D - la Repubblica, 6 maggio 2026
Visita a casa di Natalia Aspesi
Il primo articolo lo ha scritto per La Notte, su una mostra di cani a Bellagio. Ha sempre vissuto con i gatti, che come lei fanno esclusivamente quello che vogliono. Sul suo profilo di Facebook e Instagram c’è una giraffa. Ma è solo dopo aver intervistato Bruce Weber che Natalia Aspesi ha capito di adorare le galline: “Che tra l’altro hanno un pregio: non parlano”. Comunque, con il fotografo andò così: “Evidentemente gli piacque quel pezzo perché mi regalò l’immagine che vedi. Poi venne qui, prese le misure del muro, e me la spedì”. Da allora, lo scatto ricopre un’intera parete della cucina: “Che è la stanza più importante. Sai, sono stata una grande cuoca. Facevo una torta di mele deliziosa”. Al centro del ritratto, pubblicato nel 1995 su Vogue, c’è una dama ridente dai capelli ricciuti che, con indosso un abito da gran sera di Balmain, dà il mangime ai suoi costosissimi polli. Gli stessi che sembrano essere usciti da quel cortile in due dimensioni per razzolare vicino al tavolo della colazione: un esercito di creste in stoffa, legno e ceramica, che continua a crescere. L’ultima arrivata è una chioccia a righe bianche e nere, dono di Geppi Cucciari prima di accomodarsi sul divano dai cuscini colorati per farsi “interrogare”. E la lady che le governa? È Deborah, duchessa di Devonshire, nonna della top model Stella Tennant ma soprattutto la più longeva delle sei sorelle Mitford. “E io ho sempre avuto una passione per loro, protagoniste di ogni possibile scandalo politico e mondano. Una era stata quasi fidanzata con Hitler e aveva tentato il suicidio, una era comunista e aveva combattuto nella guerra civile spagnola… E poi c’era Nancy, autrice di romanzi bellissimi che potrebbero essere scritti oggi. Se vuoi te li presto, ma poi me li riporti eh”. Perché tutto, in fondo, in questa casa di carta nel centro di Milano dove i volumi indicano la strada, tracciano confini e aprono orizzonti, racconta una storia di pagine e parole.
Se cerchi Natalia Aspesi la trovi qui, oltre la letteratura inglese e quella americana, tra la varia e la moda/fotografia, seduta alla sua postazione di lavoro. La più grande giornalista italiana scrive su un tablet munito di tastiera, lo schermo appoggiato a una tazza con il volto di Mozart usata come portapenne e a un’opera che le ha regalato Emilio Isgrò per “festeggiare insieme gli anni più luminosi”. Segni rossi da cui appare un rebus: “Cara Natalia, 95 rondini, 195 rondini, 200 primavere”. Ovunque, le lettere che le arrivano per il Venerdì, ritagli, appunti, le copie di Repubblica che esondano fino a occupare le sedie. Sotto quella coltre quasi non noti la scrivania: l’ha disegnata Frank Lloyd Wright nel 1937 per il Johnson Wax Administration Building, all’epoca “l’ufficio più moderno al mondo”. “È molto rara. L’ho presa da un antiquario, come tante delle cose che ho qui. Ma anche prima di acquistarla io la conoscevo da una monografia su Wright. Sta lì, con gli altri di architettura”. Perché per lei, i libri, rimangono l’origine di tutto. “Leggere è stata la mia fonte di ispirazione, mi ha dato l’istinto per le cose. Soprattutto quelli in inglese, che imparai facendo la ragazza alla pari in Gran Bretagna. Mi pagavano due sterline alla settimana per non fare un cazzo”.
