corriere.it, 6 maggio 2026
Cittadinanza negata al migrante perché frequenta gli antagonisti. Il Tar blocca il provvedimento
È in Italia da oltre 15 anni e lavora come educatore a Verona. Parla perfettamente la nostra lingua e non ha precedenti penali alle spalle. Sembra avere tutte le carte in regola per ottenere la cittadinanza italiana il 32enne nordafricano L.O.. Il Ministero dell’Interno ha però rifiutato la sua richiesta per «possibili pericoli per la sicurezza della Repubblica». Questo perché «il richiedente risulterebbe noto per una asserita contiguità con ambienti riconducibili alla cosidetta sinistra antagonista veronese».
Il riferimento è alla realtà del Laboratorio Autogestito Paratod@s che in passato aveva ospitato a Verona una quarantina di migranti regolari che non riuscivano a trovare un alloggio, tra cui Moussa Diarra, il giovane maliano ucciso in stazione Porta Nuova da un agente della Polfer il 20 ottobre 2024. Quel decreto del Ministero, già all’epoca sotto il governo Meloni, era arrivato come una doccia fredda nel 2023, ma il 32enne non si era perso d’animo e con gli avvocati Salvatore Fachile e Giulia Crescini aveva presentato ricorso al Tar del Lazio che, dopo due anni e mezzo di attesa, lo ha accolto, chiedendo di annullare il provvedimento.
L.O. è arrivato in Italia con la sua famiglia nel 2009, quando il papà ha trovato un impiego a Verona. Ha frequentato le scuole in città e si è laureato in Scienze dell’Educazione. Ora, oltre a lavorare in comunità e in altri progetti per aiutare i migranti a integrarsi nella società, frequenta anche un corso di laurea magistrale in Scienze Pedagogiche. «Avevo presentato domanda come figlio di immigrati residenti in Italia da oltre 10 anni – spiega -. La sentenza del Tar è un primo passo, ma non posso ancora cantare vittoria per la cittadinanza, perché il Ministero potrebbe comunque impugnare la decisione e presentare ricorso al Consiglio di Stato».
Tornando alle motivazioni del Tar del Lazio, il richiamo alla vicinanza «a un generico movimento politico non consente di comprendere in quale modo tale circostanza possa concretamente tradursi in rischio per la sicurezza dello Stato – si legge nella sentenza firmata dalla giudice Floriana Rizzetto –, né permette al giudice di verificare la ragionevolezza e la coerenza del percorso valutativo seguito dall’amministrazione». La decisione del Ministero di rifiutare la cittadinanza a L.O. era stata presa sulla base di una relazione presentata dalla Digos che aveva segnalato la partecipazione ad alcune attività del Paratod@s. Nella documentazione presentata al Tar non ci sono però «adeguati elementi esplicativi – scrive nella sentenza Rizzetto – circa la natura, le finalità o la connotazione del movimento medesimo, nè è chiarito se si tratti di un’organizzazione caratterizzata da finalità terroristiche, eversive o comunque tali da poter incidere sui profili di sicurezza della Repubblica».
«Questo non è un caso isolato – spiega l’avvocato Salvatore Fachile -. Ogni anno ci sono almeno 300 pratiche che vengono respinte dal Ministero perché la persona viene ritenuta un pericolo per la sicurezza dello Stato. Di solito il Tar ci mette quattro anni e mezzo per rispondere a ricorsi di questo tipo, a meno che non sia evidente che c’è qualcosa di strano come in questo caso. Per quel che riguarda la decisione del Ministero non si è trattato di un banale errore, ma di una forzatura concettuale e culturale che il Tar ha riconosciuto insensata».
La sentenza del tribunale mette finalmente un punto a quella che per il 32enne è stata un’odissea, iniziata nel 2019 quando aveva presentato tutta la documentazione necessaria sui redditi della sua famiglia, il suo impegno nello studio e il suo casellario giudiziale che attestava l’assenza di precedenti penali. Nel ricorso presentato al Tar, ormai due anni e mezzo fa, aveva segnalato con i suoi avvocati «l’insufficienza e l’inadeguatezza della motivazione» depositata dal Ministero per quel che riguarda il diniego alla cittadinanza. Era inoltre stato sottolineato come non si fosse tenuto conto delle «condizioni di vita, familiari, sociali del richiedente, integrato nel tessuto socio-economico nazionale».