La Lettura, 3 maggio 2026
Fenomenologia della collana "Stile libero" di Einaudi
Trent’anni non sono solo una ricorrenza editoriale: nel caso di Stile libero sono un cambio di paradigma. Quando nasce, nel 1996, in seno all’Einaudi, il progetto animato da Severino Cesari e Paolo Repetti è programmaticamente irregolare: sottrarre la narrativa contemporanea a una certa compostezza novecentesca, aprirla ai linguaggi della musica, del cinema, della cultura pop, senza rinunciare all’ambizione letteraria. Un laboratorio più che una semplice collana che oggi occupa quasi il 30 per cento del fatturato Einaudi. Complementari per carattere e attitudine, i due fondatori costruiscono un equilibrio singolare. Cesari, editor rigoroso e visionario, immerso nei testi, è scomparso nel 2017 a 65 anni; Repetti, sempre in movimento tra le relazioni e il lavoro quotidiano di costruzione della collana, ha consolidato un’identità riconoscibile ma mai rigida, aperta alle contaminazioni e alle svolte inattese.
Fenomeno editoriale ormai storicizzato, Stile libero è diventato nel tempo argomento di studi universitari e anche di tesi di laurea. Sofia Peri, Marco Romano, Andrea Spinozzi hanno studiato alla Sapienza di Roma, sono stati allievi di Giorgio Nisini, docente di Letteratura italiana moderna e contemporanea. Sono nati dopo il 1996: i «cannibali» dell’antologia curata da Daniele Brolli, testo fondativo del marchio, avevano già morso le librerie mettendo a soqquadro il mondo editoriale. «Mi impressiona parlare di Stile libero con persone che all’epoca non c’erano nemmeno» sorride Repetti, mettendosi a confronto con loro, in video, per «la Lettura».
Rompere gli schemi
Gli esordi nella piccola Theoria, dove Repetti ha lavorato e conosciuto Cesari, sono stati fondamentali: «Mi hanno fatto capire cosa significhi fare editoria da una posizione marginale, senza soldi, senza potere, senza mercato, ma con una forte identità. Io e Severino eravamo totalmente complementari: io sto tutto il giorno al telefono; lui lo teneva spento fino a mezzanotte, poi lo apriva non si sa bene per quale motivo visto che a quel punto non gli telefonava più nessuno. Era uno straordinario editor di testi letterari. Quanto a me, ho un’identificazione totale con Stile libero, la mia vita difficilmente esiste fuori da quello».
La collana nasce da un clima culturale molto vivo in cui ci sono riviste di fumetti come «Cannibale» e «Frigidaire», esperienze narrative libere, una forte attenzione all’underground, alla comicità, a linguaggi alternativi. Cesari e Repetti portano tutto questo dentro Einaudi, casa editrice prestigiosa, ma ancora molto legata al proprio passato. «Non volevamo categorie rigide, pensavamo che il lettore potesse leggere nello stesso spazio Roberto Benigni e David Foster Wallace – spiega Repetti —. Questo ha dato alla collana un’identità molto forte come se fosse una piccola casa editrice dentro la grande». Sofia Peri vuole sapere come è stato possibile conciliare il desiderio di innovazione con l’esigenza di mantenere alta la dignità letteraria dei testi. Più che di conciliazione, Reperti parla di un conflitto continuo, a volte benefico, a volte meno: «Tenete presente – dice ai ragazzi – che noi siamo vissuti con la protezione di Giulio Einaudi: in privato ce ne diceva di tutti i colori, però il suo atteggiamento era sempre di sfida». Certo, il marchio non avrebbe avuto quell’attenzione, anche negativa, se non fosse stato dentro «una casa editrice che aveva i fari addosso qualsiasi cosa facesse, che creava discussione».
La propensione a rompere gli schemi seguendo i fenomeni più nuovi è stata spesso elemento di scontro nelle severe stanze di via Biancamano a Torino. Come quando Cesari e Repetti pubblicano Norman e Monique. La storia segreta di un amore nato nel cyberspazio: «Internet all’epoca era una novità assoluta molto più dell’intelligenza artificiale oggi», spiega Repetti. «Intercettammo questi due ragazzi – Norman di Los Angeles, Monique di Parigi – che si erano conosciuti via email e, in un crescendo di messaggi amorosi, poi si erano incontrati e messi insieme. Uno dei grandi professori del “tavolo ovale” dove si tenevano le famose riunioni dell’Einaudi, commentò che stavamo passando dalle lettere di Jacopo Ortis a quelle di Norman e Monique, distruggendo la tradizione Einaudi».
