il venerdì, 1 maggio 2026
C’è del marcio in Mongolia
“Baciami, amore mio. E resta nel mio sguardo. Resta nei miei occhi. E prendimi la mano, sto venendo da te. Tra le melodie vivaci cantate con amore, le dita si sfiorano con gioia, ci baciamo e cantiamo, provando felicità”, cantava nei primi anni Duemila nel brano Hairaa unseech l’artista Timon. Ebbe un discreto successo in patria. La sua speranza ora è di fare meglio. Nyam-Osoryn Uchral prima di entrare in politica cantava: il suo nome d’arte era appunto Timon. Qualche album all’attivo. Genere: hip hop. A fine marzo è stato scelto come nuovo primo ministro della Mongolia: il terzo in appena nove mesi. Sintomo delle lotte politiche interne al partito della maggioranza, agli scandali di corruzione che hanno scosso il Paese, alle pressioni economiche che questa nazione incastrata tra i due giganti Cina e Russia deve affrontare.
Da Londra a Mosca
La nomina di Uchral mette dunque fine (forse) a mesi di turbolenze politiche. Lui invoca «unità». «Non possiamo permetterci lotte politiche interne che indeboliscono la nostra economia», ha scandito in uno dei suoi primi discorsi davanti ai membri del Grande Hural di Stato, il Parlamento mongolo. Ha messo in guardia sul fatto che il Paese sta entrando in un periodo caratterizzato da tre crisi concomitanti: l’aumento dei prezzi globali dei combustibili, la volatilità dei mercati delle materie prime e l’aggravarsi delle divisioni politiche interne. Ha sottolineato la forte dipendenza dalle esportazioni di carbone e rame, sostenendo che le oscillazioni dei prezzi potrebbero erodere le entrate pubbliche e mettere a dura prova le finanze. La scelta di Uchral è stata un compromesso tra due diverse fazioni del Partito popolare mongolo, una fedele al capo dello Stato Ukhnaagiin Khürelsükh e l’altra sostenitrice di un ex primo ministro, Oyun-Erdene Luvsannamsrai, che la scorsa estate si era dovuto dimettere dopo sospetti di corruzione. Lo stesso problema che aveva travolto il successore Zandanshatar Gombojav, fattosi da parte dopo un breve mandato dovuto al fatto che uno dei suoi ministri è stato accusato di corruzione. Ad appena 39 anni, Nyam-Osoryn Uchral ha un curriculum lungo chilometri. A novembre era stato eletto leader del Partito popolare mongolo e presidente del Parlamento. Ha iniziato la sua carriera politica nel 2012 e nel 2015 è diventato consigliere politico dell’attuale presidente quando questi era vice primo ministro. È stato in passato ministro dello Sviluppo digitale e delle Comunicazioni. Parla inglese e russo. Ha una laurea in Giurisprudenza conseguita presso l’Ikh Zasag International University (fondata da suo padre nel 1994, uno dei primi atenei privati del Paese). Un Mba nel Regno Unito. Un dottorato in Scienze storiche ottenuto all’Istituto di studi mongoli, tibetani e buddisti dell’Accademia delle scienze russa, oltre ad un master in Commercio internazionale all’università del Gloucestershire. «Forte sostenitore della privatizzazione e della riduzione del coinvolgimento dello Stato nell’economia, già quando divenne presidente del Parlamento e leader del Partito popolare nel novembre 2025, promise uno Stato più snello», ricorda il sito Mongolia Weekly.
Griffe e social
Dall’estate la Mongolia sta vivendo un terremoto politico dietro l’altro. Tutto è cominciato a giugno, quando Oyun-Erdene Luvsannamsrai si è dimesso dopo che per settimane centinaia di manifestanti, fra cui moltissimi giovani, hanno preso d’assalto il Palazzo del governo a Ulan Bator, la capitale. Oggetto della loro rabbia il lusso –mostrato via social netowrk – in cui viveva la fidanzata del figlio del primo ministro. Borse griffate, anelli, macchine pregiate, viaggi in elicottero. Come faceva il figlio del premier a permettersi tutto questo? Da dove veniva la ricchezza della famiglia? Domande che andavano a scavare in quello che da sempre è un punto molto sensibile per questo Paese.
La forbice
Alle prese da decenni con una corruzione dilagante, non sono pochi coloro che in Mongolia – che è diventata una democrazia nel 1990 dopo oltre sessant’anni di regime comunista monopartitico – ritengono che le ricchezze derivanti dallo sfruttamento minerario, in particolare del carbone, finiscano nelle mani di una ristretta élite di persone. Tutti gli altri vivono in una situazione molto precaria, fra difficoltà economiche e aumenti costanti del costo della vita, soprattutto nelle aree urbane.
Sanchir Jargalsaikhan, ricercatore associato presso l’Università di Oxford, ha scritto in un lungo saggio sul magazine americano di sinistra Jacobin che la crisi politica che la Mongolia ha attraversato nell’ultimo anno «è sintomatica di un modello statale ed economico che nega alla popolazione i benefici delle ricchezze minerarie del Paese». In teoria, spiega l’autore, la Mongolia «è una democrazia parlamentare dotata di una Costituzione democratica, della separazione dei poteri e di istituzioni che risultano molto familiari a chiunque sia cresciuto con i principi liberali: Parlamento, presidente, governo, agenzia anticorruzione, Banca centrale indipendente. In pratica, si è consolidata in quello che molti definiscono nam–tör: un ibrido tra partito e Stato, in cui il partito al potere controlla la maggior parte delle leve».