Corriere della Sera, 6 maggio 2026
Una Biennale d’arte antieuropea e anticristiana
VENEZIA. Dopo l’annuncio dell’arrivo dei russi, dopo il ritiro dei fondi della Comunità europea, dopo i commissari del ministero, dopo che novelli teorici hanno spiegato (adesso, non prima) che l’Arte è libera e «aperta a tutti quanti» (Martin Lutero definiva l’Arte una «libera servitù»), dopo le dimissioni della giuria composta da studiosi talmente ideologici da renderne ogni scelta contraria alla libertà, dopo il forfait del Padiglione dell’Iran (ma con l’arrivo della Tanzania e delle Seychelles siamo a 100 partecipazioni), dopo tutto questo e quel che accadrà proviamo a parlare di ciò che è esposto in questa 61ª Biennale, che si apre sabato.
Si intitola In Minor Keys e noi la prendiamo in parola, perché qui l’arte è proprio «in chiave minore» e a trionfare è l’artigianato artistico del Sud del mondo, anticapitalista e anticolonialista. Se da un lato si esalta la presenza di padiglioni di Stati belligeranti perché l’arte è una piattaforma di libertà, dall’altro si nega questo approccio nella mostra allestita dagli assistenti della scomparsa Koyo Kouoh, esposizione in cui il visitatore europeo deve entrare con il capo cosparso di cenere passeggiando in un autodafé. Il colpevole è l’uomo bianco, tant’è che l’esposizione è assai colorata. L’arte occidentale non c’è e i pochi artisti europei paiono esser stati ammessi previa espiazione attraverso collaborazioni con il Sud del mondo.
Per i curatori delegati, Gabe Beckhurst Feijoo, Marie Hélène Pereira e Rasha Salti (advisor), Siddhartha Mitter (editor-in-chief), Rory Tsapayi (assistente alla ricerca) la tesi è simile a quella proposta in Biennali precedenti. Il temuto cambio con l’avvento del governo di destra non è avvenuto: ciò che esibiva la sinistra radical-chic diventa testimonianza nella destra anticapitalista di Buttafuoco e così sia. Anzi no, perché, ovviamente, i colonialisti sono i cristiani (i musulmani non lo furono? Leggere Bernard Lewis) e quindi vai con la riduzione a carnevalate delle virtù teologali e cardinali e del Giudizio universale di Michelangelo del sudafricano Johannes Phokela o con il Cristo nero del defunto Sam Joseph Ntiro. Alla satira anticristiana si aggiunge quella contro lo scià in chiave anti Usa con il Warhol in Arabia di Raed Yassin.
L’invito dei curatori delegati è quello di «trovare le parole karmiche, le melodie e le memorie che riemergono dalle rovine del colonialismo». La loro è «una esposizione contro il tempo del Capitale, che ha denigrato alcune pratiche artistiche con il nome di artigianato» ed è in «difesa del paesaggio che sta scomparendo, come quello palestinese». Partendo dal Padiglione centrale ai Giardini appena restaurato, i visitatori passeggiamo tra shrine ispirati ai woodoo, altari «come are apotropaiche» e nuovi modelli di fattorie come quelli di Linda Goode Bryant (gestite da detenute), prodotti di scuole d’arte e i ricordi del poeta fondatore di Agit’Art, Issa Samb (1946-2017). È un viaggio antropologico che mette in scena post colonial e caribbean studies con numi tutelari Claude Levi-Strauss e Tony Morrison, ritratta dalla cubana Marìa Magdalena Campos-Pons tra statuette di animali della peruviana Celia Vàsquez Yui. Si è come in un suk Art&Craft che non annoia, anzi — pur essendo testimonianza di dolore — appare vivace con la grande madre simbolica della keniota Wangechi Mutu, il maestoso pavone di stoffa della giamaicana Ebony G. Patterson (anche l’installazione …fester… è tra le più sorprendenti), l’obelisco apotropaico e comunitario dell’haitiano Edouard Duval-Carrié, la grande tela sui naufraghi verso Lampedusa della camerunense Werewere Liking o i lavori anche in argilla della palestinese Vera Tamari. I video della sudafricana Buhlebezwe Siwani affrontano il tema della femminilità nera in dialogo con il Rinascimento: sostanzialmente, dove vedevi le veneri bianche ora vedi donne di colore nude.
All’Arsenale, il racconto anticolonialista, che deve spingere a riparazioni e restituzioni, si fa processionale. Si inizia con la «circolarità sufi» del libanese Khaled Sabsabi e con le divinità carnevalizzate del portoricano Daniel Lind-Ramos. Con Carrie Schneider sembra di entrare in una fabbrica di tessuti, davanti ci sono i troni barocchi di «resistenza coloniale» del salvadoregno Guadalupe Maravilla, emerge il tema ecologista attraverso la pratica del giardino caraibico e varie escatologie millenaristiche come Last of the Curlewis o i lavori tra le piantagioni delle Barbados di Annalee Davis. Spettacolare People’s Desire composta da 2.500 figurine d’argilla impegnate in un esodo di massa del thailandese Sawangwongse Yawnghwe, «che interrogano sulla economia dei genocidi e rimandano alla tragedia di Gaza».
A chi ha visto nella «presenza» della Russia la prova di una Biennale pluralista conviene visitare l’intera esposizione, perché nemmeno la Salis (Ilaria) sarebbe riuscita in una occupazione così antieuropea (di italiani non c’è traccia). Tra i padiglioni sfilerà una processione ispirata al Poetry Caravan, il viaggio intrapreso da Koyo Kouoh con nove poeti africani da Dakar a Timbuktu nel 1999.