Eppure i due fondatori non si preoccupano dei rischi di seguire le novità, comprese le mode più pop. Come il libro di Albertino, all’epoca famoso dj. «Era seguito da moltissimi giovani e pensammo di intercettare quel pubblico», spiega Repetti ricordando che, in un eccesso di entusiasmo, chiamò Paolo Mieli, allora direttore del «Corriere», «che avevo visto solo due volte, per segnalarglielo. Lui si mostrò interessato, ma poco dopo uscì un articolo in cui sostanzialmente ci distruggeva. Fu terrificante, ma la cosa meravigliosa è che quando lo incontrai, Mieli mi disse: hai visto che poi ci siamo occupati del libro?».
Operazione contromarketing
Tra i compromessi che Cesari e Repetti accettano con la casa madre ci sono le copertine con il disegno di Tullio Pericoli, a cui era affidata la grafica dei tascabili. «Ovviamente fu una scelta di grandissima qualità: stiamo parlando di uno dei migliori pittori e illustratori italiani, ma pensavamo che non rispondesse a quell’idea di trasgressione che la collana voleva veicolare. Però funzionò, basta vedere la copertina di Gioventù cannibale con l’omino che cammina sulla lametta». L’uscita dell’antologia fu un vero punto di rottura che animò la critica: «Da una parte quella più tradizionale, che la stroncò, dall’altra una nuova generazione che accompagnò poi la crescita della collana – dice Repetti —. Quindi da una parte critici come Giulio Ferroni e Angelo Guglielmi; dall’altra Emanuele Trevi, Marino Sinibaldi, Filippo La Porta». L’attenzione, anche negativa, fu usata con una certa spregiudicatezza come un’operazione di contromarketing: «Eravamo noi stessi a sollecitare giornali e critici per poter creare quel senso di comunità che nasce quando si è attaccati. Con un certo cinismo, sfruttammo questo conflitto», racconta Repetti.
Andrea Spinozzi, che si è laureato da poche settimane e sui cannibali ha scritto la sua tesi di laurea triennale, vuole sapere da Repetti qualcosa in più sull’antologia e chiede se si sia mai ripetuto un dibattito così acceso. Nonostante l’eversione che rappresentava, per Repetti i cannibali furono in tutto e per tutto un fenomeno novecentesco: «Oggi, con la parcellizzazione assoluta della rete e una certa regressione a una letteratura che dà più sicurezza e non mette in crisi il lettore da un punto di vista linguistico e ideologico, quel libro non sarebbe potuto uscire, oppure non avrebbe avuto nessun clamore. All’epoca, poi, c’era una società letteraria che discuteva, critici autorevoli che scrivevano sui giornali, allora unico strumento di informazione e di discussione. Per avere fenomeni di quel genere forse ci vorranno nuovi editori giovanissimi che hanno orecchie migliori delle nostre per sentire il futuro. Ma in questo momento non mi pare ci siano».
I punti di riferimento per Stile libero furono da una parte l’antologia dei Novissimi di Alfredo Giuliani, che negli anni Sessanta aveva raccolto molti giovani poeti. «Dall’altra parte – spiega Repetti – due letture avevano scatenato la nostra voglia di fare Gioventù cannibale: Fango, uscito otto mesi prima, in cui Niccolò Ammaniti univa commedia all’italiana e horror, e Woobinda di Aldo Nove. Due autori che non possono essere più diversi nella formazione, nello stile: Nove viene dalla poesia, da studi di filosofia, Ammaniti da una massa di letture di classici e da una specie di spirito di affabulazione da bambino. Ci fu, in quel momento, quasi una corrispondenza nell’utilizzare una serie di materiali, per alcuni il fumetto, per alcuni la televisione, per altri il cinema di Tarantino. Questa miscela di elementi fu magicamente usata per dare voce a un “personaggio uomo”, nel senso in cui lo usa Giacomo Debenedetti. Allora, si parva licet, il personaggio uomo che esce da questi racconti cannibali io lo definirei il personaggio del rimbambito, cioè dell’homo televisivus che sta rincoglionito tutto il giorno davanti alla televisione. C’è una caduta di principi morali terrificante, un senso di violenza gratuita, che annuncia quella che poi finirà sulle pagine di cronaca dei giornali che spesso prenderanno a prestito proprio la parola cannibali».
