corriere.it, 6 maggio 2026
Pensioni, perché la metà degli italiani prende «troppo»
Analizzando i dati della spesa pensionistica indicati dall’Istat e dalla Ragioneria dello Stato, valori che poi vengono comunicati a Eurostat e alla Commissione europea per le valutazioni sui singoli Paesi, emerge una spesa per pensioni molto alta. Dove trovano spazio, però, molte prestazioni che sono di natura assolutamente assistenziale e non previdenziale.
Prendiamo ad esempio le ex pensioni sociali che la riforma Dini ha opportunamente rinominato «assegno sociale». Negli ultimi tre anni ne hanno fatto richiesta circa 270 mila italiani che, raggiunti i 67 anni di età, si sono ricordati che lo Stato c’è. Peccato che la maggior parte di loro fosse sconosciuta all’Inps e al fisco, il che significa che questi signori hanno vissuto, assieme alle loro famiglie, a carico della collettività per tutta la vita e come «premio fedeltà» a fine carriera lo Stato paga a «piè di lista».
Potrebbe succedere un fatto del genere in Germania o in altri Paesi europei? Certo che no. Perché se arrivato ad una certa età (intorno ai 30/33 anni) il cittadino non ha mai fatto una dichiarazione dei redditi la locale «Agenzia delle Entrate» lo convoca, e se le giustificazioni non sono congrue sono dolori per loro e per le famiglie.
Le integrazioni al minimo
Poi ci sono le pensioni integrate al minimo. Vengono pagate ai lavoratori che, arrivati ai 67 anni, non raggiungono l’importo del trattamento minimo pari per il 2026 a 611,84 euro e 619,79 per gli over 75. Per raggiungere questi importi, in genere, bastano 15/17 anni di contributi regolari, ma su uno stock di 9,916 milioni di pensioni in pagamento (invalidità, vecchiaia, superstiti) quasi tre milioni sono integrate al minimo o maggiorate. Si consideri che per la rendita di vecchiaia occorrono 67 anni di età e almeno 20 anni di contributi, ma la maggior parte di queste rendite beneficia di un numero di contributi figurativi (cioè a carico dello Stato per coprire i periodi di disoccupazione, malattia, infortuni vari e così via) anche per oltre cinque anni. Quindi, se va bene, hanno contribuito (poco) per 14/15 anni e ovviamente nessuno se ne è accorto, tanto che a fine carriera lo Stato non solo eroga la differenza tra la pensione a calcolo in base ai contributi versati che è in media pari a 300/350 euro al mese, ma la raddoppia e, come per gli assegni sociali, grazie al buonismo dei vari governi, offre ancora di più.
La Cgil si è esercitata meritoriamente su tutte le mini (ma non tanto) prestazioni assistenziali che rimpolpano l’assegno sociale ordinario il cui importo mensile per il 2026 è di 546,22 euro o le pensioni integrate al minimo. Risultato, come appare anche nel Rapporto annuale di Itinerari previdenziali queste pensioni arrivano anche a 768,30 euro al mese per 13 mensilità, grazie alle maggiorazioni sociali gentilmente offerte da vari governi, a cui si somma la cosiddetta 14esima mensilità (655 euro l’anno), la social card o la carta per te (480 euro l’anno) e i vari bonus canone tv, bonus affitto (fino a 3.500 euro l’anno), i vari bonus bollette e così via. Il tutto rigorosamente esentasse. Quindi un soggetto che ha versato poco o nulla di tasse e contributi, potrebbe avere un reddito annuo tra gli 11 mila e i 15 mila euro, beneficiando di tutte le altre agevolazioni sanitarie e sociali per i redditi sotto soglia Isee.
L’Isee è troppo largo?
A proposito di Isee: nel 2024 sono 10,371 milioni le richieste con la dichiarazione sostitutiva unica di cui 10,077 nuclei familiari con una media di 2,9 componenti. In pratica 30 milioni di italiani hanno chiesto assistenza allo Stato e dovrebbero essere oltre 32 milioni nel 2025, cioè ben il 55% della popolazione. Ovviamente, per beneficiare dell’Isee occorre avere redditi bassi e quindi dichiarare (e lavorare) il meno possibile. E infatti nell’ultima dichiarazione dei redditi il 49,90% dei contribuenti ha dichiarato redditi fino a 20 mila euro e pagato il 5,64% dell’Irpef totale. Solo per garantire la sanità a questi cittadini, che giustamente si lamentano perché manca il personale sanitario e le liste di attesa sono lunghe, quel 25% di cittadini che si fanno carico di quasi tutte le imposte dirette devono pagare 56,4 miliardi di euro ogni anno (131,119 miliardi di spesa sanitaria nel 2023 per un pro-capite di 2.222 euro). Poi ci sono tutte le altre prestazioni offerte dallo Stato come la scuola, l’assistenza sociale, la viabilità, eccetera, ovviamente tutto gratis. Non ci dobbiamo stupire se poi siamo ultimi per numero di persone che lavorano, per produttività, per versamenti fiscali e primi per evasione, malavita organizzata, gioco d’azzardo, animali domestici, telefonini e così via: tanto paga Pantalone. Sempre nel computo della spesa pensionistica troviamo gli assegni di invalidità civile spesso abbinati all’indennità di accompagnamento e, dulcis in fundo, anche le pensioni di guerra (95 mila). In totale i pensionati totalmente o parzialmente assistiti sono oltre 7,2 milioni su 16,3 milioni di pensionati.
L’ombrello delle prestazioni
Isee e prestazioni sociali erano state studiate per quel 6/8% massimo di popolazione con gravi problemi; se diventano oltre il 50% significa che il sistema non funziona più. Quindi la prima cosa da fare è evitare confusioni tra assistenza e previdenza e la seconda è rivedere l’Isee, i bonus e introdurre i controlli ex ante. Il fatto che Istat dica che la spesa per pensioni è pari al 16,61% del Pil contro una media europea del 12,8% espone i cittadini onesti che pagano i contributi a ulteriori riduzioni delle loro rendite, come accaduto con la riforma Fornero e con la mancata indicizzazione delle pensioni alte del governo Meloni. Ma se siamo pieni di buonisti che non controllano nulla, perché lavorare e pagare tasse e contributi?