Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  maggio 03 Domenica calendario

Kore-eda Hirokazu parla della sua carriera

«Considero questi quattro film come se fossero dei figli ormai grandi e autonomi. Dopo tanti anni ci incontriamo, li osservo e riconosco in loro alcune cose simili a me. E altre diverse». Pochi registi hanno sviluppato, nel corso della carriera, la capacità di fare i conti con il non detto paragonabile a quella di Kore-eda Hirokazu, grande ritrattista della complessità delle relazioni umane. Pronto a sottoscrivere la battuta affidata a uno dei suoi personaggi, il fannullone di Kiseki: «Non tutto deve avere un significato». In occasione del suo ritorno in concorso a Cannes – dove nel 2018 ha vinto la Palma d’oro per Un affare di famiglia – con Sheep in the Box, Bim porta in sala i primi film: Maborosi. I bagliori dell’anima (dal 14 maggio), Nobody Knows. Come si diventa adulti (25, 26, 27 maggio), Still Walking. Camminando un giorno d’estate (15, 16, 17 giugno) e Afterlife. Qual è il tuo ricordo più bello? (29, 30 giugno e 1° luglio). Occasione per un’immersione nella filmografia del maestro giapponese nato a Tokyo nel 1962. Si immaginava scrittore ma proprio all’università, facoltà di Lettere, virò sul cinema. La sua vera formazione, racconta Kore-eda a «la Lettura», è avvenuta in televisione, direttore della programmazione e documentarista di successo per la rete indipendente, Tv Man Union.
Il suo esordio, «Maborosi», fu una rivelazione, premiato a Venezia nel 1995 con l’Osella d’oro per la fotografia. Un film sulla difficoltà di fare i conti con la morte. Sulle tracce di Yumiko (Makiko Esumi) che cerca di dare un senso al suicidio, inspiegabile, del suo grande amore e padre di suo figlio. Cosa la spinse verso il cinema di finzione?
«Alla base c’è un racconto tratto da Bagliori fatui di Teru Miyamoto. Uno dei miei ultimi documentari era stato l’intervista a una vedova di un funzionario del ministero dell’Ambiente che si era suicidato. Mi aveva lasciato un’impressione profonda. Ho girato il film usando solo la luce naturale perché volevo che la composizione delle scene evocasse il panorama interiore di Yumiko».
Anche «Nobody Knows», del 2004, parte da una storia di cronaca, che fece clamore a Tokyo: cinque bambini abbandonati al loro destino dalla madre in un appartamento. L’indifferenza degli adulti verso l’infanzia, l’innocenza che si misura con il male, la famiglie che si sfaldano e ricompongono: ci sono già temi ricorrenti del suo cinema.
«È il film con cui volevo esordire ma ci sono voluti quindici anni per realizzarlo. La storia accadde nel 1988 nel quartiere dove abitavo. Mi aveva scioccato, nessuno si era occupato di loro. Iniziai a scrivere la sceneggiatura, anche pescando da miei ricordi. Per esempio, nella realtà il fratello maggiore a un certo punto porta la sorellina su un treno espresso. Nel film la scena è ambientata sulla monorotaia, dove da piccolo io sognavo di salire. Non volevo raccontarli come vittime ma mostrare l’incredibile resistenza dei bambini, la loro forza e voglia di vivere insieme alla vulnerabilità e complessità. Aspetti dell’infanzia che tendono a essere ignorati».
Nel film i fratelli sono quattro, tra i 5 e i 12 anni. Per il ruolo del più grande, Akira, il giovanissimo Yuya Yagira vinse il premio come miglior attore a Cannes 57. Lei ha un’abilità speciale a dirigere bambini e ragazzi. Come fa?
«Dopo i cast, prima delle riprese, mi prendo del tempo per abituare i bambini alla presenza della cinepresa per far sì che si abituino a ignorarci. La vivacità dei bambini emerge più facilmente quando vengono lasciati liberi di esprimersi».
È vero che la passione per il cinema è un’eredità materna?
«Sì. In famiglia non avevamo l’abitudine di andare al cinema. Guardavamo film a casa, in tv, anche stranieri, doppiati. Mia madre adorava quelli di Hollywood, con Ingrid Bergman, Vivian Lee, Joan Fontaine. È stata un’esperienza formativa. Poi all’università ho scoperto il cinema italiano. Non lo dico perché sto parlando con voi, veramente La strada e Le notti di Cabiria di Fellini mi hanno aperto un mondo».
Che cosa pensa sia cambiato nel suo modo di fare cinema in questi anni?
«L’esperienza nel campo dei documentari mi ha influenzato molto. Anche nell’utilizzo di attori non professionisti, come in Afterlife (1998), costruito intorno alla domanda: “Se potessi portare con te un solo ricordo per il resto dell’eternità, quale sceglieresti?” o in Nobody Knows. P iù o meno dall’epoca di Still Walking, nel 2008, ho iniziato a lavorare con interpreti professionisti, avendo più esperienza di cinema di finzione. E ho dato sempre maggiore importanza alle inquadrature e allo storytelling. Ma mi considero ancora in fase di mutamento. Cambierò. Ogni volta che faccio un film nuovo mi do dei compiti, cerco di affrontare sfide diverse. Non credo sentirò mai di aver completato il mio percorso da regista».
È stato spesso paragonato a Ozu. Ma lei ha detto che in realtà si sente più vicino ad autori come Ken Loach o al suo conterraneo Mikio Naruse. Conferma?
«Ai tempi di Maborosi a Venezia mi sorprese che mi considerassero un nipote di Ozu. Ovviamente riconosco la sua grandezza ma sinceramente penso che non abbia avuto una grande influenza su di me. Piuttosto, mi sento vicino a cineasti come Loach, i fratelli Dardenne e Hou Hsiao-hsien».
Quanto è importante misurarsi con il pubblico al di fuori del Giappone?
«Da circa trent’anni partecipo con i miei film a vari festival nel mondo, e ogni volta li affronto con un’aspettativa ma anche una piccola preoccupazione. Il cinema è un’arte che dura da oltre cent’anni, mi sento parte di un flusso, un fiume grande in cui stiamo nuotando insieme. Un’esperienza unica e profonda. Che si rinnova a ogni festival. O anche ogni volta che i miei film vengono distribuiti».