Corriere della Sera, 6 maggio 2026
Iran, Trump: «L’accordo definitivo è vicino»
«Sono stati compiuti grandi progressi verso un accordo completo e definitivo con i rappresentanti iraniani». Così, nella notte, ha scritto su Truth Donald Trump. Che ha anche annunciato di avere sospeso (dopo un solo giorno e su pressione del Pakistan) il Project Freedom – il programma Usa di scorta militare alle navi attraverso lo Stretto di Hormuz – proprio «per verificare se l’accordo possa essere finalizzato e sottoscritto». Del resto ore prima il segretario alla Guerra Pete Hegseth aveva detto «il cessate il fuoco non è finito» e aveva risposto pure a una domanda sui delfini kamikaze: «Loro non ce li hanno, noi non ve lo dico». Certo il presidente del Parlamento iraniano, Mohammed Ghalibaf, sulla carta il capo negoziatore del suo Paese, anche ieri ha accusato «gli Stati Uniti e i suoi alleati di mettere a rischio la sicurezza della navigazione con il blocco navale e le violazioni della tregua: loro sono alla frutta, mentre noi abbiamo appena cominciato».
L’Iran sostiene di controllare lo Stretto, mentre Washington ribatte che «Hormuz è aperto» e che «51 imbarcazioni sono state bloccate in partenza o in arrivo nei porti iraniani». Lo stesso Trump aveva ribadito che «gli iraniani non hanno chance: fanno la voce grossa ma poi in privato sono gentili e dicono che vogliono un accordo». E ironizzato sulla flotta nemica: «Otto barchette che adesso non ci sono più». Dicendo poi che conta molto su un esito positivo della conversazione di settimana prossima con il leader cinese Xi Jinping, che potrebbe mettere una buona parola con gli amici ayatollah. A Pechino oggi c’è Araghchi, mentre il segretario di Stato Rubio ieri ha parlato con Lavrov, ministro degli Esteri di Putin, altro alleato di Teheran.
Niente di tutto questo tranquillizza i mercati mondiali o gli alleati nel Golfo: anche ieri al tramonto gli Emirati Arabi hanno lanciato un allarme missili dopo averne intercettati 12 balistici, 3 da crociera più 4 droni in arrivo dall’Iran. A Dubai e dintorni scuole chiuse almeno fino a venerdì. Gli emiratini vorrebbero qualcosa di più dagli americani, ma il capo delle Forze Armate Usa, Dan Caine, minimizza: né i missili sugli Emirati né i dieci attacchi iraniani dell’altro giorno alle navi a stelle e strisce «bastano a giustificare una ripresa delle ostilità su vasta scala». E neppure il fatto che «l’Iran abbia sfruttato il cessate il fuoco per piazzare altre mine nello Stretto di Hormuz».
Sul fronte diplomatico, niente di nuovo dal Pakistan, teatro dei colloqui finora falliti. Il presidente francese Emmanuel Macron, che l’altro ieri al vertice europeo di Erevan aveva detto di «non capire bene il piano di Trump», ieri pomeriggio ha parlato «su sua richiesta con il presidente iraniano». Pezeshkian ha poi fatto sapere che dagli Usa «arrivano condizioni impossibili» per la ripresa dei negoziati. L’Eliseo ha ribadito la posizione francese: «Chiediamo la cessazione di tutte le ostilità, il ritorno ai negoziati diplomatici e il rispetto di tutti i Paesi della regione». Su Hormuz, «l’unica opzione possibile è la riapertura dello Stretto e l’assenza di qualsiasi pedaggio o misura coercitiva». Macron ha messo in guardia Teheran: «Qualsiasi escalation unilaterale contro petroliere, navi portacontainer o Paesi terzi è un errore che alimenta la guerra e porta a un’escalation». Intanto, oltre oceano, una bozza di risoluzione Onu da presentare al Consiglio di Sicurezza da parte di Usa e Paesi del Golfo minaccia l’Iran di sanzioni se non interrompe gli attacchi nello Stretto. Prima della tregua, Mosca e Pechino avevano già bloccato una risoluzione analoga. E non c’è ragione perché non lo rifacciano.