La Stampa, 6 maggio 2026
Intervista a Roberto Savi
Roberto Savi, dopo questa intervista cosa vorrebbe che si comprendesse di più di tutta questa storia o di lei?
«Non mi aspetto niente. Ma di quei fatti non è stato detto tutto. Mi andava di ascoltare, insomma, di parlare non tanto».
Lei con i suoi fratelli e con i complici della banda avete messo in atto una serie impressionante di rapine, agguati, omicidi per un totale di 103 azioni criminali, 24 morti e più di 100 feriti. Quando dopo tanto tempo riascolta questi numeri, che pensa?
«Era meglio non fare niente, se non succedeva era meglio».
Lei è stato considerato il leader, il capo della banda della Uno Bianca, anche perché è il fratello maggiore.
«Forse consideravano l’età, ma non è così. Non siamo leader noi. Era tutto paritario».
Lei è cresciuto in una famiglia che non ha mai fatto mistero delle proprie idee politiche, appartenente a una destra nostalgica, questo lo possiamo dire?
«Queste sono bugie, non c’era nessuna politica».
Tutti e tre voi fratelli desideravate entrare in polizia. Lei e Alberto ci siete riusciti, Fabio non ci è riuscito per un difetto alla vista. Perché ci tenevate così tanto?
«Io ci sono entrato per andare via di casa. Lì mi picchiavano. La mamma, il papà, me le davano a turno. Soprattutto a me perché ero il più grande».
Nel 1997 venne assegnato alla questura di Bologna. Resterà qui per 17 anni, fino all’arresto. Nell’84 si è sposato ed è nato il vostro unico figlio, Simone. Siete andati a convivere in un appartamento di 38 metri quadrati, in una situazione economica precaria. Fin qui la sua vita era apparentemente normale. Quando ha scelto di cambiare tutto?
«Ci servivano i soldi e per averli bisogna prenderli a qualcuno. Abbiamo deciso di fare le rapine. È nata così. Abbiamo iniziato dai casellanti perché era semplice: è un punto di transito. Una macchina che passa, come tutte le altre, nessuno la vede quasi».
Quando avete cominciato la vostra attività criminale avete messo in conto di uccidere?
«No. Questo no. Ed è stata una rovina».
Sietr andati avanti per tutto l’87 con le rapine, fino alla tentata estorsione ad un commerciante di auto. E questa tentata estorsione è finita con un conflitto a fuoco con la polizia. Tre agenti sono rimasti feriti, uno morirà per le ferite riportate.
«E vabbè oh, che cosa dovevamo fare? Quello mi sparava addosso e io sparavo a lui».
Ma perché non vi siete fermati quando sono cominciati i morti?
«Non lo so, non ci abbiamo pensato».
L’omicidio dei due carabinieri a Castelmaggiore ancora oggi si porta dietro un mistero enorme. C’è stato un depistaggio mai chiarito: il brigadiere Macauda inserì un bossolo nella macchina che voi avevate utilizzato, e aveva poi fatto trovare una serie di bossoli dello stesso tipo a casa di altri pregiudicati. Per allontanare i sospetti da voi. Perché?
«Non lo so, non conosco Macauda, non so nemmeno chi sia».
Quindi è cominciata la terza fase della banda, quella definita terroristica. Voi avete preso di mira gli extracomunitari, i nomadi, gli sparavate addosso e li uccidevate senza nessun motivo. Fino ad assaltare con l’esplosivo un ufficio postale alle 9 del mattino, a Bologna. Un assalto che provocherà 50 feriti. Quella era una fase diversa, dove voi spargevate terrore.
«Ed è il motivo per cui Vallicelli non fece più le rapine. Non ci seguì più, disse che non se la sentiva».
Lei se lo ricorda Adolfo Alessandrini, che vi aveva semplicemente urlato «delinquenti», aveva visto uno scambio di macchine. Oppure Primozzecchi, che aveva annotato una targa. Era soltanto quella di un’auto rubata e gli avete sparato. Come si sentiva lei dopo un omicidio?
«Non bene».
Uno degli episodi che ha segnato proprio una svolta nella percezione di quello che eravate è la strage del Pilastro. Era il 4 gennaio del ’91. Quella notte, voi tre fratelli avete scaricato addosso a tre giovanissimi carabinieri talmente tanti colpi che erano irriconoscibili. È stata un’esecuzione, un agguato...
«Mah, un agguato. Ci avevano raggiunti, ci avevano superato e poi ci stavano fermando. Erano lì che stavano preparando le armi, che cosa dovevamo fare? Anche loro hanno sparato».
Si è parlato anche della presenza di altri soggetti al Pilastro.
«Mah, non so».
Ventiquattro morti sono tanti. Com’è possibile che per sette anni non vi hanno presi?
«Non lo so. Loro ce la mettevano tutta, non ci trovavano, non ci prendevano. Certo, un po’ era strano».
Nel corso del processo, tra le sue varie dichiarazioni, ha fatto riferimento a un terzo livello, a personaggi “che hanno garantito la copertura della rete investigativa”.
«Sì, mi ricordo di averlo detto. Ci sentivamo abbastanza sicuri, ma non del tutto».
Sono in corso indagini per riaprire il caso della banda della Uno Bianca. Esiste il sospetto, soprattutto sollevato dal comitato delle vittime, che questa storia vada inserita nel quadro più generale della strategia del terrore.
«Non toccano a me le indagini. Io le ho già chiuse, noi siamo stati condannati. Sono altri che stanno cercando».
C’è stato un ultimo episodio emblematico. Il 2 maggio del ’91, nella centralissima via Volturno di Bologna. Lei e suo fratello Fabio avete deciso di fare una rapina in un’armeria per prendere due pistole. Siete entrati e avete ucciso la proprietaria e un ex carabiniere, Pietro Capolungo. Anche qui non c’era bisogno di uccidere, perché?
