La Stampa, 6 maggio 2026
Søren Sveistrup parla dell’infanzia e della scrittura
Il romanziere danese Søren Sveistrup, maestro della scuola noir scandinava, è cresciuto in una famiglia disfunzionale che, come molte famiglie disfunzionali, per anni non ha avuto il coraggio di ammettere i propri limiti. Appena ha potuto, se ne è andato, dopo anni di abusi tenuti segreti e di accudimenti discontinui, tra la casa dei genitori e le strutture di accoglienza. Questa è la matrice della sua scrittura. La sua vita impregnava il bestseller L’uomo delle castagne, la sceneggiatura della serie Netflix The Killing, e ora torna in Conta fino a due (Rizzoli, traduzione di Eva Kampmann) in un continuo ritorno all’infanzia, nel tentativo di scardinarne i sistemi intrinseci.
Esiste una violenza strutturale nell’infanzia?
«Conta fino a due inizia con una scena che mi porto dentro: il pullo del cuculo che getta gli altri pulcini fuori dal nudo per usurparne il posto. L’ho sempre trovato un modo affascinante per comprendere la brutalità della vita nella sua forma più istintiva. La “sopravvivenza del più forte”. Viviamo in una società civile in cui cerchiamo, per quanto possibile, di proteggere i nostri figli, ma questo non cambia il fatto che la natura sia brutale, e che noi esseri umani restiamo scioccati quando incontriamo quella brutalità per la prima volta».
Dove accade?
«Ovunque. A partire dal cortile della scuola. Fortunatamente, come esseri umani di solito abbiamo una scelta: vogliamo imitare la brutalità, oppure provare a civilizzarci? Il problema è che la nostra civiltà è spesso sotto forte pressione e ciò rende impossibile reprimere questo primo incontro. Quando avviene, non si torna indietro».
La famiglia non può proteggere i propri figli?
«Può provare ad allontanare il momento in cui incontreranno la realtà, ma non per sempre. E poi ci sono famiglie e famiglie, istituzioni e istituzioni».
Qual è la sua visione delle istituzioni?
«Tutti i bambini meritano una famiglia buona, amorevole e sicura in cui crescere, ma purtroppo non è sempre così. I genitori divorziati possono arrivare a odiare così tanto le loro vite e a odiarsi tra loro da influenzare profondamente i figli. In queste situazioni, le istituzioni statali sono incredibilmente importanti. I bambini possono essere salvati e ricevere una seconda possibilità grazie a personale competente, più presente della famiglia naturale».
Può accadere il contrario?
«Naturalmente. È fondamentale che ci siano supervisione e controllo, perché è proprio nell’infanzia che si forma ciò che siamo come esseri umani».
Ed è lì che si genera il male…
«Ciò che chiamiamo “male” spesso deriva dall’assenza di uno o più componenti nella mente umana – come un computer a cui manca un chip. Queste mancanze sono causate da sofferenza, abusi, trascuratezza e solitudine nell’infanzia, e così la barbarie nasce in casa, nella vita familiare. La generazione successiva porta avanti quella barbarie e ripete lo schema, perché non ha mai imparato altro. È un classico effetto valanga. Naturalmente esistono eccezioni quando si parla di “male": ci sono persone che nascono davvero senza empatia o senso di colpa. Individui affetti da un disturbo antisociale di personalità. Ma al di là di queste differenze, credo sia molto importante indagare da dove provenga la violenza».
Lo fa attraverso lo sguardo dei suoi personaggi bambini?
«Amo il modo in cui i bambini vedono il mondo – la loro innocenza, ingenuità e purezza. Quando scrivo dal punto di vista di un bambino, lo faccio anche per ricordare a me stesso e al lettore quanto ingenuamente il bambino viva tutto, e quanto sia grande lo shock quando si confronta con la brutalità del mondo adulto».
Lo ha provato su di sé?
«Da bambino, sì. Il matrimonio dei miei genitori era drammatico e disfunzionale, pieno di segreti reciproci, che io però percepivo chiaramente. Mi sentivo come un piccolo detective: osservavo e cercavo di decifrare tutto, probabilmente in un ingenuo tentativo di salvare il loro matrimonio, cosa che purtroppo non è accaduta. D’altra parte, poi ho potuto usare tutta questa esperienza come scrittore di crime».
Una magra consolazione…
«Se guardo al passato, sì. Forse sarebbe stato meglio avere un’infanzia felice. Ma tendo a non farlo, sul passato non si torna».
Quindi per lei la famiglia non è un porto sicuro?
«Vorrei poterlo affermare, ma non posso. Vengo da una famiglia che, da un lato, conteneva amore, ma dall’altro anche traumi e segreti. Il paradosso era particolarmente evidente in mio padre, che da una parte era uno psicologo gentile e pedagogico, dall’altra un alcolista tirannico. Nella mia vita adulta, invece, la famiglia che ho costruito con mia moglie e i miei figli è esclusivamente un rifugio. Considero l’aver contribuito a creare quella che spero sia una buona famiglia il mio più grande traguardo di vita. Credo che oggi sia necessario dare a questo aspetto la massima priorità, se si vuole riuscire a costruire una famiglia. Non è scontato».
Un trauma infantile non può essere superato?
«Personalmente, credo che i modelli si possano interrompere. È la mia esperienza. Ho dovuto cavarmela da solo già da quando me ne sono andato di casa a soli diciassette anni. Molte volte ho pensato che avrei potuto facilmente sprofondare, ma avevo un mantra: volevo un piccolo spazio di felicità, altrimenti la mia vita non avrebbe avuto senso».
Lo ha ottenuto?
«Ho lottato e resistito. Sapevo che le statistiche erano contro di me, e questo mi motivava ancora di più a dimostrare il contrario. Ma naturalmente non si può superare tutto. In un modo o nell’altro, il proprio bagaglio lo si porta sempre con sé. Ci si può lavorare».
Lo fa attraverso la scrittura?
«Forse, ma questa pulsione è mascherata da ispirazione. L’idea per L’uomo delle castagne, per esempio, mi è venuta quando sono andato a prendere mio figlio più piccolo all’asilo, dove lui e i suoi amici stavano costruendo pupazzi di castagne e cantavano una canzone che, stranamente, trovavo inquietante. Da un lato, scrivo queste storie perché sento un’eco di inquietudine infantile, qualcosa in cui molti lettori possono riconoscersi. Dall’altro, trovo oggettivamente interessante esplorare come crimini e omicidi possano essere collegati ai traumi dell’infanzia di chi li compie. È nell’infanzia che la mente può davvero plasmare una personalità, ed è qualcosa che trovo spaventoso. La pensava così anche Dario Argento».