La Lettura, 3 maggio 2026
Emmanuel Carrère parla del suo nuovo libro e della madre
Quando da bambini Emmanuel e le sorelle Nathalie e Marina, al quale il libro è dedicato, dormivano assieme alla madre nel letto matrimoniale e nei materassi trascinati in camera, non dicevano «dormire nel lettone» ma «fare kolchoz», come l’azienda agricola collettiva in Unione sovietica. Famiglia speciale anche in questo, e titolo che esprime il doppio registro del nuovo libro del sessantottenne Carrère: il racconto intimo del figlio che perde i genitori quasi centenari Hélène e Louis nello spazio di quattro mesi, e le vicende della famiglia su più generazioni tra Russia, Unione Sovietica, Georgia e Francia.
Incontriamo il grande scrittore francese in una giornata di sole a Roma, con un «buongiorno» che rivela gli sforzi di imparare l’italiano e apre a una conversazione che finisce, come sempre, per toccare qualcosa che riguarda personalmente tutti, che lo spunto sia un pluri-assassino o un dandy nazional-bolscevico, un’isola greca o Tbilisi.
Come le è venuto il titolo «Kolchoz»?
«Onestamente, devo dire che ne sono entusiasta. Anche perché non è arrivato subito, avevo titoli non ignobili ma un po’ mediocri, generici, tipo Una storia di famiglia, cose così. Invece mi è venuto in mente che potevo usare questa parola più o meno uguale in tutte le lingue, e soprattutto il rito che ci univa a nostra madre».
Il libro si apre con gli onori solenni della République resi a lei, la grande storica Hélène Carrère d’Encausse, morta il 5 agosto 2023 a 94 anni. Uno dei temi di «Kolchoz» sembra essere il riconoscimento sociale, l’importanza di farsi largo nel mondo. È così? E perché è così importante?
«È sicuramente vero per quanto riguarda mia madre e quel che io ho ereditato da lei. Nel suo caso, la storia di questo desiderio di riconoscimento è facile da ricostruire. È cresciuta povera, con un nome impossibile. Oggi in Francia ci si può chiamare Zourabichvili senza problemi, nel 1940 era molto strano. I professori, a scuola, dicevano: “Zourabich… che?”. E poi, soprattutto, mia madre era molto legata a suo padre, che ha vissuto una vita da paria, non si è mai integrato nella società francese, ed è finito in modo catastrofico, collaborando con i nazisti durante Vichy e poi scomparendo. È stata la sua incapacità di integrarsi in Francia a portarlo a stare con i nazisti, oltre alle considerazioni ideologiche: era riparato in Francia dopo la Rivoluzione d’ottobre, vittima dei bolscevichi, e il nemico del mio nemico è mio amico».
Da qui nasce il desiderio di riscatto di sua madre?
«Sì, mia madre ha avuto il bisogno assoluto di trovarsi un ruolo nella società francese, e ci è riuscita in modo spettacolare. Era molto importante per lei. C’era in lei ambizione, certo, ma anche un desiderio di rivincita».
E a lei quanto importa?
«Ho anche io quel bisogno ma in modo più tenue, perché sono cresciuto in una famiglia borghese già perfettamente integrata. Non ho avuto alcun problema, se non psicologico, personale. Sono stato privilegiato dal punto di vista sociale, ma sono cosciente di avere comunque anche io quel desiderio».
Lei indaga molto nell’animo umano, e allo stesso tempo sembra avere sviluppato un occhio particolare sulle questioni di classe.
«Era in effetti il caso anche di qualcuno che si trovava in una posizione totalmente opposta a quella di mia madre, Edouard Limonov. Veniva da un quartiere operaio di Kharkiv, in Ucraina, città che lui considerava come un buco sperduto, provocando l’indignazione degli ucraini. La sua ambizione era totalmente differente rispetto a quella di mia madre, la riuscita sociale non lo ha mai interessato, e devo dire che è qualcosa che rispetto di lui. È morto povero, mai dalla parte dei potenti. Anche lui ha voluto reinventarsi, ma attraverso l’avventura, con un eroismo che certe volte ha preso forme deplorevoli. Ma ho sempre rispettato il suo coraggio».
E quella capacità di Limonov di notare che i lavandini disegnati da Philippe Starck nel grande albergo di New York erano simili a quelli delle prigioni siberiane, avendo usato entrambi.
