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 2026  maggio 06 Mercoledì calendario

La Nato stima costi e scenari di una difesa senza gli Usa

Gli europei possono fare a meno della difesa americana? In teoria sì: a condizione che i 31 Paesi della Nato, (tutti tranne gli Stati Uniti) siano pronti a spendere altri 1.000 miliardi di dollari, oltre ai 750 promessi lo scorso anno, nel vertice dell’Aja, in Olanda. Allora i soci dell’Alleanza si impegnarono ad aumentare la spesa della difesa fino al 3,5% del Pil entro il 2035, destinando un altro 1,5% a investimenti collaterali. Quelle cifre, che pure hanno già suscitato aspre polemiche nei vari Paesi, non basterebbero a colmare il vuoto lasciato dalla «Trump-exit».
Nell’ultimo anno, analisi e previsioni sono fiorite a decine. Una delle più citate è ancora quella presentata lo scorso anno dall’Iiss (International Institute for Strategic Studies), centro studi specializzato nella sicurezza internazionale, con sede a Londra.
Il rapporto si intitola «Difendere l’Europa senza gli Stati Uniti, costi e conseguenze». Il lavoro immagina lo scenario più estremo: il ritiro completo delle forze armate Usa di stanza in Europa e la disattivazione dei sistemi di sorveglianza, di intelligence, fino allo smantellamento dello scudo nucleare. Una specie di anno zero, insomma che, in realtà, oggi viene preso in considerazione come un modello teorico per comprendere che cosa servirebbe, invece, per fronteggiare le ipotesi più probabili di un ridimensionamento americano. In ogni caso, ecco i dati più significativi che in questi giorni rimbalzano nel dibattito tra i governi. Per rimpiazzare le forze americane di terra (dai carri armati all’artiglieria) servono 51 miliardi di dollari; per quelle navali, 86 miliardi; per quelle aeree (dai caccia ai droni), 88 miliardi. Totale: 225 miliardi di dollari che possono arrivare fino a 344 miliardi.
Alla lista vanno aggiunti gli stanziamenti per mettere in campo una forza di 128 mila tra soldati e personale di supporto: il minimo per costituire una deterrenza credibile nei confronti della minaccia russa. Si arriva a mille miliardi calcolando gli investimenti necessari nei settori in cui la distanza tra le capacità americane e quelle europee è più vistosa: sorveglianza del territorio, intelligence, infrastrutture spaziali. Da ultimo, l’Unione europea ha mostrato segnali di risveglio. Bruxelles, per esempio, sta finanziando il sistema di comunicazione orbitale Iris. L’obiettivo è affrancarsi progressivamente da Elon Musk e dalla sua rete Starlink. Il problema è che i satelliti europei per uso militare dovrebbero entrare in servizio fra quattro anni: un’eternità per lo spazio.
Oltre ai soldi, quindi, l’altro fattore cruciale è il tempo. Entrambi ci conducono alla dimensione decisiva: la politica. Quanti sono i governi pronti ad aumentare e ad accelerare le spese per il riarmo? Il segretario della Nato, Mark Rutte, ha risposto in modo indiretto e beffardo: «Chi sogna di poter fare a meno degli americani, continui a farlo». Ma Londra, Parigi e Berlino si stanno muovendo in modo concreto. L’autonomia europea va costruita gradualmente, senza strappare con Washington. Il primo passaggio, dunque, è potenziare il pilastro europeo nella Nato, evitando la messa in mora dell’Alleanza. L’idea è formare un gruppo coeso, lasciando, almeno per il momento, ai margini i governi titubanti o semplicemente contrari alla prospettiva di un’Europa senza la tutela Usa.
La squadra di partenza è formata da un nocciolo duro di Stati: Regno Unito, Francia, Germania, Danimarca, Finlandia, Svezia, Norvegia. Un secondo girone, decisamente più largo, segue con interesse, ma vuole mantenere stretti legami militari, anche bilaterali, con gli Usa. Ne fanno parte, tra gli altri: la Polonia, la Grecia, i Paesi Baltici. Naturalmente anche il governo italiano sarà chiamato a scegliere.