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 2026  maggio 06 Mercoledì calendario

Intervista a Edoardo Winspeare

Il barone del cinema italiano aspetta con un cilindro sulla testa e un bastone da passeggio in mano sul portone del suo castello salentino nel borgo di Depressa. Mostra le caditoie dalle quali veniva fatto colare l’olio bollente per fermare gli invasori turchi, i quali però ebbero il sopravvento come dimostrano le palle di cannone conservate proprio sotto le lapidi dedicate ai cani della dinastia Winspeare, di cui Edoardo, sessant’anni, passaporto sia italiano che del Liechtenstein, è senza dubbio il discendente più eclettico e artistico grazie alla sua professione di regista per la quale è apprezzato, forse più all’estero che in Italia. Anche se l’ultimo film, intitolato Vita Mia, ispirato alle vicende personali della madre, Elizaberh detta «Guki», sta conquistando anche il pubblico nazionale.
Lei, Edoardo, ha un titolo aristocratico, come Luchino Visconti.
«Il casato dei Visconti Modrone per lignaggio non è paragonabile al mio, anche se la famiglia Winspeare è in Italia da più di tre secoli. Ha origine inglese e si trasferì dallo Yorkshire per sfuggire alla diffusa intolleranza nelle isole britanniche verso i recusants, coloro che rifiutavano di abbracciare l’anglicanesimo e abiurare il cattolicesimo».
Lei vanta avi che hanno ricoperto ruoli illustri nella storia borbonica e italica.
«Antonio Winspeare fondò le colonie di Ponza e Ventotene e tradusse il poeta greco antico Anacreonte. Il giureconsulto Davide Winspeare è l’autore della Storia degli Abusi Feudali ed è stato membro della Commissione per l’abolizione del sistema feudale, mentre il generale Roberto Winspeare è stato ufficiale d’artiglieria nell’armata russa contro Napoleone durante la campagna d’inverno fino all’assedio di Parigi. Invece, il generale Francesco Antonio Winspeare fu ministro della Guerra durante l’avanzata dei Mille di Garibaldi fino alla caduta del regno».
La sua passione per la storia di famiglia emerge dalla cura maniacale con la quale in questo castello lei ha raccolto pacchi di lettere, fotografie, documenti, stemmi araldici e armi dei suoi avi maschi. Però «Vita Mia», l’ultimo film, racconta le vicende di sua madre.
«Era nata a Vienna, e crebbe in Ungheria. A lei devo il mio essere poliglotta. Era stata sartina nello studio di Christian Dior a Parigi, lo paragonava spesso a un rigido impiegato delle poste della Francia più profonda. Quando sposò mio padre, scelse di vivere in questo piccolo paese. La sua famiglia aveva perso tutto a causa della guerra, lei aveva conosciuto il nazismo e la ferocia anche dei russi. Il film vuole spiegare come la grande storia lasci tracce indelebili anche in una piccola storia come quella di Didi, la protagonista di Vita Mia. Anche mamma negli ultimi anni aveva le allucinazioni e parlava soltanto ungherese».
Davvero la sua famiglia possedeva un orso come nel film?
«Un lontano parente, sì. Inoltre, durante le riprese in Transilvania, spesso gli operatori hanno avvistato una mamma orsa coi cuccioli che ci ha costretto a interrompere mentre giravamo».
Certo, sua madre fu una profuga di lusso rispetto a chi fugge ora dalle guerre.
«È verissimo. Però nel film mi interessava spiegare come anche nella mia famiglia aristocratica il fatto di essere riusciti a sopravvivere ai massacri abbia lasciato una sorta di senso di colpa per averla scampata rispetto a persone anche più innocenti».
Come interpreta il suo titolo nobiliare al giorno d’oggi?
«Io abito in un palazzo contadino con i parenti di mia moglie nelle case accanto alla nostra. Mi mancano i fondi per restaurare questo castello che ho usato per la prima volta per le riprese. Insegno cinema dalla scuola materna alle superiori, per diffondere l’amore per questa arte splendida. Adesso sto girando un western alle superiori di Parabita. La mia famiglia ha venduto quasi tutti i beni. Mi restano il castello e la foresteria bed & breakfast. Oltre ad alcuni abiti e scarpe che Dior regalò a mamma».
Ha imparato a fare il regista nella scuola frequentata anche da Wim Wenders, a Monaco, la Hochschule für Fernsehen und Film, l’Università della tv e del cinema.
