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 2026  maggio 06 Mercoledì calendario

Medici di base, resa dei conti. Riforma nelle mani di Meloni

Sulla riforma dei medici di famiglia siamo alla resa dei conti. Domani, al ministero della Salute, sarà messo nero su bianco il testo definitivo del decreto d’urgenza che ridisegna le modalità di lavoro della medicina generale. Il ministro Orazio Schillaci punta a portarlo in Consiglio dei ministri entro fine mese, dopo l’approvazione delle Regioni attesa per l’11 maggio. Poi il decreto dovrà essere convertito in legge con l’approvazione del Parlamento. L’obiettivo è far lavorare i medici di famiglia nelle 1.038 Case della Comunità finanziate con 2 miliardi di euro del Pnrr. I vantaggi per i cittadini sarebbero notevoli: potranno rivolgersi a strutture aperte dalle 8 alle 20 con guardia medica notturna, dove operano insieme medici di famiglia, infermieri di comunità, pediatri, ecc., e dove sarà possibile effettuare esami come elettrocardiogrammi, ecografie e spirometrie.
Il problema è che il principale sindacato di categoria, la Fimmg, si oppone da sempre a un cambiamento del modello in nome dell’autonomia del medico di famiglia e del rapporto di fiducia con i pazienti. Per rendere il progetto realizzabile è quindi necessario modificare le leggi che regolano il rapporto tra i medici di base e il Servizio sanitario. Vediamo come.
a) In Italia i medici di base operano come liberi professionisti convenzionati con il Servizio sanitario attraverso un Accordo collettivo. In concreto, significa che il medico può decidere di non vaccinare contro l’influenza, non eseguire tamponi durante un’emergenza come il Covid, non lavorare nelle Case della Comunità, tenere aperto lo studio tre ore al giorno e lavorare da solo. Così, se un paziente ha un problema alle 17 e il medico ha terminato alle 14, non resta che rivolgersi al Pronto soccorso.
La riforma Schillaci prevede che i medici restino, in via prioritaria, lavoratori autonomi, ma con l’obbligo di dedicare in aggiunta sei ore a settimana alle Case della Comunità e di rispettare nuove regole che saranno introdotte nel prossimo Accordo collettivo 2025-2027. Tra gli obiettivi: garantire una presa in carico continuativa dei pazienti cronici, utilizzare sistemi informatici interoperabili affinché ogni cartella clinica sia accessibile anche da altri medici di famiglia, e favorire la collaborazione stabile all’interno di équipe multiprofessionali.
Accanto ai liberi professionisti, su base volontaria e residuale, saranno arruolati medici di famiglia che diventeranno dipendenti e lavoreranno principalmente nelle Case della Comunità, rendendole operative. Il rapporto di fiducia con il medico resta tal quale: i pazienti sceglieranno il proprio.
La retribuzione
b) Ogni anno il medico di base riceve 91 euro lordi per assistito. C’è chi quei soldi se li merita tutti, ma 78 euro vengono pagati a prescindere da ciò che fa: anche se non visita, non vaccina e non segue i pazienti cronici. È una quota fissa, legata solo al fatto che sei nella loro lista. E, in molti casi, le visite non si effettuano: il lettino resta incellofanato, usato come una mensola per appoggiarci sopra di tutto. Con la riforma, la retribuzione non sarà più per l’85% sul numero di pazienti, ma anche sulle prestazioni effettuate.
c) Il percorso per diventare medico di base non sarà più basato su corsi regionali triennali, retribuiti con una borsa di studio da 996 euro lordi al mese e gestiti dal sindacato, ma su una specializzazione universitaria di 4 anni con una borsa di 2.166 euro, come per tutti gli altri specializzandi.
Il compromesso ottenuto ieri con le Regioni, su pressione di Emilia-Romagna, Toscana e Puglia, prevede che il nuovo sistema di retribuzione e la trasformazione della formazione in corso universitario siano attuati con provvedimenti successivi. Il motivo è facile da intuire: inimicarsi la Fimmg, che da 20 anni fa leva sulla paura dei pazienti con lo slogan «non avrete più il vostro medico di famiglia di fiducia», è sempre stato rischioso per chi teme di perdere consenso elettorale. In ogni caso, le Regioni – pur su una versione di compromesso – ora sono tutte d’accordo. Il problema si sposta in Parlamento: i vertici di Forza Italia, Antonio Tajani, Stefania Craxi e Paolo Barelli in testa, si stanno già mettendo di traverso. «Una tale rivoluzione – va dicendo Barelli – è fuori luogo in prossimità delle elezioni». Siamo sempre lì: l’interesse dei cittadini viene dopo. Resta da capire se la premier Giorgia Meloni, che ha sempre dichiarato di non essere ricattabile, avrà la forza di rottamare un sistema di potere radicato.