«Esattamente. Limonov era molto fiero di dirlo e si chiedeva: esiste un’altra persona su questa Terra che possa vantare queste due esperienze nella sua vita? Davvero una traiettoria esistenziale notevole».
In «Kolchoz», il ritratto di sua madre prende forma a poco a poco, con piccole notazioni sulle sue abitudini, per esempio quella di fare la doccia con l’acqua fredda. Che cosa rivela di lei questo dettaglio?
«Mia madre pretendeva di fare anche il bagno con l’acqua fredda, come Ernst Jünger, ma secondo me non era vero. La doccia invece sì, che non è un atto poi così eroico ma dice qualcosa del lato ascetico di mia madre. Poteva essere un soldato, detestava ogni genere di arrendevolezza, che fosse psicologica o fisica. Questo è un tratto che ammiro davvero in lei».
E che ritroviamo in quel suo prepararsi cuscino e coperte ogni sera e dormire sul divano, anche nell’immenso appartamento di funzione sulla Senna offertole dall’Académie française.
«Assolutamente. In questo libro dico di mia madre cose anche dure, poco piacevoli. Ma va riconosciuto che la sua morte di cancro da antica romana, piena di dignità, è stata ammirevole, dà senso a una vita intera. Lo spunto per il libro è stato il vedere la vita di mia madre alla luce di questa morte».
Un ruolo crescente però ce l’ha anche suo padre Louis. Ed è come se attraverso sua madre, suo padre, la storia della vostra famiglia, lei parlasse ancora una volta molto di sé stesso. Spiega di amare i racconti che presentano la dimensione orizzontale della vita, ovvero l’amore e l’amicizia, e quella verticale, i rapporti tra le generazioni, genitori e figli, e che invecchiando è questa dimensione che le interessa di più. In «Kolchoz» c’è tanta orizzontalità, tanta storia d’Europa tra due secoli, Urss, Russia, Ucraina, Georgia, ma alla fine il cuore del libro è la famiglia.
«È vero, e curiosamente quel che mi ha permesso di creare questa colonna vertebrale, questa verticalità, è mia madre, che era una storica, e mio padre, che in fondo, a modo suo, era a sua volta uno storico. Mia madre una storica di professione, con le deformazioni dei professionisti molto sicuri delle loro conoscenze. E mio padre era uno storico dilettante, che amava gli aneddoti, le figure dell’aristocrazia decaduta… Rispetto alla storiografia moderna, le grandi sintesi un po’ perentorie di mia madre alla fine erano meno moderne della storia minuscola, fatta di corrispondenze con i curati di campagna, praticata da mio padre. Senza saperlo, mio padre faceva una storia alla Georges Duby (grande storico francese, ndr)».
Anche qui, l’interesse di suo padre, assicuratore di provincia, per la genealogia di sua madre esprime una fascinazione sociale. Suo padre Louis, francese di Bordeaux e dei Pirenei, era stregato da questa donna venuta dalla Russia e dalla Georgia, con questo nome esotico e le origini aristocratiche.
«Sì, era affascinato dalla storia della famiglia di mia madre, e a ragione, devo dire. C’era una parte di snobismo in lui, ma il punto è anche che ammirava l’aristocrazia nella povertà. Normalmente mio padre, giovane borghese di Bordeaux, avrebbe dovuto sposare una giovane della stessa città e avrebbe forse avuto una vita anche più felice, ma senza questo grande sogno e senza questa apertura verso il mondo. Dio sa quante ne ha prese. Ma credo che nel matrimonio con mia madre abbia trovato il suo posto su questa Terra».
E del resto suo padre non esprime mai il minimo rimpianto o dubbio.
«Mai. Quando un giorno gli ho detto: “Certo però che la mamma è dura con te”, lui ha sospirato e ha risposto: “Il più è fatto”. La sorpresa e la gioia di questo libro per me è stata vedere il posto che prendeva mio padre, a poco a poco. E poi è una specie di co-autore perché senza le sue ricerche genealogiche non avrei potuto ricostruire il percorso della famiglia».
La russa Hélène, attraverso Louis, ha sposato la Francia e il francese Louis, attraverso Hélène, ha sposato la Russia?