«Sono stato sei anni in Germania, dove ho imparato tante cose, anche se apprendi a fare cinema semplicemente facendolo. Nelle tante esperienze da assistente regista in giro per il mondo, New York compresa, portavo i pezzi delle pellicole, dovevo fermare il traffico, insomma una gavetta umile però costruttiva. Poi ho cominciato con i documentari, ambientati lungo il fiume Volga, nel ghetto di Venezia, in Brasile. Prima di occuparmi del tarantismo».
È stato anche un fautore della riscoperta della pizzica.
«Fondai un gruppo musicale, affascinato da questa forma d’arte popolare, così come amo la poesia. A un certo punto della vita, pensai di fare di Depressa il borgo del lirismo, tant’è che nel castello, alle pareti della loggia aperta su giardino e agrumeto sono affisse decine di epigrafi con versi di Hikmet, Saffo...».
Lei è il cantore del Salento, anche se in «Vita Mia» un po’ lo tradisce, visto che parte della storia è ambientata in Transilvania.
«Questa è la terza “isola” più grande d’Italia, più isolata dal continente, pur facendone parte, rispetto alla Sicilia, che ne è geograficamente distaccata. L’amore profondo per la mia terra e il mio esserne al contempo estraneo per come sono cresciuto mi permette di cogliere tutta la sua verità e di godere di una grande libertà, anche di ironizzare. Ritengo, inoltre, giusto, inserire sempre indizi ambientalisti perché dalla Tap alla Xylella fino alle pale eoliche che adesso vogliono impiantare nel mare tra Castro e Leuca, il Salento è oggettivamente bistrattato. Ho iniziato a girare qui perché era una terra cinematograficamente vergine. Prima vi ambientavano soltanto film siciliani, approfittando delle somiglianze tra gli scenari barocchi».
Nei film i suoi personaggi parlano spesso il dialetto salentino. Non pensa possa limitare la comprensione delle storie?
«Non sono un fanatico del dialetto, però in Italia è vero che ogni dieci chilometri cambia la lingua e questa varietà offre una possibilità enorme di caratterizzazione sociale, di far emergere la natura profonda e sincera dei personaggi. Trovo il dialetto più autentico, e all’estero piace moltissimo. Io, poi, lo parlo meglio dell’italiano».
Ascoltandola, in effetti, si coglie un miscuglio effervescente di idiomi diversi.
«Fino all’età di 14 anni mamma mi parlava ungherese, tedesco e francese, e a Depressa non si usava l’italiano. Io passavo il tempo con i ragazzi del posto, con Cosima la mascia tabaccaia. Sapevo dire tutte le litanie e l’intera messa in latino. Poi mi mandarono a frequentare il liceo a Firenze, dove mi diedero l’appellativo di “suca” poiché usavo quella parola per indicare il tubo di gomma per innaffiare».
Lei ha spinto sua moglie Celeste Casciaro a diventare attrice, assegnandole ruoli sempre più importanti.
«La incontrai nel negozio di scarpe dove faceva la commessa. Era bellissima, fumava una sigaretta dopo l’altra. Provai dozzine di mocassini, ma erano troppo chic per i miei gusti. Ci misi un po’ a convincermi perché aveva già un bimbo piccolo e una ragazzina, Andrea e Laura. Le feci un primo provino, ma non lo superò. La scritturai per Sangue Vivo e sul set ci innamorammo. Lei dice sempre che mi ha voluto perché sono diverso dagli altri “masculi minchia”. Di sicuro, Celeste è più forte di me ed è diventata un’attrice davvero capace come ha mostrato interpretando Vita nel film che anche per lei si chiama Vita Mia».
In questo ultimo film, l’ha diretta per la prima volta in scene sensuali.
«Sul set sono molto tecnico, lascio da parte i sentimenti. E, comunque, lei non è innamorata del personaggio di fronte al quale si spoglia, lo odia».

Avete una figlia, Arcangela, per la quale lei ha scritto un libro destinato appunto a una lettrice unica.
«Si intitola Lettere ad Arcangela. L’ho scritto durante il confinamento per la pandemia. Dopo anni in cui conservavo i ricordi di famiglia, leggevo i documenti, catalogando le foto, volevo salvare la trasmissione orale e donarle la storia della mia famiglia. Lei assomiglia molto anche alla madre, è risparmiosa e vuole essere autonoma. Fa la cameriera nei weekend e in estate».