«Capolungo, sì. Era un carabiniere, lui stava facendo qualcosa che non andava. Chi va a rapinare pistole? Non avevamo nient’altro che pistole in casa nostra. Era tutto un insieme di cose intrallazzate, perché poi lui era ex dei servizi particolari dei carabinieri, dei servizi segreti. C’era un giro di armi, di persone che entravano e andavano da quell’armeria lì».
Vi hanno chiesto di eliminarlo?
«Volevano una scusa, farlo fuori in qualche maniera. Fra la polizia, l’Arma e la Finanza ci sono degli uffici particolari che hanno un loro apparato. E noi eravamo di quelli che, delle volte, abbiamo fatto quel lavoro lì».
In quale altra occasione le è stata chiesta una cosa del genere?
«Ero spesso su Roma, tutte le settimane ci passavo due o tre giorni. Andavo giù, dove c’è l’Altare della Patria, dove c’è la fontanellina. Quelli ci hanno aiutato, non ci hanno fatto prendere, e alla fine ci hanno fatto arrestare».
Dopo sette anni di impunità, il 3 novembre 1994 due poliziotti di Rimini hanno intercettato una Uno bianca nei pressi di una banca che stavano osservando. L’hanno seguita fino all’indirizzo di Fabio. E a quel punto sono risaliti a tutta la banda?
«Questa non è la verità. La verità è che mio fratello è stato più fesso di quello che sembra. Ha raccontato tutto a Eva Mikula, che era la sua fidanzata. L’ha pure portata a fare le passeggiate in giro per farle vedere dove è successo questo, poi quello e quell’altro. Parlava troppo. E l’ha trasformata in una testimone».
La sera del 21 novembre del ’94 lei sapeva che l’avrebbero arrestata anche perché Fabio l’aveva avvisato che la seguivano. Voi avevate un modo per comunicare in macchina, una ricetrasmittente?
«Ne ero certo. Ero andato in Questura e aspettavo».
Si presentò in servizio con la sua pistola d’ordinanza e tre caricatori, prevedeva di rispondere al fuoco?
«Io non sparo. L’importante è che siano loro a cominciare. Mi chiamarono, “vieni qua Roberto, che dobbiamo parlare”. Lì mi hanno chiesto tutto quanto e poi gli ho dato la pistola».
Poi c’era stato un sequestro successivo a casa sua e hanno trovato in quel garage armi e munizioni di ogni tipo, oltre a duecento milioni...
«Erano di più. Erano quasi cinquecento, comunque va bene così. Qualcuno ha fatto la spesina dai. Li hanno trovati e tac».
Lei ha un figlio che si chiama Simone, da quanto tempo non lo sente?
«Lo sto sentendo anche adesso. I rapporti sembrano migliorati. Anche mia moglie, non l’ho mica lasciata? Non stiamo insieme, ma per evitare che qualcuno le andasse intorno a dar fastidio. Sono io con i miei problemi, è giusto che non vadano intorno a loro».
Simone ha scelto di cambiare cognome.
«Ha fatto bene».
Come spiega ad un figlio quello che è successo, quello che ha fatto?
«E chi la capisce una storia come la mia? Non ne abbiamo parlato ancora, perché per telefono non mi fido a parlare e a raccontare certe cose. Comunque lui e sua madre sono stati tranquilli, va bene così».
Che rapporti ha con Fabio e con Alberto, i suoi due fratelli?
«Alberto è sparito, sta con una ragazza che lavora per il carcere di Padova. Di Fabio non dico niente. Con lui non parlo, non c’è più niente da dire. È una storia finita. Se mio fratello ha fatto come Eva Mikula, è diventato un infame».
Il 31 marzo 1998 suo padre Giuliano si è tolto la vita proprio in una Uno bianca. Non sopportava la vergogna di avere tre figli poliziotti in carcere. Quando si è suicidato, lei era già dentro da quattro anni. Quando l’ha saputo, come ha reagito?
«Me lo immaginavo. Sua moglie aveva avuto un problema, stava sulla carrozzina. Lui non si muoveva più... Insomma, è finita così».
Lei non si è sentito la responsabilità di quel gesto?
«No. Lui non doveva metterci in mano quelle armi. Ogni cassetto che aprivi in quella casa c’erano delle armi. Dei mitra, bombe, la roba della guerra, quelle cose là».
Sono 32 anni che sta in carcere, ha ancora il desiderio del mondo di fuori?
«Sì. Io non spero più in niente. Ma se mi mandano fuori, vado».
Ha chiesto più volte la grazia al presidente della Repubblica.
«Ma la grazia a me non la dà nessuno».
Perché l’ha chiesta? Pensava di averne diritto?
«L’ho fatto per mandare le scuse ai parenti delle vittime».
Ma lei in queste scuse ci credeva o no?
«No. Io credo nelle scuse per il male che hanno avuto. Però non è che io mi aspetto un ricambio del presidente».
Se avesse l’opportunità di cambiare un solo giorno della sua vita, quale cambierebbe?
«Io mi toglierei le armi di torno. Se non c’erano quelle, non ci sarebbe stato il patatrac».
La sua vita sarebbe andata diversamente?
«Sì».
Si è parlato di un suo viaggio in Africa. Che era durato solo tre giorni. Perché?
«Avevo degli amici là che andavo a trovare. Avevo un appuntamento con uno che mi dava delle pietre, in cambio di soldi».
Era un modo per riciclare o c’era qualcos’altro sotto questo?
«No, soltanto quello. Un riciclaggio normale e basta».