La Lettura, 3 maggio 2026
Nel confessionale il segreto è rotto (soprattutto in Cechia)
Toccò alla Penitenzieria apostolica, nel giugno 2019, suonare l’allarme. In una Nota approvata da Papa Francesco, il tribunale vaticano competente per le confessioni e le indulgenze denunciò la crescente minaccia al «sigillo sacramentale», cioè al segreto che deve proteggere quanto rivelato dal fedele al ministro in confessione. Il principio è fondamentale per la Chiesa di Roma: il sacramento della penitenza – della riconciliazione, come si dice oggi – è fondamentale e non può esistere senza garanzia del segreto. Il ministro che violasse il segreto in qualsiasi circostanza e per qualsiasi motivo sarebbe automaticamente scomunicato.
L’inviolabilità della riservatezza che «sigilla» il colloquio tra penitente e confessore, spiegò il documento del 2019, era minacciata da un lato, all’interno della Chiesa, dalla resistenza dei fedeli e dalle «tensioni» nella «gerarchia», e dall’altro, all’esterno, da società e stati sempre più ostili alla mediazione ecclesiastica. Dalla fine degli anni Novanta lo scandalo degli abusi sessuali aveva incoraggiato iniziative tese a smantellare la tutela del segreto, a cominciare dal diritto degli ecclesiastici di non testimoniare e di non denunciare. Un paio di mesi prima della Nota della Penitenzieria apostolica, l’Assemblea legislativa della capitale australiana Canberra aveva imposto ai ministri l’obbligo di denunciare gli abusi su minori anche quando ne fossero venuti a conoscenza nel confessionale. Lo sforzo della Santa Sede a livello centrale e delle conferenze episcopali Paese per Paese di collaborare con le autorità civili veniva vanificato dall’arroccamento a difesa del sigillo sacramentale. Sei mesi dopo la Nota, lo stesso Papa Francesco allentò le norme sul segreto pontificio nelle procedure vaticane per abusi sessuali, ma ribadì l’inviolabilità del sigillo.
Gli attacchi al segreto confessionale sono numerosi e variegati. Nel 2021 la Commissione indipendente francese sugli abusi sessuali nella Chiesa ha raccomandato alle autorità religiose di derogare al segreto confessionale quando tenute all’obbligo di denunciare gli abusi. Varie iniziative legislative volte a limitare il segreto si sono registrate in alcuni Stati degli Usa e nel Regno Unito. L’ultimo episodio ha visto protagonista la Corte costituzionale della Repubblica ceca, pronunciatasi sulla costituzionalità, appunto, del concordato firmato nel 2024 tra governo e Santa Sede, approvato nei primi mesi del 2025 da entrambe le camere del Parlamento di Praga e tuttavia non ratificato a causa del ricorso alla Corte di un gruppo di parlamentari con l’appoggio esplicito del presidente Petr Pavel. Nella sentenza pubblicata lo scorso 1° aprile, dieci giudici costituzionali su quindici hanno ritenuto incostituzionale il concordato ed in particolare l’articolo 4 del testo, nel quale «la Repubblica Ceca riconosce il segreto confessionale». La formulazione è stata giudicata eccessivamente ampia rispetto a una legislazione che esige si deroghi al segreto quando il confessore possa scongiurare un delitto in corso o in preparazione. Josef Nuzík, arcivescovo di Olomouc e presidente della Conferenza episcopale ceca, ha espresso il suo rispetto per la Corte e il suo dissenso nel merito, soprattutto sul punto del segreto confessionale che, si legge in un comunicato, «è e rimane parte integrante della vita della Chiesa e un diritto fondamentale dei fedeli».
Il caso ceco è significativo a doppio titolo. Da un lato conferma la tendenza generale degli Stati, con il sostegno dell’opinione pubblica, ad aggredire il segreto confessionale. Dall’altro mostra come gli stessi tentativi della Santa Sede e dei vescovi di blindare per via concordataria il segreto siano ormai sempre più a rischio. Proprio nell’Europa centrorientale, dove le polizie dei regimi marxisti-leninisti calpestarono il segreto confessionale, i concordati con la Santa Sede successivi al 1989 hanno simboleggiato un’era nuova in cui la tutela delle prerogative della Santa Sede, a partire dal sigillo sacramentale, è apparsa il corollario delle riforme liberal-democratiche. Il vento, almeno a Praga, è cambiato. Gli anti-concordatari che applaudono oggi la Corte criticano chi con il concordato del 2024 ha voluto essere «più papista del papa», být papežštejší než papež in ceco, per timore di non mostrarsi abbastanza occidentale, almeno nel senso di Germania, Spagna e Italia, i Paesi neo-concordatari per eccellenza.
È dunque con il sollievo per le garanzie in vigore, ma anche con la preoccupazione per la loro tenuta, che la Santa Sede guarda ai tanti accordi successivi alla Seconda guerra mondiale che tutelano il segreto confessionale e spesso anche l’accompagnamento pastorale al di fuori del sacramento. È il caso dell’Accordo di Villa Madama con l’Italia del 1984 che a maggior garanzia rispetto a quanto già disposto dal codice di procedura penale per il segreto professionale in generale, consente agli ecclesiastici di non «dare a magistrati o ad altra autorità informazioni su persone o materie di cui siano venuti a conoscenza per ragione del loro ministero».
Pierre Laffon de Mazières e Dominique Le Tourneau hanno repertoriato nel 2024, sulla rivista «Ius Ecclesiae», 35 accordi generali sottoscritti dalla Santa Sede in cui è stato tutelato il segreto, molti dei quali con Paesi dell’Africa francofona e lusofona. Soltanto gli accordi con il Camerun e l’Azerbaigian, tra quelli posteriori al 2008, non si occupano del segreto.
Le iniziative legislative e gli interventi dei giudici – come la resistenza dei canonisti – restano tuttavia in superfice. In profondità, la questione è nella cultura, nella società. Sono il peccato e la confessione a essere in questione, il sacramento e il segreto. È in questione la pretesa ecclesiastica di preservare un ordine alternativo a quello statale, fondato sulla legge divina e sull’equilibrio tra il foro interno della coscienza e il foro esterno del diritto. È in questione il ruolo del ministro che, come precisa la Nota della Penitenzieria apostolica del 2019 citando Tommaso d’Aquino, «viene a conoscenza dei peccati del penitente non ut homo, sed ut Deus, a tal punto che egli semplicemente “non sa” ciò che gli è stato detto in sede di confessione, perché non l’ha ascoltato in quanto uomo ma, appunto, in nome di Dio».
Tutto ciò – il senso di tutto ciò, il valore di tutto ciò – sfugge a società impastate di analfabetismo religioso, di egualitarismo giuridico, di primato dell’autorità secolare e di bulimia comunicativa. Nell’ansia di tutelare la trasparenza, le vittime, i dati, vediamo nel segreto soltanto l’odioso privilegio di cui s’avvale la casta sacerdotale. Per spiegare quanto sia lontano dalla realtà il ragionamento dei giudici costituzionali di Praga, un canonista ceco ha raccontato a «la Lettura» d’un recente incontro di sacerdoti dell’arcidiocesi di Olomouc. Durante l’incontro un avvocato che rappresenta vittime di abusi ha chiesto a quanti fosse accaduto che durante la confessione un penitente avesse confessato un reato in corso o in preparazione. Solo uno tra i 125 presenti ha alzato la mano. Sono due mondi sempre più distanti quello di chi vive la confessione e quello di chi la aborre.