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 2026  maggio 03 Domenica calendario

Banu Mushtaq parla della sua India

L’India di Banu Mushtaq sono dodici istantanee che restituiscono l’immagine di una pietra preziosa: ogni lato splende di luce riflessa. Le dodici storie raccolte in Interno indiano (in uscita per Frassinelli, che torna in libreria dopo un paio d’anni con titoli nuovi e una nuova veste grafica) sono state scritte in lingua kannada tra il 1990 e il 2023. Hanno al centro la vita delle donne, il patriarcato, i diritti riproduttivi, la fede, il potere delle caste, l’oppressione, la resistenza. Un mondo sterminato, come sterminata è la geografia indiana.
Banu Mushtaq (1948) ha scelto di entrare nelle case, nelle stanze affollate dei protagonisti: bambine, madri, nonne e uomini spesso confusi. Ci offre un’immagine intima dei conflitti che agitano il cuore delle donne musulmane che abitano le regioni del Sud. Prendiamo il racconto d’apertura, Lastre di pietra per Shaista Mahal, che esplora i ruoli di genere, o La lampada del cuore, forse la storia più struggente, che dà il titolo alla versione inglese: è la storia di una donna che pensa di non avere più alcuna ragione di stare al mondo, oppressa dal matrimonio e dalla maternità. Un giorno decide di darsi fuoco, ma verrà salvata dalla figlia prima di accendere il fiammifero. «Lentamente, i piedi iniziarono a spingerla avanti. Aprì la porta ed entrò nel cortile anteriore. Le poche piante che aveva coltivato sembravano piangere. Sembravano annuire in segno di assenso alla decisione che aveva preso. Rientrò, chiuse la porta a chiave, andò in cucina, prese la tanica di cherosene e fece il giro della casa, incapace di decidere dove mettersi mentre se la versava addosso. Si fermò di nuovo a guardare i suoi bambini addormentati prima di tornare in salotto». La raccolta Interno indiano ha vinto l’International Booker Prize nel 2025. Banu Mushtaq, scrittrice ma anche attivista e avvocata, è stata raggiunta da «la Lettura».
Signora Mushtaq, questa raccolta ha avuto una gestazione lunghissima, oltre trent’anni.
«Questo libro non ha un’idea centrale. Sono dodici racconti brevi scritti in momenti diversi, in circostanze diverse e in risposta alle esigenze della mia società. Da attivista e avvocata, ho visto il Paese cambiare ed evolvere per quanto riguarda i diritti civili. All’inizio degli anni Ottanta, quando ho incominciato a scrivere, stavano nascendo movimenti sociali nella mia zona, nello Stato di Karnataka, dove tuttora vivo. Movimenti di agricoltori e movimenti femministi. Ho portato questa esperienza nelle mie storie e ho dato una forma narrativa. Quelle raccolte qui sono soltanto una selezione: ne ho scritte quasi 70, pubblicate in sei raccolte».
Trent’anni sono un’eternità nella vita di uno scrittore. Come è cambiata la sua idea di letteratura?
«Inizialmente ero molto focalizzata sulla questione dei Dalit, il popolo che emerge dagli strati più bassi della società, considerati intoccabili, emarginati, poveri, schiavi. Sopra di loro ci sono i bramini, che sono studiosi, e poi c’è la casta dei Kshatriya, ovvero la classe dominante, e quella dei Vaisya, la classe mercantile. Ho scritto dei Dalit, concentrandomi soprattutto sulla lotta contro il patriarcato. Il patriarcato è un sistema che si respira in casa, per le strade, a livello governativo, tra i legislatori e nei parlamenti. È ovunque. Il mio principale obiettivo è quello di contrastare il patriarcato, che mette in discussione la credibilità della condizione femminile».
Come è cambiata la condizione femminile in India tra gli anni Novanta e oggi?
«Ci sono stati cambiamenti enormi, tutti frutto del sistema educativo. Ci è voluto molto tempo affinché le ragazze ricevessero un’istruzione. Ora c’è una legge che stabilisce che ogni ragazza o ragazzo sotto i 14 anni debba essere mandato a scuola. Prima, i genitori non avevano altra scelta se non tenerli a casa. Bangalore oggi è considerata una Silicon City. È diventata il fulcro dell’industria informatica, e quasi tutte le giovani generazioni stanno trovando un’opportunità di carriera. La comunicazione, l’istruzione, la consapevolezza sociale hanno cambiato la loro prospettiva e il loro stile di vita. In passato si parlava soltanto di dote, di debiti; erano le regole del matrimonio che definivano una persona, soprattutto una donna. Tantissime si sentivano annullate, tantissime si suicidavano».
Parliamo allora de «La lampada del cuore», una storia che nasce dalla sua drammatica esperienza.
«Ogni storia contenuta in questo libro parla di me. Forse quella di più. C’è stato un periodo della mia vita nel quale mi sentivo soffocare, perché vivevo in una famiglia allargata. Vivevo con mio marito, mia suocera, mio suocero, cognate e cognati e i loro parenti. Stiamo parlando di venti o trenta persone che vivono sotto lo stesso tetto. Essendo io una delle più anziane, avevo la maggior parte delle responsabilità in casa. Ma io mi sentivo una persona diversa: mi piaceva leggere, scrivevo già, alcune storie erano state pubblicate. Non potevo più vivere in quella casa. Mio marito lo sapeva, mi amava per ciò che ero. Un giorno mi versai della benzina addosso, per farla finita. Era notte, mio marito dormiva. Sentì comunque l’odore acre del cherosene e si svegliò di soprassalto. Venne ad abbracciarmi, mi pregò di non farlo. E mi salvò la vita».
Ha scelto uno stile asciutto, umoristico, nonostante il tema delle storie.
«Fare sorridere il lettore significa lasciare un segno, continuerà a essere inseguito dalla tue storie. Prendere posizione, puntando il dito, non mi avrebbe portato da nessuna parte».
Lei ha subito il giogo della censura in patria.
«Sono incappata nella censura perché ho scelto di rappresentare i problemi della società. Scrivo di indù, musulmani, cristiani. Io appartengo a un gruppo letterario chiamato Bandaya Sahitya Sangathan. Bandaya significa rivoluzionario. Mi sento in dovere di schierarmi dalla parte degli emarginati, di coloro che non godono di alcun rispetto in quanto esseri umani, di coloro che nascono condannati. Quindi mi schiero contro una parte della società, sfido lo status quo. Per questa ragione hanno cominciato a punirmi. Se scrivo, le mie mani prendono fuoco; se non lo faccio, il mio cuore prende fuoco».