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 2026  maggio 06 Mercoledì calendario

Chiara Tagliaferri svela la Gpa per la nascita della figlia

“C’è voluta un’alleanza di tre donne per dare la vita a mia figlia. Lula è nata grazie agli ovuli di una donatrice, al grembo di una gestante e al mio amore”. Lula oggi ha due anni, è nata nel febbraio del 2024 in una clinica americana dell’Arkansas, ed è la figlia di due scrittori famosi, Chiara Tagliaferri e Nicola Lagioia. È venuta al mondo con la gestazione per altri, legale negli Stati Uniti e grazie, così scrive Chiara Tagliaferri, “a una luminosa donna di nome Daisy”, colei cioè che l’ha portata in grembo per nove mesi.

Il segreto e il silenzio
Rompendo il silenzio – e il segreto – che ormai avvolge le coppie che si rivolgono alla gestazione per altri per diventare genitori, da quando nel nostro Paese con la legge Varchi approvata nel 2024 la Gpa è stata definita, con notevole approssimazione giuridica, “reato universale”, Chiara Tagliaferri e suo marito Nicola Lagioia hanno deciso invece di rendere pubblico il percorso che ha portato alla nascita di Lula. Venuta al mondo al mondo otto mesi prima che la legge entrasse in vigore definendo, di fatto, “criminali”, le coppie eterosessuali e omosessuali che approdano alla Gpa, laddove è legale e normata da regole chiare e precise. Ed è in un libro che esce il 12 maggio per Mondadori, dal titolo Arkansas che – coraggiosamente – Chiara Tagliaferri ha deciso di raccontare la storia di Lula, l’approdo alla gestazione per altri in Arkansans, appunto, dopo anni e anni di tentativi di fecondazione assistita, dopo tre fecondazioni eterologhe, la constatazione dell’arduo cammino per l’adozione in una coppia non più giovane. “Ci avrebbero dato – forse – un ragazzo già grande, con il suo carico di ferite e dolori. Non ce la siamo sentita”. E intanto il desiderio di genitorialità cresce e dopo anni di rinvii diventa prepotente e assoluto.
Tema “controverso e divisivo”
Tagliaferri ha scelto di raccontare la sua maternità in una intervista a Chiara Oltolini, pubblicata oggi su Vanity Fair. «So che il tema della gestazione per altri è controverso e divisivo, anche all’interno del femminismo. Otto mesi dopo la nascita di Lula, il governo ha anche rafforzato la proibizione, rendendola reato universale per chi compie questo percorso all’estero, in Paesi in cui è perfettamente legale e normata da leggi chiare, a protezione di tutte le parti coinvolte. Sono pronta alle critiche. La mia amica Michela Murgia, che non c’è più, mi ha insegnato che dobbiamo difendere quello in cui crediamo, e che le parole sono l’arma più efficace per farlo”.
Le parole di Michela Murgia
E proprio Michela Murgia, con la quale Chiara Tagliaferri ha condiviso non soltanto una profonda amicizia ma un sodalizio artistico e narrativo, di fronte alla prospettiva della gestazione per altri, così aveva detto: “Se potessi la porterei io per te questa figlia così desiderata”. La piccola Lula è arrivata però pochi mesi dopo la morte di Michela Murgia. Nella lunga intervista a Vanity Fair, Tagliaferri racconta il suo lungo e non scontato avvicinamento alla maternità. «Dobbiamo partire da lontano, da un mio non-desiderio di maternità. Non volevo essere responsabile, se non di me stessa. Fin da piccola mi è stato chiaro che sono le donne a sopravvivere ai loro uomini. Anche nella mia famiglia è stato così. Mio padre e un fratello che non ho mai conosciuto dormono sotto terra. Siamo rimaste io, mia sorella e mia madre, che ci ha cresciute da sola auspicando per noi un futuro diverso, il più libero. Io non volevo badare a nessuno perché non volevo perdere più nessuno. Poi, ho conosciuto Nicola”.
Il desiderio taciuto
Anche se all’inizio nessuno dei due pensava davvero alla probabilità di diventare genitore. “Così mi sono detta: io e Nicola ci bastiamo. Fino a quando è accaduta una cosa apparentemente stupida, ma in realtà rivelatoria… Un giorno, al Lido di Venezia, ho comprato da alcuni bambini sulla spiaggia tre dinosauri di plastica: due più grandi e uno più piccolo. Tornata a casa, li ho messi sul comodino. Una mattina il dinosauro più piccolo era sparito. L’ho cercato ovunque, ho costretto Nicola a cercarlo con me. Così ho capito che a quel giocattolo di plastica avevo affidato il compito di essere il depositario di un desiderio che tacevo anche a me stessa: perdendolo era come se mi avessero rubato la possibilità di avere un figlio».
Le fecondazioni assistite
