D - la Repubblica, 4 maggio 2026
Le storie non etero che spariranno dagli schermi post-woke
Negli anni a cavallo della pandemia, una piccola moltitudine di storie queer si è affacciata sugli schermi. Volti, voci ed esperienze per lungo tempo considerati poco appetibili e che invece hanno poi dimostrato di poter appassionare un pubblico larghissimo. Quei racconti erano il risultato di un lungo e accidentato percorso, iniziato nel cinema d’autore (con autori come Gus Van Sant a Gregg Araki) e passato per serie tv diventate di culto – come Queer as Folk e Sense8 – che hanno poi aperto la strada a prodotti più recenti quali Pose e Heartstopper. Molti di questi racconti, però, si sono già conclusi o stanno per farlo, come rileva il report Where We Are on TV di Glaad, non profit americana che dal 1985 monitora e promuove la rappresentazione Lgbtq+ nei media. Lo studio ha “contato” i personaggi queer regolari e ricorrenti comparsi nella stagione televisiva che va dal 1° giugno 2024 al 31 maggio 2025: dopo due anni di calo, sono aumentati del 4% su tutte le piattaforme, per un totale di 489, ma rimangono comunque al di sotto del record del 2021-2022 (637). Di questi 489, 193 sono gay, 132 lesbiche, 98 bisessuali, 32 queer, 2 asessuali. Ma il 41% – e qui sta il punto – non tornerà a causa di cancellazioni, finali di serie o uscite di scena. In un momento in cui l’industria attraversa una fase di tagli e di maggiore prudenza editoriale, la rappresentazione Lgbtq+ è la prima a risentirne.
Che cosa è successo? “L’impatto è evidente soprattutto sui titoli che avevano dato visibilità a storie trans o queer”, spiega Gabriella Crafa, vice presidente di Diversity Lab, business unit di Fondazione Diversity, che da oltre 15 anni monitora i media italiani per capire come vengono raccontate le differenze, collaborando anche con Glaad. “Il problema non è solo “quanti” personaggi ci sono, ma quanto spazio narrativo ricevono. Il report segnala anche una debolezza strutturale su temi specifici e di lunga durata, come la rappresentazione di persone Lgbtq+ con l’Hiv, che resta quasi assente”. Molto ha a che fare con l’antagonismo dichiarato alla cosiddetta “cultura woke” dall’amministrazione Trump: “Nel 2025-26 si sono intensificate le misure anti-Lgbtq+ e soprattutto anti-trans”, continua Crafa, “con restrizioni su documenti, spazi, scuola e accesso alle cure, mentre il governo Trump ha rivendicato come linea federale la distinzione rigida tra due soli sessi e ha colpito programmi e fondi legati all’affermazione di genere. Tutto questo ha un effetto culturale diretto: rende più facile cancellare o ridurre storie trans proprio quando servirebbe invece continuità e profondità”.
Eppure, tra la fine del 2025 e i primi mesi del 2026, il mondo ha perso la testa per i due hockeisti gay di Heated Rivarly, piccola produzione canadese diventata fenomeno di costume. “Le storie inclusive favoriscono il successo commerciale”, conferma Megan Townsend, senior director di Glaad. “Il potere d’acquisto della comunità Lgbtq+ negli Usa è stimato in 1,400 miliardi di dollari ed è destinato a crescere, con il 23% degli adulti Gen Z che si identifica come Lgbtq+, percentuale in continuo aumento e che osserviamo a livelli simili su scala globale”. A proposito, cosa succede in Italia? “Dieci anni fa, ai primi Diversity Media Awards, cercare rappresentazioni autentiche era un’impresa”, spiega Crafa. “Oggi, grazie a una rivoluzione graduale partita dalla Legge Cirinnà del 2016, serie italiane come Gomorra e Un posto al sole ci hanno abituato a personaggi non etero e non ridotti a macchiette, e film come Puoi baciare lo sposo hanno aperto il dibattito sul coming out in famiglia. Lo streaming ha dato l’accelerata definitiva, con produzioni come I May Destroy You di Michaela Coel, It’s a Sin sulla pandemia di Aids e Drag Race Italia, mostrando che il pluralismo è una leva strategica per fidelizzare pubblici diversi. Non basta però un tokenismo di facciata: servono persone Lgbtq+ alla regia, scrittura e maestranze”.
Il report di Diversity Lab, infine, rileva anche che dal 2015 al 2025 la conversazione pubblica italiana su diversità e inclusione si è intensificata (il 62% degli intervistati ritiene che se ne parli di più), anche per via degli accesi dibattiti su femminicidi, guerre e crisi migratorie. Il 58% degli italiani afferma infatti di essere oggi più consapevole, in particolare tra i giovani (66%), le donne (63%) e chi è stato maggiormente esposto a contenuti informativi (67%) e a film e serie tv (73%). Una strada ancora lunga, insomma, ma piena di storie che in tanti non vedono l’ora di scoprire.