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 2026  maggio 06 Mercoledì calendario

Hormuz, battaglia tra elicotteri e barchini. Vinta dall’IA

Vespe contro zanzare. Non è una favola di Esopo, ma la sintesi della battaglia avvenuta lunedì nelle acque di Hormuz. Da una parte la “flotta delle zanzare”: i barchini d’assalto dei pasdaran, piccoli e velocissimi tanto che i radar delle fregate faticano ad avvistarli. Dall’altra gli elicotteri da combattimento: gli AH64 Apache dell’Us Army e gli MH60 Seahawk dell’Us Navy. Uno scontro che avrebbe visto gli americani imporsi con un risultato tennistico: sei-zero.
Per settimane il Pentagono ha studiato il modo di neutralizzare l’arma più insidiosa dei Guardiani della Rivoluzione: centinaia di minuscoli motoscafi, con equipaggi votati al martirio che si scagliano contro i nemici. Sono stati costruiti copiando o acquistando i progetti dei bolidi più famosi: ci sono anche gli offshore che hanno vinto tutti i campionati mondiali disegnati dal leggendario Fabio Buzzi, che spinti da motori Isotta Fraschini vanno a oltre centoventi chilometri orari. A bordo hanno piazzato missili antinave e antiaerei, mitragliere, razzi, mine o cariche esplosive per missioni kamikaze.
Le “zanzare” non agiscono mai singolarmente: colpiscono in sciami giganteschi. Il primo maggio gli iraniani hanno fatto uscire in mare una quarantina di queste imbarcazioni: un satellite commerciale europeo ha fotografato le scie che solcano le onde nella zona dello Stretto, lunghe e bianche a indicare l’alta velocità della formazione. Lo scopo di questa manovra è chiaro: far avanzare molte più barche di quante le difese delle navi possano distruggere.
Le fregate e i cacciatorpediniere hanno un unico cannone a tiro rapido, che dal momento in cui arrivano a portata deve riuscire a localizzarle e affondarle. Spara in fretta ma deve avere il tempo di cambiare mira. Intanto gli aggressori fanno partire i loro ordigni, cercando di fare danni e aprire la strada ai battelli suicidi destinati a infliggere il fendente letale. Gli americani conoscono la loro pericolosità: il 12 ottobre 2000 Al Qaeda ha spedito una barchetta piena di tritolo contro l’“Uss Cole” ormeggiato a largo di Aden. Sono morti 17 marinai, quaranta sono rimasti feriti e lo squarcio largo dodici metri ha rischiato di trascinare sul fondo l’unità dell’Us Navy.
Così l’ammiraglio Brad Cooper, il numero uno del comando Centcom che dirige la nuova guerra del Golfo, nell’ultimo mese ha imposto ai suoi ufficiali una priorità: trovare la maniera di cancellare la minaccia delle “zanzare”. Il duello è stato affidato a un avversario con caratteristiche simili: gli elicotteri sono meno veloci dei jet – al massimo 365 chilometri l’ora – e molto più agili. Proprio come vespe possono dirigere con precisione sui navigli e girargli intorno per comprendere le loro intenzioni. Inoltre, gli AH64 Apache sono stati concepiti per spazzare via le colonne di carri armati sovietici e possono fare fuoco su parecchi obiettivi. Hanno un cannoncino da 30 millimetri con 1200 proiettili e otto piloni dove agganciare fino a 16 missili a guida laser Hellfire o un nugoli di razzi. Insomma, un solo Apache riesce a tenere a bada dozzine di motoscafi. A dargli manforte, lunedì a Hormuz sono intervenuti pure gli MH60, la versione del Blackhawk delle forze speciali dell’Us Navy: hanno mitragliere a canne rotanti e la stessa dotazione di missili, con in più cecchini pronti a premere il grilletto dai portelloni.
Gli elicotteri americani hanno già combattuto contro le vedette marittime dei pasdaran, sempre per il dominio di Hormuz. Quello che sta accadendo in queste ore somiglia a un dejavu: nell’estate 1987 Ronald Reagan ha deciso di scortare le petroliere nel Golfo per proteggerle dai raid degli ayatollah, impegnati nella guerra contro Iraq. Una fregata Usa però è finita contro una mina, che ha devastato la carena. A quel punto il 18 aprile 1988 è scattata la ritorsione con attacchi di aerei e incrociatori contro le isolette-fortezza dei pasdaran, contro due piattaforme petrolifere trasformate in basi dei barchini. Sono state ventiquattr’ore di scontri, numerosi velivoli e unità navali iraniane sono stati distrutti: i Cobra dei Marines e i Seahawk sono stati protagonisti di quella giornata.
Oggi le “vespe” sono diverse. Non solo perché dispongono di radar sofisticati che sorvegliano il mare ma soprattutto perché sono integrate in una rete di controllo che fornisce – per usare il termine dei militari – la “supremazia informativa”. Il corridoio di mare creato dall’Us Navy con l’operazione Project Freedom si trova all’interno di una enorme bolla elettronica che spia e analizza qualsiasi movimento o segnale radio nell’arco di almeno duecento chilometri.
Satelliti, droni da ricognizione, sensori e radar a bordo di navi e aerei raccolgono le informazioni, elaborate dall’intelligenza artificiale per individuare i nemici e condivise in tempo reale con tutti i mezzi impegnati a pattugliare il Golfo. I piloti degli Apache le ricevono sul loro casco, senza distrarsi dal volo: sanno tutto dei loro avversari, sin dal momento in cui salpano. Ed è sempre l’Ia a suggerire ai comandanti chi mandare a distruggere cosa: oltre agli elicotteri, ci sono velivoli ad alta quota pronti a lanciarsi sugli avversari. Oltre alle “zanzare”, gli Apache si dovranno occupare anche dei droni Shahed: hanno ricevuto razzi con un sistema di puntamento, chiamati APKWS, che sono considerati l’intercettore meno costoso e più efficace dell’arsenale occidentale. In Ucraina gli elicotteri sono scomparsi dalla scena e diversi analisti li hanno definiti “una razza in via d’estinzione”. Nel blitz di Caracas per catturare il presidente Maduro e nella guerra del Golfo invece si stanno dimostrando indispensabili.