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 2026  maggio 06 Mercoledì calendario

I “doni” dei satrapi africani che imbarazzano i politici francesi

Accettare o no quei preziosi offerti in nome dell’amicizia fra Africa e Francia? E dopo aver consentito, dichiararli ufficialmente come regali istituzionali, o conservarli discretamente? Da decenni, non è un dilemma raro per i dirigenti transalpini in visita negli Stati africani. Dei “grattacapi” costati talora carissimo a livello politico. L’ultima personalità a farne le spese è l’ex premier chirachiano Dominique de Villepin, il cui nome resta legato al “no” francese del 2003, in Consiglio di Sicurezza dell’Onu, alla guerra in Iraq voluta dal presidente americano George W. Bush.
Più di vent’anni sono trascorsi da quell’atto diplomatico, ammirato o deprecato dalle cancellerie del mondo intero. Ma Villepin è riuscito a conservare una certa “aura” nello sguardo dei francesi, simboleggiando l’indipendenza di Parigi rispetto a Washington. Un prestigio che, confortato da sondaggi lusinghieri, ha persino ispirato al diretto interessato redivive ambizioni presidenziali in vista dell’anno prossimo, anche tenendo conto dello stallo in cui versa la politica transalpina, segnata dall’impotenza del presidente Emmanuel Macron, privo di maggioranza parlamentare. Da qualche mese, così, Villepin ha ripreso a frequentare i media, esibendo fra l’altro una sorprendente e insistente attenzione per la dimensione spirituale e il sacro. Ma una vecchia vicenda di statuette preziose in bronzo associate al Burkina Faso, appena rivelata dalla trasmissione televisiva d’inchiesta “Complément d’enquête”, ha proiettato fatalmente un’ombra molto fastidiosa sull’atteso “volo” dell’ex premier in soccorso di una Francia politicamente in panne. Per cercare di soffocare lo scandalo, l’ex capo della diplomazia ha restituito subito al ministero degli Affari Esteri le due statuette di Napoleone, ricevute nei primi anni 2000.
Due creazioni di un presunto valore di 125mila euro, anche se l’entourage di Villepin contesta vivamente questa valutazione, evocando un valore reale «fra quattro e cinque volte inferiore».

Secondo il faccendiere Robert Bourgi, intermediario chiave della “Françafrique” – tradizionale tela d’affarismo opaco fra Parigi e l’establishment africano francofono —, i regali furono pagati da Blaise Compaoré, l’uomo forte del Burkina, e dall’industriale italiano Gian Angelo Perrucci, attivo negli idrocarburi. Bourgi ha inoltre parlato di tre milioni di dollari in contanti giunti a Parigi, da Ouagadougou, dissimulati dentro quattro tamburi africani. Denaro consegnato direttamente a Chirac e Villepin.
Ma per quest’ultimo, le accuse sono una montatura che obbedisce a una “vendetta fredda”, perpetrata forse dall’ex presidente Nicolas Sarkozy, di cui Bourgi è amico. In modo simile, il faccendiere aveva già attaccato e “affondato” l’ex premier François Fillon.
In ogni caso, nell’immaginario dei francesi, i “bronzi di Compaoré” fanno pensare all’indimenticabile scandalo dei “diamanti di Bokassa”, risalente al 1979, che divenne una palla al piede per il presidente Valéry Giscard d’Estaing, additato per quel “regalo” ricevuto dall’autocrate centrafricano Jean-Bedel Bokassa, al potere dal 1966 al 1976 e noto pure per essersi arrogato il titolo di “imperatore”, da fervente ammiratore di Napoleone.