Avvenire, 6 maggio 2026
Anche la Grecia vieta i social agli under 15
La Grecia si prepara a una stretta sui social e lo fa tirando in ballo la sua storia e il fatto che proprio questo Paese è la culla della democrazia. Il governo guidato da Kyriakos Mitsotakis si muove su due direttrici separate ma complementari. Da una parte il divieto di accesso alle piattaforme ai giovani sotto i 15 anni e dall’altra l’abolizione dell’anonimato. L’entrata in vigore della normativa è prevista per gennaio. Il premier Mitsotakis, per difendere la bontà della riforma, è andato nella tana del lupo e ha registrato un messaggio diffuso su molte piattaforme social, fra cui TikTok, che batte bandiera cinese e che è considerata una delle più pericolose per i ragazzi. Il numero uno di Atene ha detto di aver pensato alla riforma dopo aver ascoltato le testimonianze di giovani e famiglie che gli parlavano di stanchezza, insonnia, ansia e pressione costante.
C’è poi il provvedimento contro l’anonimato. Il ministro della governance digitale Dimitris Papastergiou ha spinto per obbligare le piattaforme a collegare ogni profilo a un’identità verificata. Questo aiuterebbe a contenere fenomeni fin troppo diffusi come tossicità, hate speech, molestie coordinate, campagne di disinformazione e manipolazione politica. La linea ufficiale, chiarita dal portavoce Pavlos Marinakis, non prevede l’eliminazione degli pseudonimi: restano, ma dietro deve esserci una persona reale verificata. Il punto è spostare la responsabilità a monte, senza cambiare necessariamente la forma visibile dei profili.
Il riferimento storico è forte ed esplicito. Come nella Grecia antica il dibattito era pubblico e nominale, così nella trasposizione digitale ci deve essere libertà di espressione, accompagnata da una responsabilità verificabile.
Come prevedibile, le piattaforme sono insorte. I divieti generalizzati sarebbero difficili da applicare, facilmente aggirabili tramite VPN o account di terzi, e rischierebbero di spingere i minori verso ambienti meno controllati. Viene sollevato anche il tema dell’isolamento: per una parte degli adolescenti i social restano canali di supporto. Il nodo centrale, dunque, rimane la fattibilità. Servono meccanismi tecnici di verifica (documenti, identità digitale, sistemi terzi) e un quadro legale compatibile con le norme europee su privacy e protezione dei dati. Questo però permetterebbe alle piattaforme di diventare veri e propri database di dati sensibili, con tutti i rischi del caso. C’è poi il quadro normativo europeo. L’iniziativa dovrà confrontarsi il Digital Services Act di Bruxelles e dovrà dimostrare di garantire i principi di libertà di espressione.
Ma il governo di Atene riga dritto, anche perché, secondo i maligni, nel 2027 ci saranno le elezioni e l’esecutivo da tempo denuncia un degrado del dibattito online, con fake news, minacce, campagne coordinate da profili anonimi, promozione occulta di figure politiche che inquinano lo spazio informativo e influenzano negativamente l’elettorato.
Di certo, l’iniziativa greca si inserisce in una tendenza più ampia. A dicembre l’Australia ha imposto a piattaforme come TikTok, YouTube e Snapchat di rimuovere gli account degli under 16, pena sanzioni. Francia, Austria e Spagna lavorano su restrizioni simili. Il Regno Unito ha aperto una consultazione su un possibile divieto sotto i 16 anni. L’Irlanda sta valutando misure analoghe.