«È così. E del resto mia madre si prendeva gioco in modo crudele di quella “d’” usurpata, la “d’” di Carrère d’Encausse è una totale invenzione di mio padre, ma lei non si è mai sognata di farne a meno».
È un dettaglio toccante, come ce ne sono tanti nel libro. Per esempio, quando lei rievoca quel momento di felicità assoluta vissuta da bambino quando imparava a nuotare sotto gli occhi orgogliosi di sua madre. Poi cita Oscar Wilde: «Da piccoli, i figli amano i genitori; diventati adulti, li giudicano; e qualche volta li perdonano». Ma anche sua madre l’ha perdonata per aver scritto del nonno collaborazionista in «Un romanzo russo» e, soprattutto, in questo libro lei dà l’impressione di avere perdonato sé stesso.
«È vero. La scena della piscina, che avevo già raccontato alla fine di Un romanzo russo, è per me una specie di viatico felice. Ho raccontato di cose cupe, il dark side della vita certo non mi è estraneo. Ma quella scena luminosa, quel momento di felicità infantile, è qualcosa d’inafferrabile che mi accompagnerà per tutta la vita».
Ed esprime forse quel sentimento tra saggezza e perdono che attraversa un po’ tutto il libro. Ognuno fa del suo meglio, alla fine. Ma quanto è lasciato alla responsabilità di ciascuno di noi, e quanto dipende dalla riproduzione eterna delle dinamiche famigliari? In un altro passaggio chiave, lei spiega delle sue difficoltà di amare una donna in modo duraturo perché «sono il volto di mia madre che si gira senza appello da un’altra parte, sono la disperazione senza fondo di mio padre». Sua madre che rinunciò a una nuova vita con un altro uomo perché suo padre atterrito minacciò di togliersi la vita. Per quanti sforzi si facciano, non si sfugge all’eredità dei genitori?
«È qualcosa che ci struttura assolutamente e credo che possiamo lavorarci su, possiamo cercare di convivere con quelle esperienze, provare quanto vogliamo a fare del nostro meglio, ma ci sono cose di cui non possiamo sbarazzarci. Nel bene e nel male».
Ci sono cose che rimproverava ai suoi genitori e si ritrova a fare con i suoi figli?
«Uno dei miei figli si ricorda che quando era piccolo, un giorno, gli dicevo: “Forza, è ora di andare a letto”, lui protestava: “Ma perché?” e io gli ho risposto: “Vedrai, quando avrai dei figli, a un certo punto, succederà lo stesso e tu risponderai perché è così”. Ora dice la stessa cosa a suo figlio. Non c’è scampo».
Sua madre Hélène tenne nascosta al fratello Nicolas la morte presunta di loro padre Georges Zourabichvili, e a un certo punto lei scrive: «Mia madre ti mente anche quando le chiedi l’ora».
«Un’iperbole, uno scherzo per parlare di un tratto del carattere, quel suo aggiustare sempre la realtà, che ha a che fare anche con il grande segreto di famiglia, la sparizione di suo padre, mio nonno, alla fine della guerra, probabilmente ucciso nelle epurazioni dei collaborazionisti. E mio zio Nicolas dice: “Hélène non è solo una storica dell’Unione Sovietica: è una storica sovietica”. Quello fu il grande evento della storia famigliare, per il fatto di averne scritto in Un romanzo russo io e lei non ci siamo parlati per anni. Mia madre, nei suoi libri, usava centinaia di volte la parola “ossessione”, “ossessionato”, a proposito di Nicola I o Pietro il Grande non importa, era sempre una questione di ossessione. L’ossessione per il fantasma del padre, di cui non si è mai ritrovato il corpo, ha pesato molto nella nostra famiglia».
La questione dello status torna anche nel rapporto della vostra famiglia con la Russia, considerato come il Paese della grande letteratura, e con la Georgia, più provinciale.
