Domenicale, 3 maggio 2026
Ma quanto è faticosa la libertà
Lo «Scrapbook degli anni ’60» di Mekas, pubblicato da Quodlibet e dotato di una magnifica prefazione di Pier Giovanni Adamo, non è un libro da leggere, è piuttosto un suggeritore profondo e discreto che sottovoce pretende la nostra attenzione. Un diario, una collezione di scarti, di ritagli stretti da un legame acuto e malinconico, quello che soltanto un esule sa esibire, una costruzione di frammenti che la memoria non può permettersi di dimenticare. Se Mekas filma per fotogrammi disorganici, lampi, slittamenti improvvisi, montaggio in macchina, lo stesso metodo domina le sequenze del libro in maniera repentina quasi col timore di vedersele strappare dagli occhi.
Diversi anni prima che Arbasino scendesse a New York le luride scale «del sotterraneo di un ufficio postale a pochi passi da Times Square, proprio sotto il viluppo delle librerie del sadismo e dei giornalai della vergogna» per incontrare Mekas nella casa-madre del New American Cinema, chi scrive aveva avuto il privilegio, la sera del 10 maggio 1967, di attendere Mekas col P. Adams Sitney al binario 6 della Stazione di Porta Nuova a Torino. Dieci giorni di proiezioni con Jerome Hill e Taylor Mead a dibattere e a urlare sicuri che l’arte avrebbe potuto cambiare qualcosa, almeno dentro come un’esperienza morale sempre più profonda e cresciuta poi con la frequentazione dell’Anthology Film Archives al 32 della 2nd Avenue.
Lo Scrapbook in qualche modo mette avanti il problema del tempo inteso come vita vissuta, quella che Bergson chiamava durée che è però una durata interiore, un coacervo di movimenti, ritorni, spostamenti tra presente e passato. È il tempo vissuto da Mekas, momenti che vanno e non tornano. Il tempo dell’esule insomma, quello del paese in cui si vive e quello del paese perduto e fermo al momento doloroso della partenza che torna in sogni e memorie, le stesse che questo libro tenta di ricomporre, mettere insieme in un’impossibile congiunzione di quello che la storia ha diviso. Per questo è un documento strutturato in frammenti che escludono la scelta estetica, quella che piacerebbe a un epigono di Barthes o un artista postmoderno che vive comodo tra i collages. Qui si cova un dramma esistenziale, la perdita dell’infanzia, la propria casa in Lituania, i boschi di Semeniškiai, le strade di Biržai.
Rottura e non continuità e lo Scrapbook lo asserisce a ogni pagina. La New York degli anni 60 anche noi, come Mekas, non la ricordiamo per la sua artefatta futura patina turistica e di maniera. Niente grandiosità o masse affannate nello shopping, la città that never sleeps di Mekas è piuttosto la downtown sotterranea, i loft di Soho lontani dal brand a venire. Serate febbricitanti invece sui progetti generosi e ingenui tra gente che pensa di cambiare il cinema e il mondo mentre nell’aria suona meccanico il rumore amico della Bolex Paillard sedici millimetri. La stessa fede che aveva animato nel 1961 il First Statement of the New American Cinema, il manifesto firmato da 23 cineasti che si erano riuniti al 165 West 46th Street convocati da Mekas. «Noi non ci mettiamo insieme per fare soldi ma per fare film». Stanchi della grossa menzogna nella vita e nelle arti si dichiarano a favore dell’arte ma mai a spese della vita. Nel 1970 fonda l’Anthology Film Archives, non l’ennesimo museo imprenditivo ma un organo vitale che rifiuta di consegnarsi all’oblio.
Lo Scrapbook ci appare come percorso da un tema senza fine, la malinconia, non lo stato patologico, non depressione clinica, forse quella generosa di cui parlava nel De Vita Marsilio Ficino, una condizione che consente di vedere più lontano che è quella di chi sente il peso del tempo come altri non sanno sentire. Forse il parallelismo più fecondo e più utile per capire Mekas è quello con Mark Rothko, esule, lettone figlio della diaspora ebraica, trasferito in America porta con sé la propria cupa malinconia fino a trasformarla in linguaggio. Entrambi portano nel corpo della nuova arte americana una ferita che il New World non potrà mai guarire. Le masse cromatiche di Rothko non sono facili misticismi o comode trascendenze, ma la trascrizione visiva di un dolore, tragedia, estasi, destino. Mekas filma le stesse emozioni nella durée dell’esistenza, nel tempo presente. Stessa fedeltà nell’esperienza sorgiva, stessa diffidenza verso tutto ciò che si traduce in prodotto consumabile. In entrambi si scorge qualcosa da chiamare, con Simone Weil, pudeur, elemento dell’anima che rifugge lo spettacolo.
La prefazione di Pier Giovanni Adamo vuole un’attenzione particolare. È un testo raro nel panorama dei paratesti critici, sovente riempitivi perché Adamo carica lo Scrapbook di uno sguardo acuto, storico e critico, analitico e partecipe. Il suo scritto vive di un’intuizione fondamentale, quella della incompiutezza come categoria dell’estetica mekasiana. Lo Scrapbook è un libro incompiuto per principio, proprio come la vita che Mekas documenta è essa stessa incompiuta, frammento in divenire. Mekas scriveva come filmava e come pensava, un autentico metodo. Il montaggio non segue regole narrative, niente sviluppo causale. Produce quello che P. Adams Sitney chiama film poem, film fatti di associazioni emotive, sensazioni e ritmo. Si pensi a Lost, Lost, Lost del 1976 o ai film documento come Guns of the Trees del 1961 fino agli ultimi lavori come Sleepless Nights Stories del 2011. Niente disordine ma l’ordine che Aby Warburg chiamava Pathosformel, sorta di corrispondenze legate da una vita emotiva così come veniva con la sua imperfezione assoluta. Ma lo Scrapbook è intriso anche di una carica politica, reale e profonda. Mekas non ha mai scritto manifesti politici ma le pagine del suo libro sono attraversate da una coscienza acutissima e dice dei modi in cui l’arte può provare a resistere o cedere alle logiche del potere. Il cinema underground praticava un gesto politico rivendicando il diritto di fare ar€te lontano e fuori dai meccanismi di certificazione del mercato, dei sistemi di controllo che Hollywood esercitava sull’immaginario americano. Ma la vera dimensione politica era quella della memoria, Mekas filmava e scriveva contro l’oblio, quello imposto su quanto non fosse negoziabile, ripetibile. Ha ripreso i suoi amici artisti, i poeti della Beat Generation, i performer dell’underground, i pittori dell’Espressionismo Astratto sul viale del tramonto costruendo un archivio della memoria alternativa di un’intera epoca. Oggi la grossa menzogna delle arti si è fatta sistema, per questo leggere Mekas non è nostalgia ma un atto di orientamento.
Scrapbook come testamento di una libertà faticosa. Scrivere è forse l’unico modo di restare fedeli a ciò che si è stati, a ciò che non si sarebbe mai più potuto essere.