la Repubblica, 6 maggio 2026
Dazi, richiesta agli Usa. “Rispettare il 15%”. Lite tra Ppe e socialisti
È ancora stallo sui dazi tra Ue e Usa. L’incontro di ieri tra il Commissario europeo al Commercio, Maros Sefcovic, e il Rappresentante americano, Jamieson Greer, non ha infatti diradato le nuvole transatlantiche che si sono addensate dopo le parole di Donald Trump di venerdì scorso.
Gli Stati Uniti hanno quindi lasciato sul tavolo l’arma dell’aumento al 25 per cento delle tariffe sulle auto. Minaccia non ancora messa in atto concretamente ma non ritirata. La richiesta di Washington, per non dare seguito al rialzo delle tariffe, è secca: far entrare in vigore subito, o comunque in tempi molto brevi, e completamente l’accordo siglato lo scorso agosto e ancora non approvato dall’Unione europea.
Il testo è infatti tuttora all’esame del cosiddetto Trilogo (organismo che riunisce Commissione, Parlamento e Consiglio incaricato di concordare i testi finali dei provvedimenti) convocato per oggi. Un ritardo determinato dai dubbi di diversi governi sulle clausole di garanzia all’intesa introdotte dall’Eurocamera e contestate anche dalla Casa Bianca.
Le salvaguardie di Strasburgo
Sebbene il merito dell’intesa non sia stato modificato, le salvaguardie adottate a Strasburgo stanno provocando un confronto piuttosto serrato. Anche oggi, infatti, difficilmente il Trilogo riuscirà ad accendere il disco verde. E tutto potrebbe essere rimandato di un’altra settimana.
In questo contesto, però, Sefcovic ha chiesto agli States di ritirare la minaccia con «un rapido ritorno alle condizioni concordate a Turnberry, ovvero un’aliquota tariffaria omnicomprensiva del 15 per cento, con le deroghe previste per l’Ue». E ha spiegato al “collega” quali siano le prerogative delle istituzioni europee (ossia i poteri del Parlamento) e quindi i motivi per cui l’iter di approvazione è così lento.
Nel frattempo, «entrambe le parti hanno concordato di intensificare il dialogo sia a livello politico che tecnico, impegnandosi con maggiore determinazione anche su un’agenda positiva». Il Commissario ha poi lanciato un messaggio anche all’Eurocamera e al Consiglio europeo: «Sarebbe vantaggioso che le caratteristiche principali dell’accordo fossero in vigore prima del suo primo anniversario», ossia prima di agosto.
La mossa di Weber
Un invito, insomma, a fare presto. Tanto che il capo dei deputati del Ppe, Manfred Weber, si è fatto portavoce delle preoccupazioni dell’esecutivo comunitario lanciando una sorta di ultimatum: «Se il trilogo di questa settimana non darà un esito, metteremo semplicemente l’accordo ai voti in plenaria. L’Europa deve dimostrare che ciò che firma è anche in grado di attuarlo».
Una sfida diretta ai socialisti che infatti l’hanno immediatamente contestata. «Le minacce di Weber – ha detto Brando Benifei – sono ridicole. Se non ci sarà la volontà di adottare le salvaguardie automatiche proposte dal Parlamento non ci sarà alcun passo avanti».
La presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha ricordato alla Casa Bianca (e implicitamente anche ai deputati europei) «un accordo è un accordo» avvertendo che se gli Usa non lo rispetteranno «siamo pronti a qualsiasi scenario».
Il sospetto che Trump abbia compiuto questa ennesima giravolta come ritorsione – in particolare contro la Germania – per il mancato aiuto nella guerra del Golfo è ormai diventato una certezza. «Sono minacce di destabilizzazione – ha detto il presidente francese Emmanuel Macron invocando il cosiddetto “bazooka” – per cui l’Ue dovrebbe attivare lo Strumento Anticoercizione».