A Marco Romano appare lungimirante la strada del noir imboccata da Stile libero con autori di grande successo come Giancarlo De Cataldo, Gianrico Carofiglio, Maurizio de Giovanni, Carlo Lucarelli: «Mi chiedevo se già alla fondazione ci fosse l’intento di percorrerla o se, invece, l’interesse sia nato dopo». Repetti precisa che nei linguaggi alternativi al mainstream einaudiano, il noir c’era già all’inizio: «Nasce dentro questa temperie ed è una delle colonne portanti della collana tutt’oggi, sia dal punto di vista della letteratura straniera, pensiamo a Jo Nesbø, a Fred Vargas, a James Ellroy; sia dell’italiana». Repetti distingue almeno due periodi del noir: «Il nostro interesse iniziale andava a quegli scrittori degli anni Novanta per cui il genere smette di essere un’imitazione del mercato americano e si basa su storie italiane, di trame oscure, politiche, in cui la materia viene studiata anche nelle carte processuali. Pensiamo a Lucarelli, a Massimo Carlotto, a De Cataldo. Poi c’è stato un secondo momento in cui la serialità, che non apparteneva necessariamente a tutti questi autori, diventa molto forte e c’è un passaggio dal noir politico alla commedia noir».
Politicamente corretto e censura
Di certo allora in editoria non c’era l’attenzione al politicamente corretto, a volte anche esasperata, che oggi anima soprattutto le questioni che riguardano genere, etnia, identità sessuali. «Per me è inconciliabile con la letteratura – dice Repetti – e mi interessa molto sapere che cosa pensano i ragazzi perché è qualcosa che appartiene in pieno alla loro esperienza generazionale». Sofia Peri ha le idee precise: «Lo sbagliato, lo scorretto, sono parte della realtà e raccontarlo può avere tanti scopi e produrre diversi effetti: possono essere catartici, comici, contribuire a dare profondità a un personaggio. Naturalmente questo dibattito riguarda molto i social in cui si fa attenzione come non mai all’impatto che il linguaggio può avere. Sicuramente è da contestualizzare in una fase di grande disordine e un intervento che porti a definire dei limiti è anche funzionale, ma una livella che elimini ogni tipo di sfaccettatura e profondità non può portare buoni effetti».
Per Marco Romano è necessario distinguere: «C’è molta differenza tra gli Stati Uniti, per esempio, e l’Italia dove credo sia un falso problema, uno specchietto per le allodole per orientare il dibattito altrove. Uno dei primi provvedimenti del governo Meloni è sottolineare che la presidente del Consiglio vuole essere chiamata al maschile, per esempio, a dimostrare che forse il linguaggio una qualche importanza ce l’ha nel direzionare l’opinione pubblica. In letteratura i temi attorno a cui si articola sono ben conosciuti e nel momento in cui sono padroneggiati, anche dal punto di vista linguistico, il problema non si pone». Romano prende a esempio proprio un libro di Stile libero, Acqua sporca, di Nadesha Uyangoda, «un romanzo straordinario che riguarda l’identità, il genere, la classe, ma l’autrice ne parla conoscendo in maniera approfondita il tema. Quindi credo che chi dice che non si può più dire nulla, semplicemente quei temi non li conosce e non ne padroneggia il linguaggio corretto».
Definirlo un falso problema è eccessivo secondo Repetti: «Questa cosa non ha influenzato lo scrittore vero perché il personaggio non può essere ridotto a una maschera ideologica, questo è evidente. La letteratura ha a che fare con singole figure che esprimono la temperie del tempo e le contraddizioni dell’essere umano, impossibili da filtrare attraverso il politicamente corretto. Il problema è, invece, l’audience che i libri hanno, l’enorme proliferazione di giudizi che vengono dati in rete da chiunque».
Prima e dopo i social
Concorda Andrea Spinozzi: «Il tema dei social, di internet, in cui tutti possono giudicare un libro senza nessuna competenza, senza magari nemmeno averlo letto, c’è in quasi tutti gli ambiti. A me Gioventù cannibale ha fatto esplodere il cervello perché in qualche modo ho sentito che parlava di me. In questo gioco poi è anche molto importante il lettore: come si mette davanti a quella cosa scritta, quindi come se ne parla, perché se ne parla, quando se ne parla e che cosa lui ha a che fare con quel libro». Repetti sotto questo aspetto si definisce provocatoriamente un estremista: «Se posso fare un esempio, come forse sapete sono ebreo, eppure ho sempre difeso la possibilità di quel comico, di cui non ricordo il nome, che durante i suoi spettacoli faceva il saluto nazista con una specie di gesto meccanico. Penso che darei a chiunque il diritto di esprimere anche idee disumane e inumane. Ma conta il contesto: se vado ad assistere a uno spettacolo a teatro sto ascoltando quelle cose “fra virgolette”. Altra faccenda è se questa persona andasse in giro per la strada a fare lo stesso. Allora lì entra in gioco il codice penale e il “fra virgolette” non esiste più».
