avuto 6 anni, arrivarono per primi al ristorante. Vittorio era in ritardo. Al loro tavolo c’era già seduto un signore anziano che parlava solo inglese. Sorrise e cominciò a fare dei giochetti con la bombetta nera per divertire il bambino. Quando vide arrivare il padre, Christian gli andò incontro. “Papà, c’è un vecchio che fa lo scemo col cappello”. E nonno: “Ma stai zitto, che quello è Charlie Chaplin!”».
Ancora Sophia.
«Quando Carlo Ponti per La Ciociara propose lei per il ruolo della ragazzina violentata dai soldati, nonno non era d’accordo. “Figurati, una come Sophia a quelli li gonfiava di botte”. E le assegnò la parte della madre».
Albertone.
«Nonno e Sordi erano molto amici. Vittorio lo scoprì ascoltando la radio e produsse il suo primo film Mamma mia che impressione! Diceva di lui come attore: “Alberto ha il demonio dentro”.
Che avrebbe pensato Vittorio dei suoi orecchini?
«Forse niente. Era una persona profondamente anticonformista, uno sperimentatore. Ha parlato degli ultimi e degli emarginati, faceva lavorare gente di strada. Camminando per via Veneto incontrò due lustrascarpe ragazzini, ci si mise a parlare e li seguì al Galoppatoio. Da quella chiacchierata nacque Sciuscià. Per Miracolo a Milano scelse dei veri homeless, che durante le riprese si ubriacavano e si addormentavano, li svegliava con le secchiate d’acqua».
I premi.
«Non ci teneva. Ha vinto quattro Oscar, non ne ha ritirato nessuno: “Mi angosciano, la volta dopo hai l’obbligo di essere all’altezza”».
La (fintissima) sparatoria nel salotto all’Aventino.
«Avevo incollato delle miccette su un paio di riviste e le infilai sotto alla maglietta, per proteggermi dagli scoppi, con gli stoppini che spuntavano dai buchi nel tessuto. Poi gli diedi fuoco con l’accendino mentre mio cugino Brando mi sparava con una pistola giocattolo e girava la scena».
E come andò il ciak?
«Le miccette esplosero, io gridai e stramazzai a terra, fingendomi morto. Mentre la governante, ignara della nostra messinscena, correva fuori urlando terrorizzata».
Quanti anni avevate?
«Io dieci, Brando otto e mezzo, siamo cresciuti insieme, per me è un fratello».
Ha mai voluto fare altro?
«No, anche se mio padre Manuel mi comprava chili di mattoncini Lego sperando che diventassi ingegnere».
Figurati.
«In famiglia si andava spessissimo al cinema o ci si riuniva in salotto con le serrande chiuse. Papà era il mio cineforum. Aveva una collezione di 40 mila Vhs: registrava film dalla tv anche alle 4 di notte».
Suo zio Christian si presentava al Nazareno con l’autista e i compagni lo sfottevano.
«Io frequentavo il Cattaneo di Testaccio, ho avuto l’autista solo il primo anno, guidava l’auto di mamma. All’inizio fui visto come un figlio di papà. Ma ho ancora tanti amici conosciuti su banchi».
Scartato dal Centro sperimentale di Cinematografia.
«Non mi volevano per principio. “Già ti chiami De Sica, non è giusto”. Mi fecero arrivare settimo su sei. Ma uno dei prescelti rinunciò e così entrai. Però ai compagni di corso stavo simpatico».
Suo padre vi lasciò presto.
«Papà era un talento sensibile e fragile, suonavamo il piano insieme. Doveva fare le musiche per il mio primo film, I figli della notte. Alla fine le ho composte io».
Lo zio Christian De Sica.
«Ha un carisma straordinario, prima ero quasi timido con lui. Il dolore per la morte di papà ci ha uniti di più».
Farete un film insieme?
«Magari, ci penso spesso».
I cinepanettoni li guarda?
«Certo. È catarsi pura, liberatoria. Il mio preferito resta il primo Vacanze di Natale».
Ne girerà mai uno?
«No. Ma in fondo la serie Baby per Netflix, sulle giovani squillo dei Parioli, rappresenta un po’ il retroscena cupo di quel mondo di Roma nord».
Assistente di Bertolucci.
«Stavo passando un periodo agitato. Roberto De Paolis mi disse: “Vieni con me a Parigi, c’è Bertolucci che sta girando The Dreamers. Lo incontrai, mi prese. La notte non dormivo per l’emozione. Arrivavo sul set quattro ore prima, all’alba, con i camionisti».
Certo che diventare regista con quel cognome addosso è dura.
«Hai un macigno che ti schiaccia. Mio nonno ha fatto film inarrivabili, il mio preferito è Ladri di biciclette, è perfetto. Il cognome aiuta anche molto. È una fortuna. Alla fine però mi sono ritagliato una strada mia. E mi sento abbastanza risolto. A 18 anni invece mi faceva più paura, soffrivo di attacchi di panico».
E poi?
«Diciamo che mi sono fatto un mazzo così. Del primo film I figli della notte la critica ne scrisse benissimo. Ed è stato come togliermi un elefante dalla schiena».