Corriere della Sera, 6 maggio 2026
L’Italia sotto esame
Pochi sanno che la Ue effettua un monitoraggio annuale non solo sui conti pubblici, ma anche sulla situazione sociale dei Paesi membri. È un processo relativamente nuovo (siamo alla seconda edizione), e non sono previste sanzioni. Si tratta però di qualcosa di più che un semplice esercizio statistico. Il fine è quello di misurare il grado di convergenza sociale fra Paesi e individuare i «rischi» che eventuali deviazioni possono provocare a livello nazionale e europeo. Anche se il welfare è di competenza prevalentemente nazionale, ci sono due buoni motivi per occuparsi di convergenza. La prima è che i governi si sono impegnati a rispettare obiettivi comuni, quelli che caratterizzano il modello europeo o, nel gergo della Commissione, lo «European way of life»: alti livelli di occupazione, protezione e giustizia sociale, pari opportunità, inclusione e così via. Il Pilastro europeo dei diritti sociali, adottato nel 2017, ha elencato in modo chiaro i venti principi che ispirano la dimensione sociale della Ue. È dunque importante verificare il rispetto effettivo di questi principi e promuovere l’allineamento verso l’alto degli standard nazionali. La seconda ragione è di ordine economico e sistemico. In società che invecchiano rapidamente, alcuni aspetti della struttura sociale dei singoli Paesi giocano un ruolo importante per la sostenibilità e la crescita. Pensiamo ai tassi di occupazione, ai livelli di povertà (in particolare quella educativa), di istruzione e formazione.
In un mercato interno, le economie e le società nazionali sono dei vasi comunicanti, ciò che succede in un Paese può avere effetti a cascata sugli altri (in positivo o in negativo). Un monitoraggio attento è indispensabile per un governo efficace del sistema.
Il processo di convergenza si articola in due fasi. In autunno la Commissione valuta la situazione generale e identifica i casi nazionali problematici, da sottoporre a una analisi più approfondita. L’esito di questa seconda fase è reso noto a fine aprile (sotto forma di un Rapporto con schede-Paese), di modo che la Commissione possa tenerne conto nella formulazione delle cosiddette Raccomandazioni specifiche per Paese. Le quali, nel mese di giugno, fanno il punto sulle agende politiche dei governi, suggerendone le priorità per l’anno successivo.
Per la seconda volta di seguito, l’Italia è stata inclusa fra i casi problematici del 2026 e sottoposta ad esame dettagliato. Non siamo l’unico Paese (quest’anno c’è anche la Finlandia). Ma siamo quello che ha i punteggi più bassi, anche rispetto a Bulgaria e Romania. Riceviamo una valutazione negativa non solo sulla situazione di fatto, ma anche sulle politiche messe in campo per migliorarla, in base alle Raccomandazioni dello scorso anno.
Fra i tanti dati analizzati dalla scheda-Paese sull’Italia, merita soffermarsi su due aspetti. Il primo riguarda la persistenza (ormai vergognosa) di fenomeni tipici delle società arretrate. L’economia sommersa assorbe più di 3 milioni di lavoratori, concentrati nell’agricoltura, nei servizi e nel commercio. Il dato ha ripreso a crescere dopo un quinquennale declino. Più di 10 mila lavoratori vivono in insediamenti malsani, privi di servizi essenziali, tipo favelas. Grazie al Pnrr è stato potenziato l’Ispettorato nazionale del lavoro, ma i risultati non sono ancora evidenti.
Un altro indicatore di arretratezza è l’alto abbandono dopo la scuola media. Il fenomeno riguarda il 10% dei giovani (15% in Sicilia e Sardegna) e raddoppia nel caso dei giovani immigrati. Seppure in diminuzione, la percentuale di Neet (giovani che non studiano e non lavorano) è ancora superiore alla media Ue, mentre meno di un terzo dei trentenni ha un diploma terziario, quindici punti in meno dello standard europeo. Resta stabile anche la povertà fra i minori (compresa quella educativa), che interessa più di un quarto (si, il 27,1%) della popolazione fino a 17 anni. Inutile aggiungere che tutti questi fenomeni peggiorano fortemente da Nord a Sud. Il Mezzogiorno resta purtroppo sotto molti aspetti una delle aree più arretrate d’Europa.
Il secondo aspetto da sottolineare riguarda due ambiti cruciali per la sostenibilità (anche quella del welfare): mercato del lavoro e istruzione. A dispetto dei recenti miglioramenti (essenzialmente dovuti all’innalzamento dell’età pensionabile) il tasso di occupazione italiano è il più basso d’Europa, soprattutto l’occupazione femminile (57,8% di contro a una media Ue di circa il 70%). Per quanto riguarda i giovani, alla quota di Neet fa da contraltare l’elevato tasso di emigrazione dei laureati più qualificati: 190 mila nel 2024. Un enorme spreco di talenti. Il fenomeno è difficilmente reversibile nel corto periodo. Facendo di necessità virtù, si potrebbero almeno introdurre incentivi e programmi per mantenere questi giovani in qualche modo collegati all’Italia, come veicoli di disseminazione culturale e, perché no, di influenza nei circuiti economici e politici esteri in cui essi vanno a collocarsi.
Nel dibattito sui saldi di finanza pubblica si è iniziato a parlare di politiche rivolte al denominatore, ossia il Pil e la sua crescita. Le arretratezze e i ritardi della struttura sociale italiana dovrebbero stare al centro di questa discussione. Dopo tutto, la crescita dipende dal numero di occupati e dalla loro produttività (fortemente collegata alla qualità del capitale umano). È sorprendente che un meccanismo così semplice non venga colto dalla classe politica. Attivare il circolo virtuoso richiederebbe strategie programmatiche di lungo periodo e una dose massiccia di investimenti sociali. I nostri governi piangono sempre miseria. Ma nell’ultimo quinquennio hanno speso intorno ai 160 miliardi per il superbonus: benefici concentrati, con effetti espansivi limitati nel tempo e forte impatto sui conti pubblici. L’opposto di ciò che servirebbe.