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 2026  maggio 03 Domenica calendario

Zadie Smith parla di sé e della Schiavitù

Entrare nel nuovo libro di Zadie Smith è come scendere i gradini di una cripta non per macabri motivi, ma per prendere una pausa dal mondo. Ogni loculo, una storia. Ogni storia, una voce.
Vivi e morti, curato da Martina Testa per Sur, è un viaggio intimo, in cui Smith ci invita nelle stanze della sua vita. Così, mentre attraversiamo una piazza che protesta o una chiesa durante un funerale, ci imbattiamo anche in esperienze profonde: come la nascita del primo figlio o la caduta dalla finestra a dodici metri di altezza che quasi la uccise. La sua è una raccolta di saggi che ci invita a rallentare, a pensare e a sentire emozioni che battono dentro a un cuore di carne, non a un cellulare.
Dal suo studio di Londra, Smith, che giovedì 14 maggio inaugurerà il Salone del libro di Torino con una lectio, conversa con «la Lettura» di vita e di morte.
Nella sua raccolta entriamo in spazi molto diversi: un film, un museo, un libro... Quali sono gli spazi nella sua vita in cui si è sentita benvenuta e quali in cui no?
«Penso che non siano tanto i luoghi a farti sentire malvoluta. Il mio è un lavoro solitario. Lo fai da sola. Pensi da sola, stai sola molto tempo. Mi rendo conto che quando scrivo, le cose che contano per gli altri – stare in gruppo, essere una comunità, sentirsi tutt’uno – non valgono per me. Non m’importa se sono eccentrica, in fondo mi piace così. Non diventi uno scrittore perché vuoi passare il tempo con cento persone. Diventi uno scrittore perché vuoi stare con te stesso».
Lei ha vissuto a Roma per circa due anni dal 2006. Che cosa l’ha colpita dell’Italia?
«Ero giovane, protestante e quando sono arrivata in Italia, circondata da tutto quel cattolicesimo, l’ho trovato diverso dalla mia esperienza. Era tutto così animato. Qualche giorno fa a Venezia stavo guardando un talent show italiano. Ballerini giovanissimi e giudici che sembravano avere centocinque anni. Si erano messi a litigare per sei minuti. Urlavano addosso all’altro, il pubblico entusiasta. E ho pensato: wow, c’è qualcosa sul modo di vivere in Italia che è molto “gladiatorio”. Vi piace combattere».
L’Italia ha influenzato lei e la sua scrittura?
«L’Italia mi ha aperta alla bellezza. Noi inglesi siamo critici riguardo a ciò che è bello, sospettiamo possa essere poco serio o esibito. È stato meraviglioso stare a Roma e confrontarmi con la bellezza ogni singolo secondo di ogni singolo giorno. Ha portato molto piacere nella mia vita, ho imparato l’italiano e anche a rallentare, io che lavoravo troppo».
Nel suo saggio sul libro «Black England» di Gretchen Gerzina lei parla di un’Inghilterra nera. Anche l’Italia ha una storia fatta di persone nere, eppure non se ne legge abbastanza. Quanto conta la rappresentazione per lei?
«Per me è diverso perché mia madre è giamaicana e la mia casa era piena di libri da tutto il mondo, quindi non mi sentivo mancare nulla. Nella cultura pubblica invece era un’altra storia. Ci sono molti bambini che sono cresciuti senza avere il mio tipo di esperienza. Ma nel mio caso, da donna cinquantenne che sono, non provo un senso di alienazione riguardo alla mia nerezza. Sarebbe come chiedermi se soffra di una mancanza che non ho. Conosco la storia delle persone nere in Inghilterra, della diaspora, la cultura di mia madre. Nei miei anni, i Settanta e gli Ottanta, era diverso. I miei figli oggi leggono molti autori neri, per cui le cose qui sono cambiate».
Lei descrive la statua di un moro al Musée du Luxembourg, a Parigi. In che modo spazi come quello, coloniali, influenzano la sua esperienza?
«Il moro al museo di Parigi non mi ha offesa. Ciò che mi ha offesa è stata la discussione banale che faceva il museo riguardo a opere come quella, provenienti da altre parti del mondo. Le immaginava come soggetti della colonizzazione, quando infatti un sacco di cose che ho visto erano il prodotto di grandi civiltà. E così facendo ha finito per raccontare un potere, bianco ed europeo, capace di appropriarsi di tutto».
Lei parla dell’amnesia britannica sulla tratta degli schiavi. In che modo può, la scrittura, fermare quest’oblio?
