La Lettura, 3 maggio 2026
Il moschettiere di Caravaggio
Quasi certamente alla fine delle indagini (ci vorranno almeno un paio di mesi) si riuscirà a vedere, come mai si è vista finora, quella figura sottostante che rappresenta uno dei tanti, intriganti misteri della storia dell’arte. Ovvero: chi ha davvero dipinto la Madonna a mani giunte, con bambino (o bambini, potrebbero essere due) che si trova sotto la celeberrima tela di Caravaggio intitolata Buona Ventura (1597 circa), uno dei capolavori conservati nella Pinacoteca Capitolina?
La dipinse Caravaggio stesso (quello che sotto sotto sperano tutti...), primo e unico caso di tela riutilizzata dal genio? Oppure, come già ipotizzato, è opera del Cavalier d’Arpino (Giuseppe Cesari, 1568-1640), presso la cui bottega il giovanissimo Merisi soggiornò, per qualche mese, appena giunto a Roma? O la Vergine finora solo intravista, con tanto di aureola (tracciata con compasso) si deve – è stato ipotizzato anche questo – alla mano del semisconosciuto Lorenzo Carli (?-1597), «madonnaro» siciliano attivo a Roma, che Caravaggio frequentò appena giunto nell’Urbe, la cui attività era incentrata sulla produzione di immagini devozionali?
Una risposta potrebbe arrivare da un braccio robotico di ultimissima generazione, un esemplare unico da pochi giorni impiegato per scandagliare al millimetro (anzi no: la tecnica che utilizza questo strumento è di tipo «sub-millimetrale»: micrometrica, come la definiscono gli esperti) il quadro. Un’operazione «a vista» abbastanza spettacolare anche per inesperti e che sta destando curiosità (e relative domande) dei tanti visitatori del museo di piazza del Campidoglio, il più antico del mondo (quasi un milione di ingressi nel 2025, il più visitato a Roma dopo i Vaticani, il quarto in Italia per numero di accessi).
Il braccio robotico ha un nome suggestivo: Aramis, che al di là della citazione del moschettiere amico di d’Artagnan, è in realtà un acronimo che sciolto suona così (tutte maiuscole): A Robotic Arm For Multispectral Investigation of Surfaces. Tradotto, un «Braccio Robotico per Analisi Multispettrale di Superfici», il quale di norma è utilizzato in (pochissimi) ospedali per delicatissime operazioni chirurgiche a distanza, con il medico altrove, e il robot che «taglia» e «sutura».
Il compito di spiegare a che cosa serva e come funzioni questo strumento ad altissima precisione spetta agli esperti dell’Istituto nazionale di Fisica nucleare (Infn), partner di questa inedita indagine che vede coinvolti esponenti di discipline e settori apparentemente lontanissimi: fisici, chimici, storici dell’arte, esperti di diagnostica applicata ai beni culturali. Intanto: Aramis è un esemplare unico nel senso che per la prima volta le sue terminazioni finali (immaginate, tanto per capire, una «elettrodomestico» multifunzione con possibilità di cambiare «accessori»...) non sono utilizzate in sala operatoria bensì per indagare un’antica tela.
L’innovativo sistema agisce in maniera non invasiva. Non tocca il quadro, si muove lentissimamente a poco meno di quattro centimetri di distanza dalla tela e utilizza uno scanner macro a fluorescenza a raggi X (MA-XRF) in combinazione con la robotica di precisione. Aramis, collegato a due pc che acquisiscono milioni di dati, lavora otto ore al giorno come un impiegato modello: dalle 9 alle 18, sotto la supervisione fissa di due studiosi, Valerio Graziani e Giulia Iorio. I quali sono ormai istruiti anche a rispondere alle mille domande del pubblico che osserva in diretta il capolavoro (solo in parte «oscurato»). Domande di ogni tipo, anche le più astruse tipo «Il robot sta dipingendo la tela?», «È uno strumento di intelligenza artificiale?» ecc.