Il passo tra la riflessione su politicamente corretto e censura è breve, anche perché non si possono dimenticare gli anni in cui il proprietario del gruppo Mondadori a cui Einaudi appartiene, Silvio Berlusconi, è stato presidente del Consiglio. «Noi abbiamo un controllo del management molto attento e la nostra libertà editoriale è totale. Ha l’unico confine nel gestire “con armonia” i conti economici. Ma in trent’anni di storia, non c’è mai stata una sola volta in cui ci sia stato chiesto di non pubblicare un libro per il contenuto. Nell’era Berlusconi abbiamo pubblicato il diario di Sabina Guzzanti, potete immaginare...».
Il confronto si spinge sui temi più caldi del presente. Se Romano vede in Stile libero un’apertura, fin dall’inizio, a giovani scrittrici esordienti, come Elena Stancanelli e Michela Murgia, Repetti ricorda che la collana inizialmente è stata accusata di essere una collana molto maschile: «Effettivamente gli autori maschi erano predominanti. Io però non mi sono mai posto il problema delle quote: non scelgo i libri in base a criteri di rappresentanza di genere, ma in base alla qualità dei testi. Detto questo, negli ultimi dieci anni ci sono quattro autrici che hanno rappresentato un momento molto importante per la riflessione culturale e letteraria di Stile Libero: Beatrice Salvioni, Nicoletta Verna, Viola Ardone, Cristina Cassar Scalia. Non direi che ci sia un elemento comune tra loro, se non il fatto di essere donne e di avere raccontato la storia attraverso uno sguardo femminile. Michela Murgia è un capitolo a parte. È stata una delle figure più importanti del dibattito culturale italiano degli ultimi anni, soprattutto per la capacità di unire un forte attivismo culturale a una notevole autoironia. Penso, ad esempio, ai suoi interventi sui media e sul linguaggio, insieme istruttivi e molto divertenti. Figure come la sua non nascono spesso. Sul piano personale, il nostro rapporto è stato molto conflittuale: abbiamo litigato su tutto, dalla politica al sionismo alla schwa. Io non ero d’accordo praticamente su nulla di ciò che diceva. Eppure, nonostante questo, è stata una felicissima amicizia».
L’IA e Calvino
Non si può non parlare dell’editoria di oggi dribblando l’intelligenza artificiale. Sofia Peri la affronta citando un saggio di Italo Calvino, Cibernetica e fantasmi in cui, nel 1967, lo scrittore preconizza che «come abbiamo già macchine che leggono, macchine che eseguono l’analisi linguistica dei testi letterari, macchine che traducono, macchine che riassumono, così avremo macchine capaci di ideare e comporre poesie e romanzi». «Naturalmente la domanda è provocatoria – dice Peri – e oltre a chiedere quanto l’intelligenza artificiale riesca a essere ente di produzione letteraria, chiedo anche in che modo poi l’intelligenza artificiale si sia insinuata effettivamente nell’editoria». L’ambito letterario, secondo Repetti, forse è il meno pericoloso: «La cosa peggiore che può succedere è che vengano scritti brutti romanzi con l’IA, però se pensiamo ad altri ambiti come la salute, la società in genere, la paura c’è. In editoria, soprattutto in America è già ampiamente in uso nel marketing, nella logistica, nell’aspetto commerciale. Vedremo se porterà un valore aggiunto, io temo di sì e dico temo perché questo significherà, come sempre in questi casi, perdita di posti di lavoro». Per quanto riguarda l’aspetto creativo, però, stiamo ancora all’anno zero: «Recentemente è uscita un’intervista di Sam Altman, ceo di OpenAI, in cui rispondendo a una domanda sulla poesia dice una cosa davvero ridicola, che l’intelligenza artificiale è in grado di produrre poesie a cui loro danno un voto fra il 6 e il 7. Ma in base a quali valori, a quali storie, a quali biografie, insomma in base a quale elementi Altman può dare un voto alla poesia? Voi siete in università, ci vogliono anni e anni per capire il valore di un verso. Se parliamo di serialità, invece, sono sicuro che ci sono molti scrittori che la stanno utilizzando anche nel migliore dei modi». Non certo Thomas Pynchon. Spinozzi vuole qualche anticipazione a proposito del nuovo romanzo, Shadow ticket, giàuscito negli Stati Uniti. Repetti non si sottrae: «Uscirà il 20 ottobre. È ambientato durante la Grande depressione: c’è un investigatore privato a Chicago che deve ritrovare un’ereditiera fuggita con un jazzista. Questo poi in Pynchon diventa l’origine di una serie di paranoie e complotti, ma tutto nel suo stile». Libero.