Corriere della Sera, 7 maggio 2026
Savi, la Procura vuole interrogarlo
È un uomo giunto ormai alla fine dei suoi anni, devastato dal carcere, che tenta di ottenere qualche beneficio, oppure ancora quel terribile criminale che, nonostante vestisse la divisa della polizia, con i fratelli Fabio e Alberto, uccise 23 persone innocenti, ferendone oltre cento? È la domanda che in queste ore si fanno in molti dopo l’intervista a Roberto Savi, capo della banda della Uno Bianca, andata in onda martedì sera a Belve Crime di Francesca Fagnani.
Intanto a Savi, 72 anni, diversi ergastoli da scontare, i pm bolognesi chiederanno di farsi interrogare. Perché, tra frasi lasciate a mezz’aria e allusioni, nell’intervista ha rivelato un particolare importante: l’assalto all’armeria di via Volturno a Bologna (2 maggio 1992) non fu fatto per rapinare armi ma fu un’esecuzione. «Capolungo doveva morire perché era ex dei Servizi particolari dei carabinieri».
Si tratta di Pietro, padre dell’attuale presidente dei familiari delle vittime della Uno Bianca Alberto Capolungo, all’epoca carabiniere in pensione che dava una mano alla titolare dell’armeria da cui non solo i Savi si rifornivano ma anche altri uomini in divisa. Quegli stessi uomini su cui la Procura di Bologna, guidata dal procuratore Paolo Guido, il magistrato che ha firmato l’arresto di Matteo Messina Denaro, sta indagando.
Gli inquirenti, dopo un esposto degli avvocati dei familiari Luca Moser e Alessandro Gamberini, hanno incaricato Ris, Digos e Ros di ripassare al setaccio i vecchi faldoni, i reperti, tracce biologiche mai attribuite. Proprio quest’indagine sta dando i suoi frutti: la Procura, secondo quanto trapela, ha in mano diverse evidenze di complici che vestivano una divisa, non solo dell’Arma, che parteciparono ai crimini della banda, probabilmente garantendone anche l’impunità. A questi possibili complici rimasti nell’ombra e mai identificati – ne sono convinti i legali Gamberini e Moser – Savi avrebbe voluto mandare un messaggio, dicendo e non dicendo. «Andavo ogni settimana a Roma», afferma a un certo punto. «A incontrare i Servizi?», gli chiede Fagnani. «Ma sì, quelli ci hanno aiutato, non ci hanno fatto prendere e poi ci hanno fatto prendere». Che quella di via Volturno sia stata un’esecuzione è anche la pista battuta dai pm bolognesi, che proprio sui registri dell’armeria hanno condotto diversi accertamenti, anche calligrafici. L’ipotesi è che Capolungo, da ex carabiniere, avesse capito che alcuni clienti, come i Savi, acquistavano polvere da sparo per ricaricare i bossoli utilizzati, ad esempio, negli assalti ai campi nomadi. «Capolungo ne parlò con qualcuno, forse proprio dei Servizi dei carabinieri – osserva Gamberini —, ma così potrebbe aver firmato la sua condanna a morte».
Le dichiarazioni di Savi non sarebbero affidabili invece per il sindaco di Rimini Jamil Sadegholvaad: «Un tentativo patetico e “telefonato” di riaprire quello che è già scritto nelle carte e nei processi», mentre per il primo cittadino di Bologna Matteo Lepore «di fronte alle sue dichiarazioni, che evocano connivenze di apparati dello Stato, riteniamo necessario ogni approfondimento possibile». Eva Mikula, invece, all’epoca fidanzata 19enne di Fabio Savi, processata e poi assolta, coglie l’occasione per ribadire che «ho ricevuto dure conferme: ero una testimone e detto da lui che i testimoni li uccideva, sono una sopravvissuta». L’ex poliziotto, infatti, parlando del fratello Fabio, in carcere a Bollate come lui, ha detto: «non ci parlo», «fu fesso, raccontò tutto a Eva e la rese una testimone», «per me è un infame».