«Dicendo la verità. Se pensi che la razza sia un concetto da sempre esistito negli ultimi duemila anni di storia, ti sbagli. La razza nasce con la schiavitù, è uno strumento. Io voglio solo che questo discorso non si appiattisca. Che si comprendano le sfumature della storia, le sue specificità. La Giamaica non è il South Carolina, il South Carolina non è il Brasile, il Brasile non è l’Etiopia. Accadono cose diverse in ognuno di questi posti, tutte affascinanti».
Lei scrive: «Guardo lungo la carrozza di un treno l’infinita processione di teste, dalla più giovane alla più anziana, chinate verso il basso, illuminate da quel mortale chiarore azzurrino tardocapitalista venuto da Palo Alto a colonizzare le coscienze»...
«Non voglio fare la predica né m’interessa se le persone usano i social o no. Io parlo per me e voglio essere in grado di pensare in modo indipendente. Non voglio usare un linguaggio di seconda mano passato su TikTok e altre piattaforme social. Voglio guardare all’attualità della storia, discernere i fatti per come sono e pensare da me».
Negli ultimi anni c’è stata un’attenzione sul tema dell’identità. Per alcuni artisti quest’aspetto a volte sembra mettere in secondo piano il loro lavoro. Che cosa pensa del modo in cui la scrittura invecchia col passare del tempo?
«Se sei nera non vuol dire che il tuo libro parli per forza di identità. I libri di Philip Roth parlano di identità, anche quelli di John Updike. L’identità non è solo una questione di razza. L’identità è qualcosa che ti porti addosso. È la tua persona, la tua storia. Un libro sopravvive non perché parla d’identità ma perché è rigoroso, interessante, emozionante, piacevole, ti fa riflettere. È la stessa sfida che ogni libro deve affrontare».
Lei ha firmato varie eulogie, orazioni in morte di scrittori che ha amato. Più tardi nel libro rivela che da ragazza ne ha scritte anche per sé stessa. Che cosa l’ha spinta a farlo?
«Quand’ero adolescente ero una narcisista. Volevo far stare male le persone ma anche spingerle ad amarmi. I testi per quegli scrittori invece li ho firmati perché erano colleghi morti durante la mia vita. Membri della mia comunità di scrittori e scrittrici. Per cui quando uno di loro muore pensi: che cosa hanno significato, questa persona e il suo lavoro, per me?».
A diciassette anni lei è precipitata da una finestra: un salto di dodici metri. È sopravvissuta.
«Già, incredibile».
Tornando indietro, cosa ricorda di quei secondi in cui stava precipitando?
«Sono una fifona, ho terrore della morte. Ma in quel momento mi sono sentita calma. Non so perché. Forse vai così in panico che finisci per superarlo. Una sensazione di grazia: stavo per morire e andava bene. Il che mi conforta: il pensiero che quando giungerà la mia ora, potrei sentirmi così».
La sua è una famiglia di scrittori. In che modo voi e i vostri figli vi muovete in questo ambiente creativo?
«Va anche peggio perché adesso mia mamma e mio fratello scrivono. Non so se il nostro si possa definire un ambiente creativo. Non siamo pittori. Scrivere, per i miei figli, non sembra poi così diverso dall’andare in ufficio e starci tutto il giorno: è una persona che sta di fronte al suo MacBook a digitare tutto il tempo. Ho sempre pensato che avere figli, se sei scrittrice, fosse una buona cosa perché sto sempre insieme a loro, li vado a prendere a scuola. Ma i figli degli scrittori che conosco io a volte parlano di come chi scrive spesso si assenti mentalmente, non sappia ascoltare».
E lei e suo marito, Nick Laird?
«Siamo molto legati, co-dipendenti. Viviamo la stessa esistenza, usiamo lo stesso materiale. Lui scrive poesie sulla nostra vita, io scrivo romanzi sulla nostra vita. Ci sono un sacco di cose che si accavallano, idee su cui riflettiamo insieme e anche disaccordi, discussioni. In più lui è uno scrittore diverso, un pensatore diverso. Per cui è interessante»

A che cosa sta lavorando?
«Nick e io stiamo scrivendo uno show per Apple. Ho anche iniziato un romanzo con i soliti dubbi se voglia scriverlo davvero oppure no. E ho appena finito un saggio su Sally Rooney».
Vuole aggiungere qualcos’altro sul libro in uscita in Italia?
«Questa raccolta è un invito a rallentare, a pensare in modo diverso, vulnerabile. Non devi per forza urlare contro qualcuno. Non ci sono solo due facce in una discussione. A volte le vite su internet e i discorsi mediatici ti fanno mancare l’aria. Hai un’idea nuova e poi entri in quello spazio e l’idea sfuma. Non è così che gli esseri umani pensano. Le macchine pensano a quel modo. Noi abbiamo uno spettro di emozioni ambivalenti e complicate. Per quelle ci vuole uno spazio separato, tutto nostro, dove poterle esprimere».