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 2026  maggio 05 Martedì calendario

Nella bambola Rilke trova l’anima mistica

Capita abbastanza spesso che gli argomenti più semplici in superficie siano in effetti i più complessi da analizzare. Le bambole, per esempio. Molto prima che si scatenasse il successo cinematografico della Barbie di Greta Gerwig (più che un film, un manifesto neofemminista), pupe e pupattole hanno svolto un ruolo niente affatto trascurabile nel Novecento mitteleuropeo. Le occorrenze più famose – meno contradditorie tra loro di quanto si sarebbe portati a credere – riguardano Franz Kafka e Oskar Kokoschka: per consolare una bambina che ha smarrito la bambola prediletta, lo scrittore compone una serie di lettere nelle quali la bambola stessa racconta i suoi viaggi intorno al mondo; per consolare sé stesso dopo la separazione da Alma Mahler, il pittore si fa costruire una bambola che riproduce a grandezza naturale l’amante perduta. Sono episodi celeberrimi, spesso rivisitati anche in chiave narrativa e compresi in un arco temporale abbastanza ristretto, che va dal 1918 per Kokoschka al 1923 per Kafka.
Al 1914 risale invece la pubblicazione in rivista del saggio di Rainer Maria Rilke ora recuperato da Giometti & Antonello in un piccolo libro preziosamente illustrato, del quale il poeta risulta coautore insieme con Lotte Pritzel (Bambole, traduzioni di Elisa Ronchi e Mario Rispoli, pagine 130, euro 22,00), Nata a Breslavia nel 1887 e morta a Berlino nel 1952, Pritzel svolse la sua attività artistica in ambiti e con strumenti in sospetto di eccentricità, come i costumi teatrali e, appunto, le bambole. Una sequenza di suoi disegni accompagna nel 1921 la ripresa in volume del testo di Rilke ed è dello stesso anno l’album fotografico nel quale le creazioni di Pritzel vengono commentate e lodate da un altro importante autore dell’epoca, l’austriaco Theodor Däubler (entrambi gli scritti ed entrambe le serie di immagini appaiono integralmente nell’attuale edizione di Giometti & Antonello).
Ora, Däubler è poeta tutt’altro che disprezzabile, come dimostra il suo imponente capolavoro, L’aurora boreale, presentato in anni recenti da Marsilio con l’attenta curatela di Luigi Garofalo. Tuttavia, nel caso specifico, il divertissement sull’opera di Pritzel non regge il confronto con la riflessione di Rilke. Däubler si sofferma in tono sognante sui vezzi di ciascun personaggio, forse inconsapevolmente guidato dal desiderio di disinnescare la carica di ambiguità insita nelle figure di Pritzel. Rilke, al contrario, patisce subito l’ombra di un’inquietudine irriducibile: «Nel tracciare il raggio d’esistenza di queste bambole – esordisce –, viene da pensare che di fronte a loro non vi siano fanciulli, che anzi la fine dell’infanzia sia, in un certo modo, la premessa della loro nascita».
Come giustamente rilevato nella nota introduttiva a Bambole, il contributo di Rilke viene solitamente posto in continuità con Morale del giocattolo di Charles Baudelaire, che nel 1853 sviluppa osservazioni seminali sulla funzione evolutiva del gioco infantile, e con Il teatro delle marionette di Heinrich von Kleist, il fulminante apologo del 1810 nel quale si distilla l’idea che «la grazia», intesa come scintilla ulteriore e sublime di conoscenza, «appare purissima in quella struttura umana che ha nessuna o un’infinita coscienza, cioè nella marionetta, o in Dio». A quasi un secolo di distanza, per l’esattezza nel 1908, considerazioni analoghe vengono svolte dal teorico del teatro Edward Gordon Craig in L’Attore e la Supermarionetta (disponibile da La Vita Felice, che ha in catalogo anche il testo di Baudelaire): «Nelle marionette – ribadisce Craig – c’è qualcosa di più di un lampo di genio, qualcosa che vale più dello splendore di una personalità ostentata».
La bambola «diventata grande, indipendente» e addirittura «invecchiata anzitempo» tanto da poter affrontare «tutta l’irrealtà della propria vita» è la vera protagonista della meditazione di Rilke. Non un fantoccio, ma un oggetto misterioso, nel quale si annida «un’essenza» ineffabilmente analoga a quella che Rilke attribuisce ai cimeli conservati nell’Armeria Reale di Madrid. Che un elmo possa ospitare il simulacro di un’assenza è nozione intuitiva per chi abbia letto Il cavaliere inesistente di Italo Calvino, ma colpisce ritrovarla formulata con tanta precisione come prima voce dell’elenco in cui Rilke allinea «un cuscinetto da cucito, un filatoio, un telaio casalingo; un guanto da sposa, una tazza, la copertina e le pagine di una Bibbia» e tanti altri reperti domestici «capaci di sopportare tutto».
La bambola, avverte il poeta, è però diversa. Molto più esigente, molto più pericolosa. Se non è tenuta alla giusta distanza, assimila a sé l’essere umano che si illuda di manipolarla. È il punto di non ritorno del «sex appeal dell’inorganico» che da lì a breve sarà individuato e indagato da Walter Benjamin: una materia inerte che seduce e incatena, pretendendo più di quanto possa e voglia restituire. Il manichino diventa idolo, perché il suo silenzio – insiste Rilke – è la conferma che il nostro è un mondo «nel quale il destino, e lo stesso Dio, s’ammantano di gloria perché non ci parlano».
A spezzare l’incantesimo può intervenire solo la scoperta del fatto che nella bambola si nasconde un’anima che è più della bambola, ossia più dell’oggetto, più della cosa, più dell’apparenza fisica. Di questo, secondo Rilke, danno testimonianza le «creature» evocate da Lotte Pritzel: di un’anima misticamente votata a dissolversi in «deboli sospiri, così esili da non poter giungere al nostro orecchio». Volta in prosa, è l’invocazione che nel 1912 Rilke aveva consegnato alla prima delle Elegie di Duino: «Se pur gridassi, chi m’udrebbe dalle gerarchie / degli angeli?», lamentava allora il poeta. Il germinare del tremendo (des Schrecklichen Anfang), ecco il dono che proviene dalla bambola, dalla marionetta, da ogni altro manufatto che si manifesta in forma di gioco per poi insinuarsi nella nostra interiorità. Oggi i balocchi non sono più in voga come una volta, d’accordo. Ma non è detto che gli avatar digitali non li abbiano ormai sostituiti, camuffandosi da oracoli ciarlieri e proprio per questo ancora più insidiosi.