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 2026  maggio 03 Domenica calendario

Smontare la mistica della maternità

C’è una canzone di Samuele Bersani, Giudizi Universali, che contiene un ritornello che molti ricordano; e tuttavia, lo ricordano male. La maggior parte delle persone canticchia: «Vorrei ma non posso / fidarmi di te...». Il testo effettivo invece è: «Potrei ma non voglio…». C’è una bella differenza. E si tratta della stessa differenza che corre fra le spiegazioni più diffuse del declino della natalità in Occidente, secondo cui le persone vorrebbero tanto avere dei figli ma le circostanze non glielo consentono, e la tesi sociologicamente più avvertita di Alessandra Minello in base alla quale, accanto alla mancanza di efficaci misure economiche di protezione delle famiglie e alle discriminazioni che le donne subiscono nel mondo del lavoro, tra le cause c’è anche una maggiore capacità di scelta degli individui, e un maggior numero di donne e di coppie che si affrancano dal postulato che un essere umano realizzato sia un essere umano che si è riprodotto. Sempre più persone cantano, nella loro vita, riferendosi all’avere figli, «Potrei ma non voglio…» – o perlomeno «Non vorrei neanche se potessi…». Il fenomeno è ben leggibile guardando ai paesi dell’Europa scandinava, che hanno una invidiabile tradizione di welfare generosi e rassicuranti, dove però il calo demografico è stato netto e rapido negli ultimi anni: la Norvegia è passata da un tasso di fecondità totale di 1,98 nel 2009 a 1,41 nel 2022; analogamente, la Finlandia è scesa da 1,86 nel 2009 a 1,32 nel 2022. Non è una questione di asili che non si trovano. Siamo di fronte ad altro.
Certo, c’è stato il Covid-19. Ci sono il cambiamento climatico e la crisi ecologica, il Doomsday Clock che da gennaio 2026 segna le 23:58.35 rispetto alla mezzanotte dell’apocalisse, e un’ecoansia diffusa. Ci sono sempre più guerre – perlomeno sempre più guerre che sentiamo vicine a noi – e sempre più persone con ruoli importanti nella società che lo ritengono euforicamente normale. Quindi, in un certo senso è ovvio che ci sia più prudenza nel fare figli. Nascono movimenti come l’antinatalismo, secondo cui mantenersi nullipari è la condotta moralmente più responsabile: e se le posizioni drastiche come quella di David Benatar (Better Never to Have Been, 2006), secondo cui nascere è sempre un danno, possono sembrare astratti sofismi, quelle più moderate come quella di Travis Rieder (Toward a Small Family Ethics, 2016), a parere del quale la riduzione delle nascite è un passo dello stesso tipo della riduzione del consumo di plastica, sembrano cogliere considerazioni che hanno un qualche peso nelle decisioni esistenziali consce e inconsce del nostro tempo.
Ma il punto davvero rivoluzionario è un altro. Ci sono sempre più persone che, anche se pensano che la vita sia bella – anzi, proprio perché pensano che la loro vita sia bella – decidono di non avere figli per continuare a viaggiare, ad andare a cena fuori, ad avere uno stile di vita curioso e stimolante. L’inverno demografico va spiegato anche così: si sta diffondendo un rinnovato rispetto per sé stessi, assieme a una concezione dell’essere umano adulto che non passa necessariamente per la genitorialità. È quel che Anthony Giddens chiama progetto riflessivo dell’io: il soggetto che, nella tarda modernità (ma viviamo ancora in quest’epoca?), non accetta più di piegarsi agli obblighi sociali, ma costruisce faticosamente e rischiosamente la propria identità attraverso scelte meditate e continue. Così, non solo non vogliamo più essere falegnami se pure nostro padre è falegname; non solo ci sposiamo per amore, e non col figlio del falegname rivale come ci impone la nostra famiglia al solo scopo di unire botteghe e strumenti; ma perfino stiamo ipotizzando che possiamo anche non generare una prole, per quanto intorno a noi tutti possano darlo per scontato. Insomma, se siamo senza figli, è per andare incontro a noi stessi.
Nelle opere di alcune autrici, come per esempio la sociologa israeliana Orna Donath o l’economista francese Corinne Maier, emerge il tema dell’essere childfree (non childless) by choice. Che non è un’opzione egoistica; o, se pure lo è, è sanamente egoistica. Il femminismo degli anni Sessanta (Shulamith Firestone; Betty Friedan; Adrienne Rich; Simone de Beauvoir) aveva già lavorato per smontare la mistica della maternità. L’idea è quella. Semmai, oggi ma già allora, alcune pensatrici mettono in dubbio che il rifiuto della maternità sia davvero libero, e non nasca invece da altre imposizioni, ad opera del sistema capitalistico e di certe narrazioni sull’autorealizzazione nel lavoro: è il femminismo ricostruttivo di Joan Williams o il femminismo matricentrico di Andrea O’Reilly.
La politica, in ogni caso, mostra di capire ben poco delle nostre vite quando ci chiede di fare più figli per dare cittadini autoctoni alla nazione (Vance; Trump; Orbán; Lollobrigida), o per alimentare l’economia (Musk; Ryan; Yanagisawa), o ancora per sostenere il sistema pensionistico (Rees-Mogg; Willetts; Phillipson; Farage; Meloni; Macron; Kishida). Ormai la psicologia evoluzionistica ha svelato perché abbiamo potenti istinti intenzionalmente procreativi. Possiamo capirli; osservarli; e decidere di non assecondarli, per puntare ad avere vite professionali e sentimentali migliori. Siamo incerti: sembra bello un futuro con i figli, ma anche uno senza pannolini e con molti soldi, aperitivi e cinema in più. Chi di noi fa figli può ritrovarsi a non sapere bene perché abbia ceduto a farne; e qualcuno, perfino, se ne pente (pentirsi non è più un tabù). Quel che è certo è che nessuno di noi fa o farà figli perché serve all’Inps, per quanto continuino – è questo è incredibile! – a chiederci di procreare proprio con questa motivazione.