La Stampa, 6 maggio 2026
Meloni e la foto con l’Ai "Fake per attaccarmi"
Stavolta Giorgia Meloni sceglie l’autoironia: «Devo riconoscere che chi le ha realizzate… mi ha anche migliorata parecchio». Ma il tono leggero non attenua la sostanza. Sui social circolano immagini false che la ritraggono in sottoveste, «generate con l’intelligenza artificiale e spacciate per vere». E la premier ieri – tra i numerosi post della rinnovata offensiva mediatica che ha avviato da qualche giorno – è tornata a denunciare un fenomeno che, avverte, «va anche oltre me».
Il passaggio è quello che trasforma il caso personale in questione pubblica. In primis perché – scrive Meloni – le immagini sono «spacciate per vere da qualche solerte oppositore» che «pur di attaccare e di inventare falsità usa davvero qualsiasi cosa». In secondo luogo perché i deepfake, spiega, «possono ingannare, manipolare e colpire chiunque». E la frase che resta sospesa è un monito: «Io posso difendermi. Molti altri no».
Non è la prima volta. Già nel 2020, prima di Palazzo Chigi, il suo volto era stato inserito in video pornografici manipolati, caricati su piattaforme straniere e capaci di macinare milioni di visualizzazioni. Ne nacque un procedimento al tribunale di Sassari, con le indagini della Polizia postale e l’individuazione di un autore materiale. Meloni scelse di costituirsi parte civile, chiedendo un risarcimento simbolico da destinare al fondo del Viminale per le donne vittime di violenza. Il processo ancora non è concluso, ma il precedente oggi pesa.
Nel frattempo, i casi si sono moltiplicati senza distinzioni di colori politici, con una dinamica ricorrente: la manipolazione dell’immagine femminile a fini sessuali o denigratori. In altri casi, i volti noti vengono piegati a promuovere falsi consigli finanziari, spesso copertura di truffe. Nelle ultime ore la solidarietà si muove in modo trasversale. «Le sono vicina», dice la leghista Simonetta Matone, parlando di «violenze online» che richiedono una risposta comune. Sulla stessa linea Mariastella Gelmini di Noi moderati, che propugna «una ferma condanna». Netta anche la cinquestelle Alessandra Maiorino: il deepfake è un fenomeno «diffuso e gravissimo» che, quando colpisce una donna, assume quasi sempre una dimensione sessuale.
A muoversi è anche Fratelli d’Italia in Europa. «Massima solidarietà» alla presidente del Consiglio per «immagini vergognose», dichiarano Carlo Fidanza e Stefano Cavedagna, annunciando una risoluzione al Parlamento europeo per chiedere di bloccare i deepfake generati con l’Ai. Il punto, spiegano, è l’applicazione concreta dell’AI Act: obbligo di marcatura dei contenuti artificiali, standard tecnici chiari, riconoscibilità immediata dei falsi che circolano online. «Senza specifiche tecniche questa tutela resta inefficace», avvertono, sottolineando il rischio di danni «economici e reputazionali» per i cittadini.
Una distorsione che si riverbera anche sull’Italia. Dal Partito democratico arriva infatti l’affondo di Anna Ascani: Meloni scopre oggi i rischi dei deepfake perché ne è diventata vittima, sostiene la vicepresidente dem della Camera, ma il governo avrebbe scelto una strada parziale, limitandosi a introdurre nuovi reati senza costruire un sistema rapido di rimozione dei contenuti. Il riferimento è alla Legge 132 del 2025, che non a caso sta già per essere integrata dalla Ddl 644 in discussione al Senato per l’introduzione del diritto esclusivo sulla propria identità digitale.
Nel pacchetto secondo Ascani manca una norma che consenta alle autorità di imporre alle piattaforme la cancellazione immediata dei deepfake, soprattutto durante le campagne elettorali, quando la manipolazione può incidere sulla formazione del consenso. Una misura che il Pd ha provato a introdurre finendo però stoppato proprio in virtù di una presunta sovrapposizione con quell’AI Act europeo che entrerà in vigore ad agosto e che ora è contestato da FdI.
Un cortocircuito che fa perdere tempo. E dire che proprio il tempo è l’elemento chiave della vicenda. Perché la velocità con cui un contenuto manipolato si diffonde rende spesso inutile qualsiasi intervento ex post. «Verificare prima di credere, e credere prima di condividere», dice la premier. Una regola di prudenza individuale che però si muove dentro un caos – spesso cavalcato dalla politica – in cui il confine tra vero e falso è sempre più sottile.