Avvenire, 5 maggio 2026
Hormuz, primi segni di un ritorno dei pirati somali
L’allerta è partita dagli esperti inglesi.
Giocando con le parole hanno evidenziato una realtà sempre più concreta, dopo il blocco di Hormuz in atto da due mesi. Con un velo di ironia involontaria hanno avvertito che il pericolo degli Stretti si allarga.
L’allarme sembra concretizzarsi ancora una volta lungo coste africane. Lì, all’inizio degli anni Duemila, un popolo di pescatori aveva scelto di prendere il mare dalle coste di Eyl, nel Puntland somalo, a bordo di piccole imbarcazioni e con lanciarazzi Rpg7, per dettare legge nel Golfo di Aden, un imbuto di acqua che porta a nord fino al Canale di Suez. Uno degli otto “choke point” in grado di strozzare la navigazione mondiale, tornato tristemente sotto i riflettori da febbraio, in seguito al blocco iraniano dello Stretto mediorientale. È un tratto di mare che, sul lato opposto, vede ancora gli Houthi sul piede di guerra. E ora la situazione sembra complicarsi, perché dopo la lunga “tregua”, il pericolo del sequestro di mercantili porta altre nubi sulle rotte marittime globali.
Durante l’età dell’oro dei pirati somali, tra il 2005 e il 2012, la Banca mondiale aveva stimato i guadagni dei venti gruppi principali in una somma tra i 339 e i 413 milioni di dollari americani. Poi “l’inversione di rotta” in seguito all’arrivo dei pattugliamenti e delle scorte armate alle navi mercantili da parte delle Marine militari internazionali mosse dalle sollecitazioni dei grandi gruppi del commercio. Nel giro di pochi mesi il rischio aveva oltrepassato di gran lunga il guadagno per i criminali, facendo crollare il business dei sequestri delle navi, degli abbordaggi e dei riscatti. Secondo l’Operazione Atalanta, la forza navale dell’Unione Europea che ha pattugliato e pattuglierà le acque somale fino al prossimo anno, tra il 2013 e il 2019, gli attacchi di pirateria si erano diradati ad appena 26 per poi azzerarsi dal 2020 al 2023. Fino ad oggi la media annua non aveva superato la decina. Da marzo, però, la musica è cambiata. Sei sequestri in mare nel giro di pochi giorni hanno fatto innalzare immediatamente il livello di allarme dell’Ukmto, l’organismo della marineria britannica che monitora i commerci via mare. «A causa dell’aumentato rischio di possibili attività di gruppi pirati, si consiglia alle imbarcazioni di procedere con cautela», ha dichiarato l’organizzazione in un comunicato, ricordando gli ultimi dirottamenti, il 27 aprile e il 2 maggio.
Inevitabile il collegamento di tutto ciò con la paralisi di Hormuz. Con i prezzi del petrolio alle stelle, tra i cargo finiti nel mirino figura anche Honor 25, una superpetroliera con 17 marinai a bordo, catturata lungo le coste somale il 22 aprile. Ora è al largo dei villaggi di Xaafun e Bander Beyla.
Attenzione: il “giro” dei sequestri – dicono gli esperti – non rischia di riprendere sui livelli di inizio secolo, ma il perdurare della crisi iraniana lo ha reso di nuovo redditizio.
Questo sta facendo innalzare i costi delle polizze anche per le navi che scelgono la rotta meno “pericolosa” e raggiungono il Mediterraneo da Suez o circumnavigando l’Africa verso il nord. E oltre all’aumento dei costi di trasporto, la sicurezza rischia di incidere ulteriormente sul prezzo del petrolio, in stallo intorno ai cento dollari al barile, pronto a fluttuare ad ogni sussulto in terra iraniana.