«E si sovrappone allo status famigliare, perché il lato russo appartiene alla grande aristocrazia poi decaduta dopo l’arrivo dei bolscevichi mentre dal lato georgiano c’è la piccola borghesia intellettuale di un Paese colonizzato dai russi. La Georgia per me è stata davvero la scoperta di questi anni, non solo perché è un Paese molto piacevole ma anche per la presa di coscienza che il rapporto tra Russia e Georgia, come tra Russia e Ucraina, è quello tra colonizzatori e colonizzati. Oggi mi pare evidente ma tempo fa mi avrebbe sorpreso. I nonni e bisnonni del lato georgiano erano i tipici intellettuali di un Paese colonizzato che si battevano per usare la loro lingua. Persone formidabili, come la mia bisnonna Nino che ha tradotto in georgiano George Sand. In generale, gli antenati georgiani mi stanno più simpatici degli antenati russi. Può sembrare un po’ demagogico, ma l’appartenenza a una casta spersonalizza, si finisce per rappresentare quella casta. Se sei conte di qualcosa, sei conte prima di essere te stesso. C’è più libertà di movimento nella piccola borghesia. Quando guardo le fotografie della mia famiglia, tutti questi aristocratici russi hanno l’aria di rappresentare innanzitutto la loro classe sociale, la loro epoca, più che la loro individualità».
Questo finisce per influenzare anche il suo rapporto con la grande letteratura russa, con gli scrittori che sono espressione di un certo pensiero russo. Alla luce di tutto quello che è successo con la Georgia e con l’Ucraina, la relazione con Dostoevskij, per esempio, non è più così semplice.
«No, anzi, Dostoevskij diventa il fulcro dell’ambivalenza nella quale mi trovo oggi nei riguardi della Russia. Ho amato Dostoevskij moltissimo e con grande passione, mia madre mi ha fatto leggere L’idiota a 11 anni. Ed è stato una figura centrale per me per molto tempo. Avevo già cominciato a distaccarmene come da qualcosa di isterico, un po’ adolescenziale, e poi ho visto che i miei amici ucraini, gli intellettuali ucraini, trattano Dostoevskij con argomenti piuttosto convincenti, tra cui la frase assolutamente decisiva di questo mio amico ucraino che dice: “Il Dna russo è castigo senza delitto, delitto senza castigo”. Il culto di Dostoevskij era molto presente nella mia famiglia: mio nonno, il mio infelice nonno, era non solo un lettore appassionato di Dostoevskij, ma in fondo anche un suo personaggio. Se uno legge le lettere di mio nonno, scrive come un personaggio di Memorie del sottosuolo, con quella specie di rimuginio amaro, pieno di rancore, totalmente ossessivo. Un’eredità di Dostoevskij molto presente».
Quanto alla Russia, si fa attenzione a distinguere tra cultura e politica.
«Sì, l’idea è che Puškin non è Putin».
Allo stesso tempo, non è comprensibile che gli ucraini prendano le distanze da Dostoevskij? Non perché è russo, ma perché rappresenta un certo tipo di russo.
«Sì, è comprensibile, su questo io provo una certa ambivalenza. Perché esiste un certo tipo di russo, slavofilo nel peggiore senso del termine, ovvero opposto a tutto ciò che può essere ragione, lumi, democrazia. Antisemita e bigotto, semmai. È comunque un tipo ben losco, Dostoevskij. Dopodiché la letteratura non è fatta solo dalle persone perbene. Essere rispettabili è una bella cosa, ma raramente produce grandi scrittori».
Sull’Ucraina lei sembra abbandonare la consueta attenzione alla cosiddetta complessità.
«Di solito sono molto attento alle zone grigie, alle ragioni dell’uno e dell’altro, ma qui trovo che non ci sia discussione. Da una parte c’è un Paese che è diventato una dittatura feroce e dall’altro una democrazia forse imperfetta, ma una democrazia. E un aggressore totalmente ingiustificato come Putin che racconta di difendersi dai nazisti pedofili. Stavolta mi è facile prendere posizione a favore di una parte, l’Ucraina. E poi, penso sempre che la gente abbia il fisico del ruolo, e che si abbia tutto il diritto di giudicare una persona dalle apparenze. Se guardo Putin da una parte e Zelensky o anche Navalny dall’altra, credo che in un film non si avrebbe il coraggio di scegliere per la parte del cattivo uno con l’aria così da cattivo come Putin, e per la parte dell’eroe uno con l’aria così da eroe come Navalny. Qualcuno direbbe che non è credibile, troppo netto. E invece è così. In questo caso, l’etica intellettuale della complessità non funziona».
