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 2026  maggio 06 Mercoledì calendario

Rubio prova a mediare con il Papa prima dell’incontro

«Quello di giovedì (domani, ndr) con il Pontefice è un incontro messo in calendario da tempo per discutere di molti temi, dalla libertà religiosa in Africa a Cuba. Da quando è stato programmato, sono successe molte cose di cui dovremo discutere. Papa Leone non è solo un leader religioso: è anche un capo di Stato. E con il Vaticano noi abbiamo lavorato spesso: è normale incontrarsi». In una conferenza stampa largamente dedicata all’operazione Project Freedom per cercare di riaprire lo Stretto di Hormuz bloccato dagli iraniani, ieri sera il segretario di Stato Marco Rubio ha cercato di togliere al suo viaggio a Roma il senso di una missione mirante a riparare i danni provocati dai ripetuti attacchi di Donald Trump al capo della Chiesa cattolica.
A chi gli chiedeva conto della nuova accusa del presidente, secondo il quale papa Prevost starebbe mettendo in pericolo molti cattolici, Rubio ha addirittura replicato che «questa è una caratterizzazione errata delle sue parole», aggiungendo che Trump insiste solo sulla necessità di impedire all’Iran di dotarsi dell’arma atomica: «La differenza tra lui e i sei presidenti che l’hanno preceduto è che gli altri hanno solo detto a parole di voler impedire a Teheran di diventare una potenza nucleare, mentre Trump sta facendo cose concrete a questo fine».
Ovviamente Rubio ha sorvolato sul fatto che Barack Obama avesse fatto un accordo col regime degli ayatollah: intesa cancellata da Trump nel suo primo mandato. Né ha menzionato i calcoli errati della Casa Bianca: un attacco deciso con la certezza di una rapida resa di un Iran con il suo vertice politico e religioso decapitato.
L’incontro con la stampa, tenuto alla Casa Bianca anziché al dipartimento di Stato, è stato organizzato soprattutto per presentare Project Freedom come un’operazione militare difensiva: una missione che mira a scardinare il ricatto iraniano della chiusura dello Stretto di Hormuz. Un’iniziativa umanitaria per liberare decine di migliaia di marinai rimasti in ostaggio nel Golfo, addirittura come un regalo fatto dagli americani a tutto il mondo: per ripristinare la libertà di navigazione ed evitare che quello che il segretario di Stato ha definito un atto di pirateria, si diffonda su altri mari: «Se consentiamo agli iraniani di violare la liberta di navigazione, se possono imporre blocchi e far pagare un pedaggio per ogni transito, ci sono almeno sei o sette stretti nel mondo nei quali accadranno le stesse cose, Paesi che cercheranno di seguire l’esempio degli iraniani». E ancora: «Noi non spariamo, lo facciamo solo se attaccati».
Poi un breve riferimento all’Italia: «Può aiutare in Libano addestrando polizie e militari», ha detto rispondendo a una domanda. Un contributo al rafforzamento del governo di Beirut che «deve avere il pieno controllo» di un Paese che non rappresenti più una minaccia per Israele con gli attacchi degli hezbollah.
Tornando sul Papa, Rubio ha mandato un messaggio ambivalente a Cuba: «Uno Stato fallito malgovernato da comunisti incompetenti. Non stiamo bloccando i rifornimenti di petrolio. È il Venezuela che non glielo dà più gratis. Lì le cose dovranno cambiare, ma non è questo il momento di parlarne». Poi, però, l’affermazione di voler dialogare con il Vaticano anche nella prospettiva di mandare aiuti umanitari a Cuba: «Lo abbiamo fatto in passato attraverso la Chiesa cattolica, vogliamo continuare a farlo».
Poi una scudisciata al Congresso («lo informiamo sulla base del War Powers Act per mantenere buoni rapporti, ma quella legge è incostituzionale»). E un monito all’Onu («a che serve se non condanna nemmeno un blocco illegale delle vie di navigazione internazionali?»), l’affermazione che il controblocco Usa non è un atto di guerra («l’unico modo per bloccare gli abusi di Teheran») e un avvertimento alla Cina (sanzioniamo chi aiuta un Paese sotto embargo) ma senza toni bellicosi, visto che Trump incontrerà a breve Xi Jinping.