Centinaia e centinaia di titoli a comporre un labirinto in cui, però, è facile orientarsi. Tra gli scaffali colorati che arrivano al soffitto ogni opera è catalogata e segue un ordine – fisico e mentale – preciso: la Francia è azzurra, il costume è viola, le biografie vestono di blu il corridoio verso la camera, un regno a sé con la carta da parati dai fiori pastello, la specchiera Liberty, grandi tele dell’Ottocento da cui sorridono fanciulle dalla gote rosse. Anche lì, simile a una Torre di Babele, spunta una di quelle antiche librerie in legno che girano su se stesse. E poi di nuovo in soggiorno: cumuli in equilibrio sul tavolino da caffè, nella bocca spalancata di un camino ora aperto sulla veranda dove si pranza e si cena, muraglie in attesa di essere inventariate vicino alla tv – che c’è ma probabilmente non è mai stata accesa. “Li donerò a Miuccia Prada per la sua Fondazione. Magari li terrà in bagno, chessò”. Ci si potrebbe passare intere giornate, a scorrere le dita sui dorsi e a curiosare tra i ripiani, custodi di un mondo, il suo, irripetibile: i premi giornalistici all’ingresso, l’Ambrogino d’oro sorvegliato dalla statua di un guerriero indiano a grandezza quasi naturale (“Sono anche commendatore, lo sapevi?”), piccoli oggetti. E foto, tante foto. Nella più amata è in posa accanto alla madre, alla zia, alla sorella Maria Pia e all’amatissima cugina, la star della moda Anna Piaggi: “Dietro di te c’è il libro che fece su Karl Lagerfeld”. E questa di Andreotti, a tavola con la moglie, e una danzatrice del ventre alle loro spalle? “L’avevo vista su Dagospia e l’ho desiderata alla follia, così me la mandarono. Non è divertente?”.
In questo appartamento, Natalia Aspesi è arrivata agli inizi del Duemila. “Mi è piaciuto subito per la terrazza”. Merce rara, in città. E infatti, davanti ai tetti e alla sommità della chiesa di Sant’Alessandro sembra quasi di stare a Roma. Ma basta girarsi ed eccola lì, la milanesissima Torre Velasca. “È la prima casa in cui ho vissuto con l’Antonio (Sirtori, l’imprenditore scomparso nel 2012 a cui è stata legata per 38 anni, ndr). Stavamo già insieme da tanto, l’ho conosciuto su un aereo per la Danimarca. Era così bello, elegante, anche se mi sono innamorata spesso di bruttissimi, non so perché. No, non l’ho mai voluto sposare. Non mi piaceva l’idea del matrimonio, e poi eravamo già vecchi, sarebbe stato ridicolo. Me l’ha chiesto anche l’ultima domenica in cui siamo usciti con gli amici. Qualche giorno dopo, è morto”. In camera, le istantanee di un’esistenza condivisa sono raccolte in un collage. Ma alle pareti c’è soprattutto lei: ritratta da Bob Krieger, disegnata da Tullio Pericoli, dipinta da Wanda Broggi in versione Tamara de Lempicka. E poi, la tela più grande e “incongrua”: raffigura una donna che porge la fede a un’altra, “una roba fascistissima” per glorificare Oro alla patria, la raccolta organizzata dal regime nel 1935 per le truppe in Etiopia. Possibile, in questa casa di sinistra? “Mi ricorda mia madre, la persona più importante della mia vita. Era ferocemente antifascista, come i suoi otto fratelli. Anche lei aveva dovuto donare il suo anello, e ogni volta che vedeva il segno lasciato sul dito dal sostituto di ferro diceva: “Quel schifus””. Lo schifoso, ovviamente, era Mussolini. “Ci ha cresciute da sola. Quando le amiche si lamentavano dei mariti, ripeteva: “Io porto la vedovanza come il serto di una regina””. A proposito: in un angolo, c’è “la Aspesi”, con il sorriso di chi sa già tutto e lo sguardo di chi massacrandoti ti farà felice, trasformata da Ivan Canu in Elisabetta I. E una regina, anche dei cuori della sua rubrica, Natalia lo è davvero. Lei non ci sente proprio, sostiene. Un po’ mente, certo. Ma poi ti guarda: “Io sono stata solo una brava a fare questo lavoro. Prima non sognavo niente, non volevo niente, ho capito di essere una giornalista facendolo. E quando ho iniziato a scrivere è stata… Sì, è stata una liberazione”.