Tanto più che i dittatori russi sono soliti annunciare i loro misfatti. Lo diceva anche sua madre, che leggeva la «Pravda».
«A Bernard Pivot, che nella sua celebre trasmissione televisiva Apostrophes chiedeva a mia madre dove trovasse le sue informazioni, lei rispose: “Leggo la “Pravda”, come tutti”. Pivot era entusiasta di quella risposta, di quel “come tutti” buttato lì, come se tutti in effetti leggessero la “Pravda”».
Ma in effetti sulla «Pravda» si parlava dell’invasione sovietica dell’Afghanistan mesi prima.
«Certo. In generale, nelle dittature, le cose vengono dette con grande anticipo. Hitler ha annunciato esattamente quel che avrebbe fatto anni dopo».
Torniamo un istante alle letture da undicenne: in «Kolchoz» lei scrive che da ragazzino non aveva diritto alla televisione, guardava con avidità spezzoni di «Belfagor» quando una volta alla settimana dormiva a casa di un amico. Togliendole la tv sua madre ha fatto di lei un grande lettore, andando contro alla vulgata che non bisogna forzare i ragazzini a leggere. Lei ha fatto lo stesso con i suoi figli?
«Sì, tranne con la bambina più piccola, con lei mi sono un po’ rammollito. Mia figlia è davvero molto intelligente ma il libro non è il suo modo di rapportarsi al mondo. Invece con i miei figli più grandi ho fatto quel che mia madre ha fatto con me, niente tv. E ha funzionato, sono dei grandi lettori».
Una scoperta di «Kolchoz» è anche sua cugina Salomé Zourabichvili, presidente della Georgia.
«È piuttosto straordinario: mia madre Hélène e Salomé sono cugine di primo grado, entrambe donne estremamente brillanti, e due modelli di assimilazione e di integrazione nella società francese, davvero due esempi di meritocrazia repubblicana. Una dal lato russo, l’altra dal lato georgiano, al punto di ritrovarsi in questa situazione folle: presidente del Paese che i suoi genitori avevano dovuto abbandonare quando la Georgia è stata inglobata nell’Unione Sovietica».
E prima di diventare presidente della Georgia, Salomé è stata ambasciatrice della Francia a Tbilisi.
«Un caso unico negli annali diplomatici. Un ambasciatore straniero in un Paese che diventa ministro degli Esteri e poi presidente della Repubblica di quel Paese. Salomé comunque non è più capo di Stato, la Georgia purtroppo viene divorata al suo interno dalla Russia, che non ha neanche bisogno di mandare i carri armati».
Lei racconta di avere scoperto tardi il lato georgiano della sua famiglia, è andato a Tbilisi per la prima volta a 64 anni. Come mai?
«Perché anche mia madre non c’era mai stata, non le importava molto della Georgia, anzi, la disprezzava un po’. La trovava un Paese simpatico, per carità, ma, insomma, una specie di villaggio folkloristico con dei tipi baffuti attaccati alla bottiglia».
«Kolchoz» racchiude tanti temi già presenti nella sua opera. Per esempio, l’ammirazione per Philip K. Dick e per le sue profezie che si stanno avverando. Elon Musk, per esempio, sembra essere uscito direttamente da un romanzo di Dick.
«È stupefacente. Dick ha previsto anche l’intelligenza artificiale. È raro trovare un’opera così profetica».
Ma lei lo evoca pure a proposito di sua madre. In un racconto intitolato «La cosa-padre» un bambino si accorge che il padre, apparentemente sempre uguale, è in realtà un alieno che ne ha preso il posto.
«Ecco, poco dopo avere rinunciato a lasciare mio padre, mia madre si è fatta tingere i capelli, ed è tornata a casa bionda, da quasi nera che era. Ed è rimasta bionda fino alla morte, fino al ritratto gigante esposto durante l’omaggio funebre nel cortile degli Invalides. Non ha avvertito nessuno, la porta si apre e vedi tua madre completamente diversa. Un momento sconcertante».
Con il colore dei capelli sua madre ha cambiato anche personalità?
«Sì, ho avuto questa impressione. Qualcosa in lei si è indurito, assolutamente, e non è mai cambiato, fino alla fine. Anche se nei giorni della morte, non arriverò fino a dire che era più distesa, perché l’idea di essere distesi era totalmente estranea a mia madre, ma comunque, in quei giorni c’era qualcosa che assomigliava a una specie di abbandono».
