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 2026  maggio 05 Martedì calendario

Sanzioni, Pechino sfida Trump alla vigilia del suo arrivo

Donald Trump dovrebbe arrivare in Cina il 14 maggio per una visita di due giorni molte volte annunciata e sempre rinviata: molti sperano che l’incontro tra il presidente Usa e Xi Jinping sia l’occasione per dare una calmata al mondo, dall’Ucraina al Medioriente, ma le premesse non paiono delle migliori. Al netto della telenovela dei dazi che dura da un anno, nel 2026 gli Usa hanno attaccato due Paesi amici e fornitori della Cina (Venezuela e Iran), stanno bloccando lo Stretto di Hormuz da cui arriva gran parte degli idrocarburi asiatici e continuano a imporre sanzioni unilaterali anche su aziende cinesi. Finora, proteste diplomatiche a parte, Pechino aveva reagito con moderazione, ma nel weekend ha preso una decisione senza precedenti da quando, più o meno un decennio, gli Stati Uniti hanno imboccato la via del “sanzionismo” e dell’uso politico del commercio internazionale: il governo cinese ha usato per la prima volta una legge del 2021 per “bloccare” le sanzioni Usa contro alcune sue raffinerie, ordinando alle società coinvolte di ignorare le misure decise a Washington.
Andiamo con ordine. A fine aprile il Tesoro americano aveva sanzionato, accusandola di comprare petrolio iraniano, una grande raffineria “privata” cinese (Hengli Petrochemical), avvertendo che avrebbe colpito alla stessa maniera chiunque facesse affari con quella società. Nel 2025 altre quattro piccole raffinerie cinesi erano state sanzionate con le stesse accuse: nessuna reazione da parte di Pechino. Stavolta, però, la Cina ha cambiato registro: ha sostenuto che le sanzioni restringono “impropriamente” la possibilità di commercio delle sue aziende “in violazione del diritto internazionale (il riferimento è all’autorizzazione Onu, ndr) e delle più basiche norme delle relazioni internazionali”. Il governo cinese ha quindi emanato un ordine, sulla base della mai utilizzata legge del 2021, che impone a tutte le aziende coinvolte (le cinque raffinerie e le loro controparti) di ignorare le sanzioni Usa, pena la reazione legale dei cinesi.
Il sistema delle piccole raffinerie private – le cosiddette teapot refineries – è fondamentale per un Paese fortemente dipendente dall’import di idrocarburi (anche se meno dell’Europa): da anni funziona come una sorta di stabilizzatore del sistema energetico, tanto che da lì esce ormai circa un terzo della produzione interna di carburanti. Quegli impianti lavorano soprattutto petrolio sotto sanzioni (comprato a sconto da Iran, Russia e, in passato, Venezuela) e con margini assai inferiori, a volte persino negativi, rispetto alle grandi raffinerie statali come quelle di Sinopec: in queste settimane, per dire, le teapot refineries sono state fondamentali per garantire l’approvvigionamento di derivati del petrolio mentre la guerra sottraeva al mondo un quinto del greggio globale.
In genere gli intermediari finanziari di queste raffinerie sono banche cinesi e le operazioni di pagamento avvengono in yuan su sistemi di pagamento non occidentali, ma se venissero applicate sanzioni secondarie a chi lavora con le cinque raffinerie un pezzo del sistema bancario cinese e di quello energetico statale si troverebbe fuori dal sistema del dollaro, cioè di fatto fuori dal mercato. Un inizio di guerra economica dagli esiti incertissimi.
Quello del regime cinese, insomma, è un cambio di rotta deciso: finora aveva scelto di rispettare le sanzioni, lasciando che fossero magari aggirate dalle sue imprese, ma mai sfidate direttamente; ora invece sta testando la capacità di resistenza americana proprio alla vigilia della visita di Trump. Non è, peraltro, il solo segnale di recente conflittualità tra Usa e Cina: pochi giorni fa hanno avuto una virulenta polemica sulle presunte pressioni cinesi sul Canale di Panama, mentre l’amministrazione Trump ha più volte minacciato Pechino per gli aiuti a Cuba (pannelli solari soprattutto) che violano l’embargo Usa. Come detto, non proprio un bel viatico per l’arrivo di Trump in Cina. Sempre che ci vada davvero…