Le analisi sono realizzate dall’Infn (che tra le sue molte funzioni ha anche un centro per lo sviluppo di nuove tecnologie applicate ai beni culturali, il Labec) in collaborazione con il Dipartimento di Scienze dell’Università Roma Tre. Questa indagine in particolare si inserisce nel progetto «Pnrr Ear-Enacting Artistic Research», coordinato dall’Accademia di Belle arti di Roma e realizzato in collaborazione con la Sovrintendenza Capitolina diretta da Claudio Parisi Presicce: «La diagnostica – precisa il sovrintendente – è lo strumento, non l’obiettivo. Un mezzo che consentirà di ottenere dettagli tecnici conoscitivi in grado, probabilmente, di farci fare passi in avanti sulla conoscenza di quest’opera e su come sia stata concepita. Si tratta in ogni caso di un’indagine i cui risultati dovranno essere interpretati in maniera integrata, con un approccio interdisciplinare che metta in sinergia le competenze dell’équipe di ricerca, Infn e Roma Tre, con quelle del personale della Sovrintendenza».
A seguire da vicino e passo passo le (sub)millimetriche scansioni di Aramis ci sono anche la funzionaria responsabile della Pinacoteca, Federica Papi, il ricercatore dell’Infn e docente a Roma Tre Luca Tortora, e la direttrice dei Musei Civici della Sovrintendenza Capitolina, Ilaria Miarelli Mariani: «Caravaggio – spiega – e quest’opera non fanno eccezione, è un autore molto studiato da tutti i punti di vista, uno di quelli su cui maggiormente sono state applicate indagini diagnostiche. In questo caso si tratta però di una ricerca innovativa grazie all’evoluzione della tecnologia. Le risposte forniranno elementi utili per capire il suo processo creativo negli anni cruciali dell’arrivo a Roma. Fotografare, diciamo così, in maniera molto più precisa di quanto non sia stato fatto finora l’immagine sottostante, nota dal 1977, potrebbe fornire informazioni importanti su una delle primissime opere del pittore, relative oltretutto a una produzione iniziale di cui non abbiamo altre testimonianze. L’indagine si inserisce inoltre nei programmi conservativi dei Musei Capitolini, con l’obiettivo di valutare lo stato di conservazione della tela e il grado di eventuale alterazione dei suoi materiali costitutivi».
In attesa di quello che la stessa Miarelli Mariani definisce «un possibile grande scoop», Aramis per ora immagazzina dati su dati relativi alla composizione chimica dei pigmenti, una mappa stratigrafica degli elementi: già si può osservare la distribuzione precisa di piombo (la «terribile» biacca, vietata in quanto tossica dai primi del Novecento ma utilizzata massicciamente dai pittori per secoli), di ferro, mercurio, manganese o della miscela calcio-fosforo per il «nero d’ossa», così detto perché ottenuto con ossa carbonizzate... E Aramis vede con scientifica precisione anche ciò che non è di paternità caravaggesca: ad esempio lo zinco, evidentemente usato per le parti ritoccate nei diversi restauri perché non in commercio a quei tempi.
L’attesa maggiore, comunque, è relativa a eventuali (ma assai probabili) notizie relative alla Madonna in preghiera, figura ruotata di 90 gradi, in verticale, rispetto al quadro che si osserva oggi. Una figura «non finita», ed è per questo che il quadro, pur rimasto nella collocazione originaria, fa ora parte del percorso espositivo di una mostra temporanea allestita ai Capitolini fino al 14 giugno, a cura di Costanza Barbieri (Accademia di Belle arti di Roma) e Claudio Seccaroni (Enea): Il non finito: fra poetica e tecnica esecutiva, progetto che proprio attraverso indagini di diagnostica racconta il processo creativo e i segreti celati dietro alcuni dipinti incompiuti della Pinacoteca.
Non è infine escluso che le analisi in corso sul quadro – opera giovanile del maestro, probabilmente tra quelle commissionate a Merisi dal cardinale Francesco Maria del Monte, uno dei suoi primi mecenati – possa dire qualcosa anche su un altro enigma ancora aperto nell’infinito dibattito critico caravaggesco. Della Buona Ventura – raffigurante un’astuta zingara dal seducente sorriso che tenta di sfilare l’anello d’oro a un giovane cavaliere – esiste infatti un’altra versione, altrettanto famosa, conservata al Louvre. Un esemplare (stesso soggetto, leggermente più piccolo) variamente interpretato dagli studiosi come precedente o successivo alla versione capitolina.