Fino agli ultimi mesi di vita Hélène Carrère d’Encausse accoglieva i giornalisti nel grande appartamento di quai de Conti con grande cordialità e modi impeccabili, perfettamente vestita e truccata, con un assoluto dominio di sé.
«Ah certo, era un ufficiale di cavalleria».
Lei sottolinea la sua durezza, ma si sente anche una grande ammirazione.
«La sua durezza, la sua prodigiosa malafede, certo. Ma era una persona degna di ammirazione. Mia madre è stata capace di costruirsi un destino».
Sua madre corrispondeva al motto del premier britannico Disraeli, «Never complain, never explain»: mai lamentarsi, mai dare spiegazioni. Al contrario di lei, Emmanuel Carrère, che nei suoi libri di spiegazioni ne ha date molte.
«Sì, e questo infatti non piaceva molto a mia madre. Da una parte era felice di avere un figlio scrittore, che per lei era il massimo che uno potesse sperare; e uno scrittore di successo oltretutto, e per lei il successo contava enormemente. Dall’altro, non amava granché il genere di libri che scrivevo, questo è sicuro».
Dopo «Un romanzo russo» non vi siete rivolti la parola per anni. Ma non amava neanche gli altri suoi libri?
«In generale, non erano il suo genere. Curiosamente, il libro che le è piaciuto di più è stato Limonov. Ma perché le rendevo omaggio sul terreno della storia, e quindi in quel caso era contenta, fiera. Altrimenti, qualsiasi libro scrivessi, diceva una sola cosa, sempre la stessa: “Ho letto il tuo libro, formidabile”. E con quello aveva liquidato la questione».
Lei prende in giro anche i vezzi di linguistici di sua madre, quel suo dire «alle Sciences Politiques» per indicare la facoltà, non «a Sciences Po» come dicono tutti, oppure «la Covid».
«Senza contare l’ossessione per i nomi al maschile, il fatto che bisognasse chiamarla “segretario perpetuo” dell’Académie française, che cominciasse i discorsi con “signori” e non “signore e signori” e io una volta le avevo fatto notare che c’erano anche donne nel pubblico, ma non c’era stato verso».
Era il suo lato conservatore.
«Un lato conservatore molto marcato, non c’è dubbio. Non era certo una gauchiste, mia madre».
Mentre sua sorella dice di lei che «non vota perché ha paura di votare a destra».
«Sì, io ho posizioni politiche ondivaghe, ma mia madre… Mia madre però aveva questa cosa, amava i potenti e l’importanza sociale, d’accordo, ma non è mai stata una cortigiana. Non ha mai praticato l’adulazione, non ha mai chiesto favori… Frequentava i presidenti, ma su un piano di parità. E quanto al rapporto con il denaro, è sempre stata di un’onestà assoluta. Amava fare dei bei regali, forse un riflesso da ex bambina povera, ma i soldi per lei non avevano alcun valore in sé».
Non è certo la prima volta che lei parla di sé stesso, ma in questo libro sembra andare alla radice di molte cose. Scrivere «Kolchoz» è stata una terapia? In un passaggio lei dà ragione a sua madre quanto alla psicanalisi: «Un sistema per alimentare le rimostranze e il risentimento». «Kolchoz» invece ha funzionato? Si sente meglio, adesso che ha buttato fuori tutto?
«Non saprei. In ogni caso è un libro di elaborazione del lutto, ma non è doloroso. Sono stato molto felice mentre lo scrivevo e molto triste all’idea di avere finito, c’ero entrato dentro».
Sembra che lei si sia riconciliato con la sua storia famigliare e anche e soprattutto con sé stesso. «Kolchoz» è una specie di manuale di istruzioni per avere a che fare con Emmanuel Carrère?
«Non mi sento in grado di dirlo. Il danno collaterale è che non ho alcuna idea su che cosa fare dopo. Ma in fondo non è grave, l’ho finito appena un anno fa. In ogni caso mi sembra che abbia un tono quasi allegro, anche se parla dei miei genitori scomparsi a pochi mesi di distanza l’uno dell’altro. Forse non posso arrivare a dire che è un libro scritto con leggerezza, ma dolcezza sì».