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 2026  maggio 06 Mercoledì calendario

Hormuz, fiasco totale e pausa per Project Freedom

Considerando le premesse (“un’operazione umanitaria necessaria”), i roboanti annunci (“guideremo fuori da Hormuz i cargo dei Paesi non coinvolti”) e le pubbliche minacce (“se gli iraniani attaccano le nostre navi, saranno spazzati via dalla faccia della Terra”), l’operazione Project Freedom, lanciata da Trump lunedì mattina e messa in pausa da Trump martedì sera, appare un fallimento. Delle circa 1.600 imbarcazioni bloccate nello Stretto, tra petroliere, cisterne e portacontainer, solo sei sono ripartite. Altre tre sono state attaccate. E, per la prima volta da quando è stato dichiarato il cessate il fuoco, gli Emirati Arabi sono di nuovo finiti nel mirino dei missili e dei droni della Repubblica islamica.
Dati che, appunto, sono la cronaca di un fallimento. Solo in parte mitigato dalla motivazione per cui Project Freedom è stata sospesa “per un breve periodo”: per dare spazio “ai notevoli progressi compiuti verso l’accordo di pace”, spiega il presidente americano, “visto il formidabile successo militare conseguito nel corso della campagna contro l’Iran”.
In realtà il negoziato stava avanzando, seppur lentamente, già domenica, al momento del lancio a sorpresa dell’operazione. Teheran aveva appena ricevuto il no di Washington alla proposta in 14 punti e stava valutando la controproposta americana. E Witkoff, l’inviato di Trump, diceva che, nonostante tutto, la trattativa andava avanti. Dunque, è difficile vedere un nesso positivo di causa-effetto con ciò che è accaduto nello Stretto nei due giorni in cui Freedom Project è stata attiva.
I dati dicono questo. Lunedì quattro navi hanno ripreso la rotta, secondo quanto riferito dalla società di analisi S&P Global Market Intelligence. Altri due vascelli commerciali sono passati martedì “con la scorta” della marina statunitense, ha fatto poi sapere il capo del Pentagono, Pete Hegseth. Uno di questi è di Maersk. Il New York Times scrive che il gigante danese dello shipping ha dato l’ok all’attraversamento dello Stretto a uno dei suoi cargo, battente bandiera americana, che è stato “protetto” dalle forze armate. Non risultano altri passaggi dopo martedì sera, come conferma Kpler, società che monitora il traffico marittimo.
Nelle stesse 48 ore, una petroliera degli Emirati è stata attaccata (3 feriti tra l’equipaggio) e un cargo coreano ha preso fuoco. L’Iran nega responsabilità, ma gli Stati Uniti ci vedono la mano dei pasdaran dietro ai due episodi, a cui se ne aggiunge un terzo, di cui si ha avuto notizia questa mattina: un portacontainer francese preso di mira martedì, anche qui con feriti tra i marinai.
Project Freedom non ha funzionato. Per due giorni si è assistito alla battaglia navale nello Stretto, durante la quale gli Usa hanno affondato sei zanzare, come vengono chiamati i barchini usati per assaltare le navi. Ma il traffico non è ripartito. Gli armatori non si sono fidati e non hanno autorizzato i propri capitani a tirare su le ancore, perché Teheran ha subito minacciato ritorsioni, dando prova di avere ancora missili a disposizione e il controllo dello Stretto. Inoltre, le regole della missione lanciata da Trump sono state, fin dall’inizio, confuse.
Su Truth, il presidente Usa aveva parlato di “guidare” le imbarcazioni fuori dallo stallo, lasciando intendere che si trattasse di coordinamento del traffico, coinvolgendo le compagnie e le assicurazioni. Poi il Centcom aveva spiegato che sarebbero stati coinvolti “100 aerei, cacciatorpediniere e 15 mila soldati”. Tuttora non è chiaro se le sei navi transitate sono state scortate dalla Marina o se hanno solo ricevuto la rotta sicura per evitare le mine iraniane. Quel che è certo è che appena tre imbarcazioni militari americane sono entrate nelle acque di Hormuz, è cominciata la battaglia.
Almeno dieci missili sono stati lanciati dall’Iran contro il dispositivo navale Usa, tutti – secondo il Centcom – intercettati. Il segnale è stato chiaro, i pasdaran possono ancora colpire. Tanto basta ai comandanti delle navi commerciali per spegnere i motori e rimanere immobili, in attesa degli sviluppi.
Ora che Project Freedom è già stata messa in pausa, causa forza maggiore e negoziato in corso, ci si chiede cosa volesse dire il segretario del Tesoro americano, Scott Bennet, quando, lunedì, in un’intervista a Fox News, dichiarava: “Abbiamo il pieno controllo di Hormuz, lo stiamo riaprendo”.