Ma Chiara Tagliaferri ha 40 anni. E come oggi accade sempre più spesso alle donne, il desiderio di maternità irrompe irriducibile e feroce nella vita quando però il nostro corpo è già “vecchio” da un punto di vista procreativo. Per mille ragioni e rinvii. Ed è l’inizio del difficilissimo cammino delle fecondazioni assistite, dei fallimenti, delle delusioni. «Avevo 40 anni. Io e Nicola eravamo sposati da due e stavamo insieme da sette. Era comunque tardi. Dai controlli è emersa una menopausa precoce. I miei ovuli erano inutilizzabili. Allora sono ricorsa alla fecondazione eterologa, affidandomi agli ovuli di una donatrice anonima. Non è mai stato un problema questo per me, ho sempre creduto alla generazione volontaria: i figli sono di chi li cresce». Tre eterologhe. «E ogni volta è stata peggiore della precedente, perché i dosaggi dei farmaci aumentavano: ormoni, progesterone, estrogeni… E poi, prelievi e controlli continui, esami invasivi e dolorosi. Cercare di avere un figlio ti fa sentire come malata. Nel mio caso, però, nessuno sapeva dirmi che cosa non andasse. Diventavo sempre più arrabbiata, scontrosa. È stato il periodo in cui io e Nicola quasi temevamo la presenza l’uno dell’altra. Siamo anche finiti in terapia di coppia”. Poi ecco che l’ipotesi della gestazione per altri si fa strada.
La gestazione per altri
“In una notte di fine settembre del 2018 ho lasciato sulla scrivania di Nicola una pagina che ho strappato da una rivista. Era un articolo che parlava della gestazione per altri: le voci delle gestanti erano così forti, fiere e potenti, che leggendo le loro parole ho pensato: ecco la nostra via. Da lì abbiamo iniziato a studiare”.
Trovare i soldi, l’agenzia giusta, incontrare la donna che avrebbe portato avanti la gravidanza che negli Usa, dove la Gpa è chiaramente normata, deve “superare test psicologici e controlli medici, avere già uno o più figli, un tetto sopra la testa, un lavoro fisso, una posizione finanziaria stabile, degli affetti… Non deve essere la necessità a spingerla verso questa scelta”. E nella vita di Chiara e Nicola arriva, via Skype, Daisy: “È apparsa sullo schermo nella sua cucina allegra e incasinata, con la figlia che le saltellava attorno e delle ali da fata, mentre io e Nicola, dall’altra parte dell’oceano, eravamo nel crepuscolo: due vecchi su fondo bianco. Daisy ci ha portato colore”.
60 Stati in cui la Gpa è legale
A carissimo prezzo però. Infatti negli Usa, dove di solito diventano padri le coppie omosessuali perché lì è legale, al contrario ad esempio dell’Ucraina o della Grecia, i costi sono proibitivi. “Michela trovava profondamente ingiusto il fatto che in America fosse un percorso ormai elitario: lì i costi sono davvero alti. Nel mondo sono più di 60 gli Stati in cui la Gpa è possibile. Anche in alcuni Paesi europei è consentita in forma solidale e gratuita, ma non sempre la normativa è precisa con mano ferma, aumentando i rischi sul piano etico. Mentre negli Stati Uniti e in Canada le donatrici di ovuli e i gestanti sono assistite e tutelate da avvocati e agenzie”.
“Il modo per raggiungerla”
Racconta ancora Tagliaferri a Vanity Fair: “La gravidanza non mi è mancata. In fondo il mio è stato un concepimento durato sette anni! E Lula è sempre stata lì, dovevamo solo trovare il modo per raggiungerla. Ogni settimana Daisy ci mandava le dimensioni di Lula: un mirtillo, un’oliva, una noce, un limone… Io mangiavo quei frutti interi, Lula finiva nella mia pancia”. Intanto però l’Italia metteva al bando la Gpa, con una campagna politica senza pari. La gestazione per altri è già vietata nel nostro paese dalla legge 40 del 2004. Ma la legge Varchi l’ha definita reato universale. Prevedendo sanzioni e addirittura il carcere per chi la effettua anche nei paesi dove è legale, come gli Usa.
La paura del proprio Paese
Poi è arrivata la paura. Con il rientro in Italia. “In America camminavamo protetti dalla legge. Rientrati a Roma, eravamo in bilico tra il possibile e ciò che rischiava di diventare proibito: la normativa stava per cambiare. Lula aveva il passaporto americano, andava registrata all’anagrafe. Sono stati giorni, mesi faticosi. Ho avuto paura del giudizio degli altri, delle altre, di diventare ‘la femminista che sfrutta i corpi delle donne’, anche se molte gestanti con cui ho parlato rivendicano la libertà di decidere cosa fare con il loro corpo. Anche dare la vita”.
"Siamo diventati criminali”
“Anche Nicola era timoroso, all’inizio: Lula era sana ed era nata prima della legge che, di lì a otto mesi, ci avrebbe forse trasformato in criminali. Ma criminalizzare la Gpa non aiuta a normarla, come è accaduto per l’aborto quando era illegale. Le donne abortivano lo stesso e rischiavano la vita”. Lula oggi ha due anni. “Le racconteremo la sua storia. L’abbiamo deciso prima che lei nascesse: è bello che cresca sapendo quanto amore ci è voluto perché potesse arrivare fra noi. Abbiamo raccolto foto, lettere, biglietti aerei in un grande album, tutto quello che spiega il viaggio che ci ha portati a lei. Il primo scatto è di Daisy con sua figlia Roselyn: ci sentiamo sempre, verrà a trovarci, e noi porteremo Lula a conoscere l’Arkansas”.